Dare i numeri, vedere i numeri

closeQuesto articolo è stato pubblicato 9 anni 6 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Il linguaggio dei Mura-Pirahã, popolazione sudamericana veramente singolare, sembra non possedere i numeri: le quantità vengono espresse in maniera qualitativa, tramite tre espressioni che, grosso modo, hanno il significato di “pochi”, “alcuni”, “di più”.
Così la stessa quantità (quella che noi definiamo la stessa quantità) può essere ora “pochi” ora “alcuni”, a secondo della situazione.

È interessante scoprire che cosa i pirahã riescano a fare con un linguaggio così povero. Posti di fronte a una fila di bobine, sono stati in grado di «inserire, in una fila corrispondente, un numero equivalente di palloncini sgonfi»: il concetto di equinumerosità non sembra quindi porre loro particolari problemi. Non sono invece stati in grado di memorizzare le quantità: se uno psicologo sadicamente nascondeva alcune bobine e chiedeva ai pirahã di allineare lo stesso numero di bobine che c’erano prima, questi sbagliavano.

Non può non venire in mente il relativismo linguistico: in che misura il linguaggio influenza il nostro modo di vedere il mondo, se lo influenza. Tuttavia, la domanda davvero importante, secondo me, è quanto solida sia la differenza tra vedere e interpretare. Perché in tutti questi esperimenti (giustamente) non si fa altro che risolvere la percezione in una serie di compiti e abilità, e a questo punto la differenza tra ciò che viene interpretato e ciò che viene percepito diventa una differenza di grado.

5 pensieri su “Dare i numeri, vedere i numeri

  1. Ma secondo te il problema di questa popolazione é che i numeri non li ha inventati oppure che non li ha scoperti?

    Ho l’impressione che l’effetto sarebbe il medesimo ma che la cosa farebbe una gran differenza riguardo alla questione del relativismo!

    (in realtà suppongo di immaginare la tua risposta, solo che non resisto mai dal provocare =-))

  2. Scusate se mi intrometto: Corrado, a mio parere la tua domanda è mal posta. Quel popolo non ha non-inventato o non-scoperto i numeri. Hanno la concezione del numero (sebbene l’articolo di psicocafè non lo sottolinei)*, ma non hanno parole per esprimerli. E, mi preme sottolinearlo, questo non impedisce a quel popolo di PENSARE o CONCEPIRE i numeri.

    *La concezione del numero non viene scoperta né inventata, ma è innata. Per essere più sicuro ho controllato l’elenco degli innatismi di Donald E. Brown e in effetti è presente “Numero” inteso come capacità di contare, e addirittura il concetto di “Uno”, “Due”.

    Saluti!

  3. Ciao Vaaal!

    Condivido in parte la tua precisazione. Penso che però ci sia un fattore che gioca un ruolo importante. Tu parli della concezione del numero, che é una cosa e che puó essere considerata innata. Io parlo del numero, non della sua concezione, come oggetto teoretico (come, che ne sò, le forze o i vettori che le descrivono). Un oggetto non può essere innato o meno, solo la sua concezione può esserla. I numeri come oggetti ho si scoprono (quindi sono nella realtà) o si inventano (sono nella nostra mente).

    Che questo popolo abbia la concezione del numero ma non parole per esprimerlo non esclude nessuna delle due possibilità. I Pirahã hanno la concezione di quantità ma non il concetto di numero, ma questo deriva dal fatto che non hanno ancora scoperto che esistono nella realtà i numeri o che non li hanno inventati?

    Saluti a te!

  4. Non credo di riuscire a seguirti per bene e in particolare non capisco cosa intendi con “i numeri come oggetti”. Potresti spiegarmelo meglio?

    Forse quando dici “numeri come oggetti” intendi “rappresentazioni di numeri” che possono essere scritte e verbali (e cioè linguistiche) ecc: in tal caso il loro “non avere nulla per rappresentare” non mi sembra così terribile. Noi non abbiamo una parola per indicare “una persona pronta a perdonare i torti subiti la prima volta, a tollerarli la seconda, ma non perdonare mai la terza volta”, ma i congolesi sì (preso tra i commenti del post di psicocafè), ma concepiamo comunque una persona di quel genere. Forse però non intendi questo, e in tal caso ho buttato lettere.

  5. @Corrado: Se ho capito bene, la discussione riguarda l’ontologia matematica: i numeri esistono indipendentemente dagli uomini, che li scoprono, o sono inventati dagli uomini?
    Per i numeri, propendo per l’esistenza e la scoperta, per altri oggetti matematici (ad esempio: i numeri immaginari) sono invece più dubbioso.

    @Vaaal: Mentre scrivevo questo post, avevo in mente il lavoro di Piaget e Szeminska sulla genesi del concetto di numeri nei bambini.
    Per alcuni bambini cinque biglie distanziate sono “di più” di cinque biglie ravvicinate: vi è, per così dire, una percezione qualitativa delle quantità, alla quale si sostituisce una percezione quantitativa delle stesse. Potremmo anche parlare di giochi linguistici diversi, nei quali si valutano ora l’estensione ora la equinumerosità. Sarebbe interessante fare questo test ai pirahã…
    Comunque, i pirahã non sembrano proprio avere il concetto di numero, per quanto esso possa essere innato, anche se ovviamente prima bisogna capire che cosa è il concetto di numero (e ancora una volta lo ricondurremmo a determinate capacità…).

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