Lo spazio filosofico

closeQuesto articolo è stato pubblicato 10 anni 2 mesi 24 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Massimo Adinolfi, sulle pagine di Left Wing, guarda la contrapposizione tra scienza e religione e si chiede: quale è lo spazio della filosofia in questo dibattito?

Farfintadiesseresani di dice alquanto perplesso e muove cinque obiezioni, alle quali Massimo prontamente risponde. Ma la discussione si allontana dalla questione originale: si discute ancora una volta di Dio, di scienza, di fede e di religione. La filosofia è ancora una volta sparita dalla circolazione.

Delle due, l’una: o la filosofia è appunto discutere di scienza e di religione, oppure lo spazio filosofico non esiste e i filosofi, condannati all’estinzione (tema a me caro, l’estinzione), si devono riciclare come tuttologi.

4 pensieri su “Lo spazio filosofico

  1. Forse la risposta é che la filosfia deve anche parlare di scienza e religione. Ma mi pare di capire che se la religione si riducesse a parlare di scienza e religione allora lo spazio della filosofia svanirebbe. Mi sembra che se dare spazio della filosofia si identificasse con il parlare di filosofia, allora in significato della filosofia sarebbe ridotto alla metafisica.
    Non credi?

    Le domande che pone l’articolo non sono forse genuinamente filosofiche?

  2. Sì, le domande che pone l’articolo sono indubbiamente domande filosofiche. Ma da cosa lo si capisce? Perché non sono domande religiose o scientifiche?
    Nei fumetti ci si trova spesso in una situazione disperata. Arriva Superman e dice “Questo è un lavoro per Superman” (This is a job for Superman). Ecco, lo scienziato può dire “Questo è un lavoro per la scienza”, e gli altri sono d’accordo. Similmente avviene per l’uomo di religione: può dire “Questo è un lavoro per la religione”. Il filosofo, invece, quando lo può dire?
    Quando gli altri riconoscono che “Questo è un lavoro per la filosofia?”

  3. Gli studenti delle facoltà di matematica usano avere un esame di logica, che in realtà di logica non è, è infatti nella maggioranza dei casi un esame sui fondamenti della matematica. Allora, nella maggioranza dei programmi dei corsi si parla dell’assioma di scelta o del teorema di tarski e di gödel. Nella maggioranza dei casi il manuale dice che i logici e i matematici si sono trovati d’avanti alla domanda “che cosa vuol dire?”.

    Ci sono problemi nelle scienze che le scienze stesse non possono risolvere internamente perché naturalmente ogni scienza (accetto eventuali controesempi) che sia comunemente cosiderata tale parte da un nucleo di assunzioni. Questo procedimento porta necessariamente a che ci siano problemi e dubbi che trascenderanno l’ambito della scienza. La fisica produce spiegazioni ma non puó rispondere alla domanda circa cosa sia una spiegazione.

    La teoria dei numeri risente del teorema di gödel cosicché la classe dei suoi teoremi non sará aritmeticamente esprimibile, anche qui é chiaro che abbiamo passato il limite di cio che la teoria dei numeri puó spiegare.

    Ma allora chi risponderá a queste domande? Non sará forse il filosofo (magari anche senza successo) a cercare di descrivere il rapporto tra la matematica e il mondo o tra le spiegazioni della fisica e il mondo?

    Chi riconosce che certi problemi sono filosofici? Sicuramente l’uomo di scienza che vede che certi problemi non si prestano strutturalmente ai suoi strumenti esplicativi, il filosofo poi nel cercare di produrre lavoro filosofico che sia scientificamente influente senza mai la pretesa di fare scienza.

  4. Chi riconosce che certi problemi sono filosofici? Sicuramente l’uomo di scienza che vede che certi problemi non si prestano strutturalmente ai suoi strumenti esplicativi, il filosofo poi nel cercare di produrre lavoro filosofico che sia scientificamente influente senza mai la pretesa di fare scienza.

    Non è facile. E temo che non avvenga. Ma spero di sbagliarmi.

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