Moratoria sui valori

closeQuesto articolo è stato pubblicato 9 anni 8 mesi 20 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Dedicato a formamentis e farfintadiesseresani

Valori non negoziabili

Antonio Da Re, sul terzo numero della rivista Schibboleth, dice alcune cose molto sensate sui valori non negoziabili in un interessante articolo dal titolo Indisponibilità e mediazione (disponibile anche in pdf).

Cosa significa “valore non negoziabile”?

L’espressione “valori (o principi) non negoziabili” è stata coniata, come è noto, da Benedetto XVI per indicare alcuni valori fondamentali, quali la vita umana, la famiglia, la libertà di educazione, che andrebbero sempre riconosciuti e rispettati come tali e che nelle dinamiche sociali e politiche non dovrebbero diventare oggetto di negoziazione e contrattazione.

Da Re si dichiara abbastanza subito convinto della bontà di questa idea:

Sono convinto che tale tesi, la quale mette in guardia rispetto a una pretesa di disponibilità totale da parte del soggetto in ambito morale, sia importante e costituisca una salutare messa in guardia rispetto a relativismi di vario genere.

Non viene specificato quali siano i pericoli dei relativismi di vario genere. Fortunatamente su questo argomento si dilunga, con argomenti a dirla tutta non molto convincenti, Andrea Poma in un altro articolo della stessa rivista: L’intolleranza scettica (versione in pdf), nel quale si legge, ad esempio, che «proprio l’indifferentismo ideale si trasforma regolarmente in prevaricazione».
Non so se Da Re condivida questo testo, ad ogni modo contro i relativismi o scetticismi è necessario riconoscere l’esistenza di «un nucleo etico del quale gli uomini, nella
loro vita personale e comune, non possono disporre», un nucleo che «non può essere violato, perché esso non è disponibile». Una idea che Da Re riconduce a Kant:

L’etica kantiana può essere agevolmente interpretata in questi termini, e non a caso l’espressione “indisponibile” ritorna frequentemente nei testi di Kant, ad esempio quando si parla del rispetto incondizionato che si deve alla legge morale e alla persona come fine in sé.

In pratica, quali valori?

Vi sono però due importanti osservazioni da fare.

La prima riguarda l’ampiezza di tale nucleo inviolabile.
Kant rimane sul vago, il suo è un principio formale. Benedetto XVI, invece, va sullo specifico, si sbilancia sul contenuto di questo nucleo: vita umana, famiglia, libertà di educazione, eccetera. Il problema è che entrando così nel dettaglio si corre il rischio di «assumere tali contenuti, o qualche loro elemento, da contesti e da forme culturali particolari»: e tanti saluti all’universalità e alla critica al relativismo.

La seconda osservazione di Da Re riguarda l’applicazione pratica: l’esperienza morale è maledettamente complessa, raramente capita di dover scegliere tra il bene e il male, più frequente è il dover scegliere tra un bene e un altro bene, senza poterli scegliere entrambi. È la tirannia dei valori di Nicolai Hartmann, la «tendenza all’esclusivismo insita in ogni valore, il quale tende ad autolegittimarsi come l’unico effettivamente rappresentativo dell’ethos umano.
Se negoziare è impossibile, non resta che mediare, dove con mediazione non si intende il vile compromesso, ma la pragmatica applicazione dei valori alla vita concreta, applicazione che, purtroppo, non può essere diretta e automatica.

Moratoria sui valori

L’impressione che ho avuto leggendo e riassumendo questo interessante testo di Da Re è che i valori sono pericolosi e andrebbero, pertanto, impiegati con cautela.
Se i valori sono la cura per questa democrazia afflitta dai mali del relativismo e dello scetticismo (dubito fortemente che sia così), occorre tenere presente che il pharmakon, da cui etimologicamente deriva il farmaco, è sia medicinale che veleno.

Forse è meglio rinunciare ai valori: porre fine a tutte le discussioni sui valori, per iniziare a parlare dei valori, di come applicarli.

19 pensieri su “Moratoria sui valori

  1. Il pragmatismo che proponi sarebbe la soluzione per cominciare a muoversi, il problema che vedo è la necessità di una buona fede diffusa e radicata, da parte di tutti, in particolare di politica e chiesa, che mi sembra ritengano di trarre il loro beneficio dalla discussione preventiva “sui”.
    Un caro saluto

  2. la chiusa mi ricorda marco aurelio, non ricordo quale dei “pensieri”, ma fa più o meno “è ora di smettere di chiedere cosa significa essere buoni e cominciare a esserlo”.
    buon anno

    ah, e grazie! ho visto il link! io sto ancora preparando il blogroll..

  3. Credo che, di fondo, ci sia una gran confusione sul reale significato di relativismo. Purtroppo non sono assolutamente esperto in materia, perciò mi rifaccio a Bertrand Russell e al suo “L’ABC della relatività”: “A un certo tipo di persone superiori piace moltissimo ripetere ‘tutto è relativo’. Si tratta naturalmente di una sciocchezza, perché se tutto fosse relativo non ci sarebbe più nulla con cui stare in relazione….Tutti costoro immaginano che la nuova teoria dimostri come, nel mondo fisico, tutto sia relativo; mentre, al contrario, essa è volta ad escludere quel che è relativo e a giungere a una sistemazione delle leggi fisiche che sia completamente indipendente dalle condizioni dell’osservatore.” (Longanesi, Milano, 1985, pag. 13). Passando dalla fisica alla filosofia, possono valere le medesime considerazioni: essere relativisti significa tentare una interpretazione del mondo che sia indipendente dalle condizioni (e convinzioni) di un osservatore, come, ad esempio, papa Ratzinger.

  4. knulp: ragazzi, non esagerate con i complimenti che poi mi monto la testa e iniziano a venirmi le manie da star 😉

    formamentis: tieni presente che il mio non vuole essere un monito del quale “tenere conto”… anche io sono tendenzialmente pratico o, meglio, pragmatico.
    Di questo articolo mi è piaciuto soprattutto leggere il nome di Hartmann, ingiustamente poco ricordato.

    medita partenze: già, la buona fede… purtroppo non è come il buon senso, che Cartesio pensava universalmente diffuso!

    alex: Ecco, se mi veniva prima in mente questo pensiero di Marco Aurelio, mettevo la citazione vi risparmiavo tutta ‘sta roba!
    Per il link: prego! Nel blogroll finiscono i siti che leggo, quindi grazie a te di scrivere cose interessanti!

    lector in fabula: Sul relativismo ne parliamo un’altra volta…

  5. D’accordo. Per inciso, Ivo, i miei complimenti ai tuoi post sono impliciti 🙂 Spesso mi dimentico di farli, perché troppo preso dall’argomento.
    O.T. Qualcuno per caso sa come si fa un blogroll su Splinder?

  6. E’ curioso che tu trovi interessante e originale il discorso di Da Re per la parte sul rischio di una tirannia dei valori e sulla mediazione pragmatica..
    Tutto questo l’avevo già letto, in un altro suo articolo da qualche parte ed è un topos che ho sentito anche in Possenti e letto in Spaemann.
    Una cosa in comune: tutt’e tre sono in qualche misura tomisti.

    E infatti un amico tomista, ricercatore, mi ripete spesso: “All’uomo non è richiesta l’azione buona, ma l’azione prudente- in senso latino- valutata nella circostanza. L’oggettività del bene è cosa distinta dalla flessibilità della situazione concreta.”

    Dico “strano che ti colpisca”, perché in ambito cattolico e non solo è considerato quasi scontato.

    ciao! Eno

  7. il fatto è che qualcuno estende a “non negoziabile” tutto ciò che gli sta a cuore. quando tutto viene posto come “non negoziabile”, allora tutto diventa negoziabile.

  8. eno: evidentemente non frequento ambiti cattolici. Probabilmente ho paura che mi smascherino e mi mettano al rogo 😉

    Scherzi a parte, ho trovato questo testo interessante e scritto molto bene: buone argomentazioni, terminologia rigorosa ma non noiosa, abbastanza approfondito da non risultare banale ma sufficientemente vago da non diventare pedante.
    È, se non sbaglio, il primo testo suo che leggo, Possenti e Spaemann hanno, in genere, un effetto soporifero e, ovviamente, non conosco il tuo amico tomista, però queste idee non sono nuove neppure a me: infatti sei tu a parlare di originalità, non io!
    D’altra parte, come ricorda Alex, già Marco Aurelio…

  9. raser: In un passo che non ho riportato, Da Re è esplicito: non negoziabile non significa non argomentabile, altrimenti la non negoziabilità «divent[a] un comodo alibi per chi ad esso può far ricorso in modo sin troppo semplicistico e arbitrario».

  10. Vero, “originale” lo dicevo io.
    Il punto è che non capivo bene come interpretare “cose molto sensate”.

    Cmnq, non sono sicuro che la soluzione proposta da Da Re sia “essere buoni, anziché discutere del bene”.
    La “mediazione” o “applicazione pratica” non è una attività lasciata all’intuito, contingente e irripetibile, del singolo nelal sua esistenza.

    Per fare un paragone, la fisica ci spiega le proprietà dei materiali e le caratteristiche delle forze.
    Di per sé, non ci aiuta neanche un po’ a costruire una casa.
    Poi c’è l’ingegneria, che studia scienze dei materiali, statica e altre discipline applicative dove di “intuitivo” non c’è molto.
    E’ una disciplina che un po’ va a thumb rule, ma pur sempre è una disciplina.

    ciao! Eno

  11. Eno:
    il tuo paragone (anzi, i presupposti che citi) mi stanno facendo frullare le rotelle.

    Sul fatto che la fisica “non ci aiuti neanche un po’ a costruire una casa”, o che nelle discipline ingegneristiche non ci sia molto di “intuitivo” avrei qualcosa da obiettare.

    Sono osservazioni fondate ma parziali; in particolare mi ricordano lo scenario antecedente alla rivoluzione industriale, in cui la distinzione platonica tra discipline “alte” e “meccaniche” era profonda.

    Oggi i migliori progettisti lavorano molto con la loro second nature (parlo soprattutto della meccanica avanzata; in altri campi è tutta un’altra musica).
    Spesso la disciplina è imposta dai paletti normativi, più che dalla stretta necessità realizzativa.

    E qui vengo al dunque, e raccolgo il valore del paragone, che ora mi pare stimolante proprio rispetto al discorso sui valori: cosa è intuitivo e cosa no?

    Parlo di quello che conosco: in realtà l’intuito (nella fisica e nella progettazione meccanica) è, appunto, una second nature che sembra innata ma è acquisita proprio durante la pratica della disciplina.

    Serve anche una predisposizione, che forse è innata, ma questo non deve far pensare che
    F=ma
    o
    |sigma|=|E||epsilon|
    siano concetti “a priori”.

    Non dimentichiamo che una larga fetta della popolazione ha ancora una visione aristotelica della meccanica quotidiana; questo spiega in parte le grosse difficoltà nell’insegnamento della fisica in tutti i gradi scolastici.
    E sto parlando di quella newtoniana!

    Non è che la stessa cosa vale anche per i valori?

  12. Weissbach,
    era solo un paragone esplicativo, che non presupponeva alcun parallelismo reale.
    Io poi non sono né un fisico né un ingegnere.
    So che ci sono degli sviluppo interni all’ingegneria, tant’è che vi sono- mi sono stupito a scoprirlo due anni fa- dottorati in tale materia.

    Cmnq, non ho detto che la fisica non aiuta, ma che “non aiuta di per sé“.
    Avevo sentito parlare una volta un fisico – intendo, uno studente – dei principi che permettono le fotocellule. Ma alla domanda “Ma come funziona poi il lettore di fotocellule?” ha scosso la testa professandosi incompetente in materia.
    Ed ho precisato che nella pratica dell’ingegnere ci si serve di regole del pollice, come si dice in inglese e come mi conferma mio fratello ingegnere. Ciononostante, scienze dei materiali non è un seminario di brainstorming libero, ma un corso universitario piuttosto duro.

    Sull’intuizione, è probabile che il senso di “ovvietà” e di “armonia” che vediamo nella disciplina in cui abbiamo maggiore familiarità sia l’effetto di lunga esperienza interiorizzata.
    Ciò che capiamo essere corretto o ben funzionante ci pare armonioso perché prima lo vediamo “funzionante”, poi proviamo e rileviamo che funziona davvero e solo alla fine riusciamo a esprimere concettualmente le ragioni di ciò.
    Visto che l’espressione concettuale non precede la conoscenza, c’è l’illusione che quell’intuizione sia innata o suscitata direttamente dall’oggetto di studio.
    Avevo leggiucchiato- SOLO LEGGIUCCHIATO- “Bellezza e rivoluzione nella scienza”, di tal McAllister su questo.

    Questo è un senso di intuito, diverso dall’intuitio come conoscenza diretta e certa di un dato oggetto( se vedo rosso, è certo che vedo rosso; se vedo un’ombra su un oggetto, so certamente che senza oggetto su cui posarsi non c’è ombra ).
    Ho dubbi che ogni senso di “intuizione” possa essere ridotto all’abitudine, alla seconda natura e perfino ad doti innate.
    A priori e innato sono cose distinte.
    Ma ciò esula dalla discussione.

    Sicuramente l’intuito acquisito entra in gioco anche quando dobbiamo dirimere questioni etiche o politiche, come in ingegneria, diritto, matematica…
    Un politico allenato sa analizzare una situazione con un colpo d’occhio: coglie le ragioni dei singoli, i moventi, le possibilità di accordo, i margini di mediazione…

    Esso non vale, invece, quando abbiamo da dirimere contese.
    L’intuito è personale, e non lo posso comunicare.
    Se lo comunicassi, avrebbe la forma di una argomentazione.
    Quando però c’è un dissidio dove molti hanno idee e argomentazioni diverse su un unico tema, che giovamento può portare l’intuizione da sola?
    L’unica modo per vagliare argomenti diversi e di provare a tutti qual è quello corretto, è un argomento.
    Ci sono anche dei lati psicologici, empatici e retorici in queste argomentazioni pubbliche, ma la razionalità discorsiva è imprescindibile.

    Pensa ai casi in cui si deve mediare tra “diverse istanze”: la neutralità( laicità ) degli spazi pubblici ed il bisogno di una comunità islamica d’avere uno spazio di preghiera tutelato dalla libertà di culto e di religione.

    Decidere se concedere o meno la palestra comunale è un fatto di intuito?
    Non si procede piuttosto esplicitando qual è la gerarchia tra i due principi, la loro ratio, i campi di applicazione, il contesto storico in cui sono stati riconosciuti, le legittime pretese degli attori in campo, gli effetti previsti…?

    Poniamo che il sindaco conceda lo spazio e poi rilasci un comunicato alla stampa.
    “Cari concittadini, l’esistenza del principio di neutralità e di quello di libertà religiosa è indiscussa.
    Sappiamo quali erano i tipi di bene in gioco, e sono entrambi irrinunciabili.
    In questo intreccio di circostanze, pertanto, ho deciso di fare la cosa giusta ed ho concesso la sala ludico-sportiva perché ho visto che era la cosa migliore.”

    A me parrebbe un politico piuttosto reticente o paternalistico: lui sa cosa è bene per tutti.
    Ma le ragioni per cui era la cosa migliore vorremmo saperle anche noi, no?

    ciao, Eno!

  13. eno: su Marco Aurelio, io ho letto la sua affermazione sull’essere buoni nel senso proposto di Da Re: i principi morali ci sono, ma più che analizzarli è meglio capire come applicarli.

    Weissbach e ancora eno: la questione dell’intuizione, che sollevate, è molto interessante. Come dice eno, nelle scelte pubbliche non ha senso affidarsi all’intuizione, ma servono argomentazioni.
    D’altra parte, l’intuizione è (in parte) acquisita, non è quindi naturale e, soprattutto, universalmente condivisa) ed è difficile da mettere in discussione. Se acquisisco l’abito che per tenere qualcosa in movimento devo spingerlo, altrimenti si ferma, mi è difficile capire cosa cavolo sia l’inerzia, non perché sia difficile, ma perché proprio non ha senso dire che un oggetto in movimento non si ferma!
    E, sì, secondo me funziona così anche per i valori: un discorso di mediazione, di pragmatica applicazione di valori non fa presa perché dice cose che, se si possiede un determinato abito riguardo ai valori, non hanno senso.

    Da Re tratta la non negoziabilità come una tesi filosofica (non a caso cita Kant), mentre per molti è più un abito.

  14. Hai ragione: per semplificazione avevo lasciato un punto importante.
    Per quanto l’argomentazione razionale sia importante, non possiamo prescindere dallo sfondo comune di convinzioni credute di default.
    Sono convinzioni che stanno più nelle narici come vaghi odori che nell’intelletto come chiare idee.

    Per esempio, difficilmente potrò fare un discussione con un radicale partendo dalla premessa che la laicità è un concetto inutile; con un marxista dall’idea che le classi sociali sono classificazioni di comodo e non solidi oggetti; con un liberale medio considerando assodato che la libertà positiva non è sinonimo di totalitarismo o di stato etico; con un cattolico medio dando per scontato che la vita non è sacra; …

    Se la retorica ha principi, il primo sarà: “Non basta iniziare un discorso da premesse vere: devono anche essere ritenute tali.”
    Di più: c’è un insieme di convincimenti che anche se non sono creduti, sono accettabili. Altre sono di rango diverso e oltre a non essere creduti cozzerebbero con i principi più generali, richiedendo un’opera di persuasione delicata e profonda.

    Però non mi convince l’interpretazione psicologica che tracci sulla falsariga della nostra “fisica spiccia” per render conto di questo fatto.
    Prendiamo il valore dell’onestà o dell’operosità. Io li apprendo in parte dall’educazione, in parte dalla pressione sociale, in parte per imitazione, in parte perché mi paiono i principi migliori per destreggiarmi nella società, in parte per riflessione interiore…
    Insomma, non sono semplicemente creduti: per loro natura si propagano, con lo stesso contagio con cui si diffondono le usanze o le lingue.
    Hanno poi sempre la pretesa di essere (almeno in parte) condivisi, ma diversamente dalle credenze fisiche non sono oggettivi: non c’è un fenomeno osservabile da cui scoprire in modo quasi univoco il principio, anzi, possono esistere senza contraddizione logica principi diversi a regolare lo stesso ambito.

    Saprai però quali dannati problemi nascono nelle tesi comportamentiste sul linguaggio, con solo esperienza individuale, fatti e ipotesi.
    Fra i molti inciampi: una lingua è fatta di regole, cioè di dover-essere, che non hanno un corrispettivo nei semplici fatti.
    Gli stessi intoppi si ripresenterebbero anche per tesi affini sui valori.

    Qui mi pare naufraghi un’analogia stretta tra intuizione nell’esperienza, di cui parlava Weissbach, e la comune intuizione etica di cui parli tu.
    L’intuizione, di cui Weissbach, resta comunque buona per risolvere “al volo” conflitti di valori( purché non sia necessaria una’argomentazione pubblica ).

    ciao! Eno 🙂

    ( Ps: Si vede che avevo dato un’interpretazione sciatta di Marc’Aurelio, violando il mio di principio generale, quello di carità: “Interpreta sempre una frase nel senso migliore e più profondo”. )

  15. Con buona pace di Antonio, che è un caro amico, mi sembra che l’espressione “valori non negoziabili” sia un ossimoro, cioè tipo ghiaccio bollente o ferro di legno. Come dice bene Scheler, i valori sono innanzitutto apertura, e più sono disponibili più sono alti. Un valore non negoziabile è chiusura, cioè un non valore.

  16. @Vincenzo Fano: Penso che tutto dipenda dal senso di “negoziabile”.
    È come il riparliamone di Paola Cortellesi (video), se riparlare significa rimuovere, rinunciare, cancellare, allora non ci sto: non è che possa negoziare la libertà con il ritorno alla schiavitù, fermo restando che sia necessario discutere su cosa sia la libertà.
    In questo senso la distinzione tra negoziazione e mediazione mi pare azzeccata.

    Sono comunque d’accordo che, nel senso assoluto di non negoziabile proposto dal papa, valori non negoziabili ricorda il ferro ligneo…

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