Recensioni Filosofiche

closeQuesto articolo è stato pubblicato 9 anni 1 mese 27 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

È uscito il numero di giugno di Recensioni Filosofiche.

Invece di segnalare alcune recensioni, ne riporto alcuni passaggi:

Mi pare che Marconi, en passant, tocchi un nervo scoperto dell’atteggiamento che cerca di mettere in discussione, quanto nota in esso una paradossale dimensione “infantile”. Sembra infatti che il relativismo si nutra anche di una scelta volontaristica affine a quella del bambino che afferma con forza il proprio punto di vista rivendicando di prescindere dal principio di realtà. In Nietzsche questo snodo psicologico è pressoché dichiarato: Dio è morto anzi viene ucciso, anzitutto perché noi si sia di conseguenza più liberi. Se la verità è oggetto di convenzione, essa non ci impegna – non molto, almeno. Il visibilio della liberazione del soggetto dalla pesantezza della verità è uno dei principali motivi psicologici (e propagandistici) di Nietzsche.

Antonio Allegra a proposito di Diego Marconi, Per la verità. Relativismo e filosofia.

La passività, il patire, cioè il subire gli effetti di cause esterne è segno di sensibilità, non di supina e amorfa incapacità di agire, anzi… È testimonianza di capacità recettive, ed è quindi condizione di comunicazione con il mondo, di esserne parte. Campanella ricusa una concezione informativa e passiva della sensibilità: il soggetto senziente non è una tabula rasa che riceve l’impronta dell’oggetto, ma mantiene autonomia, identità e distinzione da questo: “Non potersi far senso per informazion, percettiva solo, come Aristotile disse, né ci esser senso agente, né il senso pura potenza incorporea, ma ente passibile, e sentire per mutazione poca e per argomento” (p. 65).

Mario Tanga a proposito di Tommaso Campanella, Del senso delle cose e della magia, a cura di Germana Ernst.

Una scarsa attenzione per la realtà naturale del mondo e dell’uomo è anche il rimprovero che Löwith muove a Heidegger. Se condivisa da entrambi, a detta di Heidegger, è la convinzione che l’ontologia debba essere fondata onticamente (cioè sui fatti naturali), molto diversi sono però i risultati che derivano da tale assunto: Heidegger propone infatti un’«ermeneutica della fatticità» capace di costituire il mondo a partire dalla Ek-sistenz dell’Esserci (dunque dalla trascendenza, dalla progettualità, dall’essere-per-la-morte), il che si traduce però, agli occhi di Löwith, in una preminenza dell’ontologico sull’ontico; l’unica via per conservare veramente la preminenza dell’ontico è riconosciuta da L­öwith in un recupero della dimensione naturale dell’uomo. Ulteriore motivo di distacco dal maestro è la heideggeriana «possibilità-più-propria» dell’Esserci, l’essere-per-la-morte, di cui Löwith evidenzia il carattere solipsista citando, a dimostrazione di ciò, un passo di Sein und Zeit in cui Heidegger afferma che «la morte pretende l’Esserci nel suo isolamento» (p. 18); in tal modo Heidegger, spiega Löwith, finisce per negare i propri stessi concetti di «prendersi cura» e di «stare-insieme con gli altri» (ibid.). Löwith contrappone a ciò un’antropologia che vede quale realtà originaria dell’uomo proprio il Miteinandersein (il reciproco stare insieme) in una Mit-Welt (mondo condiviso). Nelle fasi più mature del suo pensiero, tuttavia, Löwith assumerà un atteggiamento critico anche nei confronti di questa sua prima antropologia, poiché essa muove da un’inter-soggettività che ancora impedisce di cogliere la realtà cosmica e, in essa, l’homo natura.

Elisa Leonzio a proposito di Orlando Franceschelli, Karl Löwith. Le sfide della modernità tra Dio e nulla.

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