L’artificio

closeQuesto articolo è stato pubblicato 7 anni 9 mesi 11 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

 Orarel, a proposito della recente sentenza su Eluana Englaro, scrive:

L’Unità online: «va sospesa l’alimentazione forzata che la tiene artificialmente in vita». Un bambino nutrito con il biberon è tenuto artificialmente in vita?

Premesso che artificiale e naturale sono termini abbastanza privi di senso e, in ogni caso, non implicano un giudizio di valore, come Orarel e forse l’articolo dell’Unità sembrano indicare (naturale è meglio di artificiale), io, alla domanda, risponderei di sì: un neonato nutrito con il biberon è tenuto artificialmente in vita, non a caso si parla di allattamento artificiale.1

Il problema non riguarda l’essere naturale o artificiale di determinate operazioni: la questione, qui, riguarda la volontà di una persona.

  1. Semplificando: in realtà si può riempire il biberon con il latte materno. []

7 pensieri su “L’artificio

  1. direi che il paragone di orarel è toppato alla grande: è evidente che l’uso del biberon sia un artificio, in quanto alternativo all’alimentazione naturale, quella al seno. è anche evidente che nel caso proposto il soggetto, cioè il neonato, probabilmente preferirebbe di gran lunga essere allattato al seno, tant’è che in genere l’uso del biberon è una comodità dei genitori, e non una necessità perla sopravvivenza del piccolo

  2. è discutibile che quella sia “vita”. Mi sembra più sensato dire che Eluana è morta da tempo.

    quindi qui ci sono due ambiguità: quella sulla parola “artificiale” ma soprattutto quella sulla parola “vita”.

  3. la questione, qui, riguarda la volontà di una persona

    Di quale persona?
    Il neonato o la madre, nel primo caso?
    La persona in coma o i genitori/i medici nel secondo?

    Non credo che mettere l’accento sulla volontà sia molto ficcante per l’accanimento terapeutico estremo.

    Se esiste una volontà in gioco della persona malata, questa va rispettata per il diritto negativo di rifiutare le cure.
    ( Del resto, questo diritto negativo si fonda sul diritto positivo ad essere attore decisivo nella mia vita. )
    Il problema manco si pone, ma la volontà qui non risolve l’accanimento, bensì impone una fattispecie diversa, la libertà di curarsi o non curarsi.

    Ma se la volontà non è nota, cosa facciamo? Si va a cercare la volontà supposta tramite i condizionali.
    Lei vorrebbe, lui preferirebbe, sarebbe meglio che

    Ammettiamolo però: il meccanismo di delega delle scelte ai parenti o l’ “ermeneutica delle intenzioni” è una finzione traballante.
    In sostanza viola l’autonomia di giudizio del malato.

    Tutti noi facciamo discorsi sul valore delle cose e della vita con genitori e figli.
    Usualmente sono discorsi da tarda notte, in cui ci esprimiamo per semplificazione, o viceversa fatichiamo a esprimere ciò che pensiamo.
    Spesso sono solo affermazioni di circostanza e ci stupiremmo se qualcuno riportasse in pubblico: “Ivo sostiene fermamente che la vita è così e così”.
    Quando dobbiamo decidere davvero quanto vale una vita o la salute, le nostre scelte sono dolorose e imprevedibili.
    Non credo neanche lontanamente che un genitore o un conoscente, per quanto gli vogliano bene, conoscano la volontà d’un malato incosciente.

    Tanto più, se il malato sta per morire, i parenti ricorderanno la persona come preferiscono ricordarla. Questo vizia il giudizio.

    Si dice che il testamento biologico risolverebbe questi problemi.
    Forse. Però mi chiedo, visto il battage pubblicitario che l’accompagna, con quanta serenità e schiettezza d’animo noi lo redigeremmo.
    Tu stesso dici spesso che uno stesso uomo non è sempre la stessa persona, per gli eventi che subisce nel corso della vita.
    Allora, come potrebbe una volontà espressa oggi essere valida in un momento di grave dolore?
    La volontà espressa conta, ma fino a che punto può vincolare la diversa persona che sono diventato?
    Diventare un’altra persona- per usare i tuoi termini- non comporta forse rovesciare le nostre scale di valori?
    Capisci bene le conseguenze. I punti cardinali crollano, le nostre convinzioni svaniscono.

    Non so quale sia la soluzione al problema, ma mi pare chiaro che l’appello un po’ libertario alla “volontà” sia viziato nei presupposti.
    E’, cioè, una soluzione al problema, se questo fosse tutto diverso da quello che è.

    Diciamo le cose in modo più onesto.
    L’unica ragione per cui delegare a un parente o a un medico la scelta sulle cure, è ammettere che questi sanno riconoscere meglio di altri la dignità di quella persona malata.

    Quindi è una oggettiva dignità in gioco, e non solo le volontà.

    ciao, Eno

    Ps: Bisogna per forza citare il caso di un malato terminale, con tanto di nome e cognome, per discutere in astratto?
    Ho l’impressione che molti cerchino di forzare il caso reale per trovare conferma alle proprie teorie.
    E’ molto impudico.

  4. @raser: Nel suo articolo, Orarel dice tante altre cose, e accanirsi su questo esempio è un po ingiusto; certo rispecchia la sua concezione.

    @Maurizio Colucci: Non so bene come metterla: se Eluana è viva ma in modo minimo, o se dire che è morta ed è il suo corpo ad essere vivo.

    @eno: Di quale persona? chiedi.
    Io avevo in mente Eluana prima dell’incidente, con i conseguenti problemi: a) di appurare questa volontà b) di comprendere la validità di questa volontà.
    La cosa che mi piace (di alcune proposte) del testamento biologico è la possibilità di nominare un tutore che decida caso per caso (e che abbia sufficiente “sangue freddo” per decidere).
    È sicuramente un problema di dignità, ma non oggettiva, bensì giudicata in base alla (presunta / ricostruita / interpretata) volontà del soggetto.

    Sì, è molto impudico.

  5. Ciao sono Massimo (Orarel), vedo per caso questo post che mi riguarda e leggo con interesse le varie opinioni. Un esempio è sempre pericolante, comunque proverò a difenderlo: l’allattamento artificiale credo stia più nell’uso del latte artificiale che nell’uso di un attrezzo che supplisce il seno. Altrimenti anche il semplice bere un bicchiere d’acqua, invece che bere a una sorgente, sarebbe un’attività artificiale.

    Il vero problema è se il nutrimento cura una malattia, e se quindi il diritto negativo di rifiutare le cure implichi anche il nutrimento.

    Quanto al fatto se chiunque in coma sia vivo, penso proprio si possa rispondere di sì. Noi siamo corpo (per chi fa filosofia siamo anima incarnata), il nostro corpo siamo noi, il corpo è persona. Uno schiaffo o una carezze alla mia epidermide facciale colpiscono me come persona. Se non fose così entreremmo nel puro dualismo separatista, ovvero in una concezione idealista e volontarista della persona.

  6. @Massimo: Bere un bicchiere d’acqua è sicuramente più artificiale di bere l’acqua da una sorgente.
    Quello di artificiale è un concetto relativo – una azione è più o meno artificiale o naturale, ma non è artificiale o naturale in senso assoluto.

    Ma il vero problema dell’esempio è un altro. Posso ammettere che nutrirsi e idratarsi tramite un sondino sia meno naturale che mangiare una mela, o che l’allattamento al seno sia più naturale di quello al biberon – il problema è che la naturalità e l’artificialità non è un elemento decisivo per decidere cosa fare.
    Le considerazioni importanti sono altre e, nel caso Englaro, riguardano la volontà del soggetto – con tutte le discussioni su come ricostruirla, che validità ha eccetera.

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