Breve riflessione sulla sperimentazione animale

closeQuesto articolo è stato pubblicato 3 anni 10 mesi 23 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Grandi dibattiti, almeno nella parte italofona del globo, sulla sperimentazione animale (a.k.a. vivisezione).

Grandi dibattiti di scarsa qualità, mischiando in un indistinto amalgama questioni squisitamente tecniche (l’utilità della sperimentazione animale e la validità delle alternative), politiche (bilanciamento tra varie sensibilità della popolazione), morali (come valutare diritti e benessere dei vari esseri vivente, umani e non umani) e filosofiche (statuto morale dei vari esseri viventi).
Personalmente sono uno specista, nel senso di credere che le differenze biologiche tra le specie giustifichino un diverso status morale. Il fatto che una medusa, priva di sistema nervoso,1 non avverta dolore rende questo animale moralmente differente da un gatto che il dolore, invece, lo avverte. Un’accezione di specismo che si distanzia da quella di chi il termine lo ha coniato come calco di razzismo e sessismo, riferendosi a discriminazioni ingiustificate.
Ecco, diciamo che il mio specismo è il sessismo dell’andrologo che non accetta pazienti di sesso femminile.

Ma la mia opinione sullo specismo cambia poco. Non credo che la questione specista sia il cuore del dibattito sulla sperimentazione animale.
Lo mette in evidenza questo fumetto, trovato stamattina:

35mq di Stefano Frassetto
35mq di Stefano Frassetto

Meglio un povero animale o Pedro, l’individuo subumano2 protagonista di 35mq?
Come sembrano mostrare alcune ricerche,  a essere determinante non è la specie alla quale appartiene l’individuo, ma la prossimità, la vicinanza affettiva.
La ragazza del fumetto si sente più vicina a un roditore che a Pedro. Gli animalisti (o almeno molti animalisti) si sentono più vicini alle cavie di laboratorio che ad altri esseri umani, sentono che conigli e cani fanno parte della loro comunità più dello sconosciuto che incontrano sull’autobus; i favorevoli alla sperimentazione animale il contrario.

Non siamo specisti, siamo – conio anche io il mio neologismo – prossimalisti. Il prossimo, il vicino, l’appartenente alla nostra comunità è ingiustificatamente  favorito.

  1. Se mi sbaglio correggetemi. []
  2. È specista l’espressione “subumano”? []

10 pensieri su “Breve riflessione sulla sperimentazione animale

  1. ma questo lo sperimentiamo tutti i giorni quando in TV o in rete leggiamo di animali maltrattati. uno dei commenti tipici che sento ogni volta è: io a quelli che maltrattano gli animali non so cosa gli farei. gli animalisti sono specisti come te ma al contrario. cioè considerano l’uomo moralmente inferiore rispetto alle altre specie.

    sulla medusa che non prova dolore ci sarebbe da discutere, poiché dipende dalla definizione di dolore.

  2. Fra gli ambiti “mischiati” nelle discussioni di cui si legge in giro, oltre a quelli che citi, c’è anche quello del diritto, sottilmente distinto da quello morale per il fatto di considerare rilevante, accanto agli elementi di prossimità ed empatia, quello di reciprocità. A questo proposito ho trovato interessanti queste considerazioni ospitate su Malvino.

  3. @fabristol: “gli animalisti sono specisti come te ma al contrario”. Io non credo che di base siano specisti ma, appunto, prossimalisti, alla base delle diverse intuizioni morali tra un animalista e un ricercatore non c’è un discorso di diversa dignità tra le specie, ma semplicemente di vicinanza o, se preferisci, di appartenenza (ovviamente le caratteristiche della specie influenzano questa vicinanza: più semplice sentirsi vicini a un cane che a un’ameba).
    Riferendosi al dolore fisico, la medusa non soffre, o sbaglio?

    @mlejnas: Ho letto quel pezzo. Convincente ma fino a un certo punto (mi sembra che alla base ci sia una definizione molto particolare di diritto).

  4. invece secondo me – nella mia esperienza quotidiana perlomeno – molti animalisti odiano la propria specie. più volte ho sentito persone sperare in una diminuzione della nostra specie anche in modo violento pur di salvare il pianeta.

    sul dolore e le meduse. non è semplice rispondere a causa dell’impossibilità di stare dentro al “cervello” di una medusa. ok non hanno un cervello ma una rete nervosa su tutto il corpo, la quale però percepisce gli stimoli esterni inclusi quelli che in altre specie porterebbero alla percezione del dolore. e qui è veramente difficile andare avanti: reagire ad uno stimolo doloroso è come provare dolore? d’altronde se l’esperienza di venire mutilati dei propri tentacoli non fosse negativa la medusa rischierebbe continuamente di avvicinarsi al pericolo. e se sono sopravvissute per centinaia di milioni di anni forse la percezione del dolore ha aiutato. il problema è che il dolore non è un oggetto fisico, come un fotone che colpisce la nostra retina per esempio, ma una rappresentazione che un sistema nervoso fa di uno stimolo esterno. e qui torniamo all’anatomia della medusa: può la sua rete neurale elaborare la rappresentazione del dolore?

  5. @lectorFabristol: Gli estremisti ci sono sempre…
    Sulle meduse: un veloce viaggio su Wikipedia (in inglese) conferma l’esistenza di nociceptor anche in invertebrati (ma non trovo nulla sulle meduse/”pesci gelatinosi”); la questione del dolore però non è ridotta ai nociceptor, che sono una sorta di prerequisito, di condizione necessaria ma non sufficiente.
    Affermare che le meduse non sentono dolore è effettivamente semplicistico. Ribadisco comunque che non mi pare irragionevole e specista (in senso dispregiativo) considerare diversamente una medusa e uno scimpanzé.

  6. @–>Ivo

    Indubbiamente mi fai un grande onore confondendomi con Fabristol, ma per ora non posso aprire un nuovo fronte anche qui, dato che sto animatamente discutendo dalle parti di Malvino.

    @–>Fabristol

    Sperare in una diminuzione violenta non servirebbe a nulla, dato che dopo poco si tornerebbe come prima. Sperare in una diminuzione volontaria e incruenta (dunque frutto d’un atto volitivo e razionale che mi farebbe riconsiderare l’intelligenza della razza umana) … beh, ci spero anch’io, ma per i miei nipoti, dato che il mio ciclo vitale ha già fatto il fatidico giro di boa. Purtroppo, credo sarà la “mano invisibile” della natura, prima o poi, ad agire in nostra vece per preservare il pianeta.

  7. Parli di grandi dibattiti di scarsa qualità, ma non fai nessun riferimento preciso. Dove si sono svolti questi “grandi” dibattiti? E se parli di “scarsa qualità” a cosa ti riferisci? Scrivi “squisitamente” seguito da aggettivi quali “tecniche”, “politiche”, “morali”, “filosofiche”. Ma se scrivi “squisitamente” significa che a tuo parere le questioni dovrebbero svolgersi in altri ambiti: quali, secondo te?
    Ti definisci specista semplicemente perché riconosci le diversità biologiche. Peccato che l’antispecismo non si basa sull’idea di UGUAGLIANZA tra specie, è evidente che non siamo uguali ai topi, alle scimmie, alle meduse. E questo sta alla base della critica scientifica alla sperimentazione animale. Ed è per questo che la sperimentazione animale è completamente inutile, e perlopiù dannosa. Questo è dimostrato dal fatto che molte delle ricerche effettuate sino ad ora non hanno portato a cure vere e proprie di malattie (cancro, aids, laucemia, SLA, sclerosi multipla,ecc…), ma solo alla scoperta di farmaci sempre nuovi che non solo non servono a curare (al massimo creano dei farmacodipendenti) ma che prima o poi vengono COMUNQUE testate sull’uomo. La realtà è che qualsiasi sostanza chimica (e non parliamo solo di farmaci) viene prima sperimentata su diverse specie di animali ( e che danno luogo ad altrettante diverse risposte) e poi sugli umani, malati o meno, ignari o volontari. Tutto questo avviene perché è OBBLIGO. Questo significa che se anche qualcuno dovesse scoprire una cura naturale/miracolosa che funziona sull’uomo e alla quale il 100% degli uomini rispondono bene senza effetti collaterali, la legge IMPONE comunque di testarla su diverse specie animali prima di poterla commercializzare.

    Molto simpatica la vignetta. Rappresenta ciò che dovrebbe essere la realtà. Il malato ha avuto una sfortuna ma le conseguenze (per di più inutili) devono pagarle un TOT di animali innocenti, e più sfortunati di lui visto che sono nati per essere torturati, segregati e uccisi. E che comunque non potranno aiutarlo!! Oppure sai di qualche malato miracolato grazie alla vivisezione? E’ come dire: mi serve un cuore nuovo perché sto male, dunque datemi il tuo, il tuo, il tuo e il tuo.

    Per la cronaca, la maggior parte delle malattie di cui soffre oggi la popolazione umana è strettamente legata allo sfruttamento animale e della terra. Quindi sfruttiamo la terra e gli animali per produrre profitti che però ci fanno stare male e allora abbiamo bisogno di farmaci prodotti dalle stesse aziende/multinazionali che sfruttano la terra e gli animali, raddoppiando così i loro profitti.

    L’antispecismo nasce da una questione prettamente etica sul rispetto di ogni essere vivente e trova la sua dimostrazione di giustizia nelle questioni ecologiste/salutiste/scientifiche.

    Il prossimalismo l’aveva già riassunto l’inventore del proverbio “Occhio non vede cuore non duole”. Niente di nuovo insomma.
    E niente di personale.

  8. @lagazzaladra:

    Dove si sono svolti questi “grandi” dibattiti?

    Blog, social network vari, televisione e giornali… il post l’ho scritto a metà gennaio, quando il “caso” Caterina Simonsen era al suo apice; adesso mi pare che il dibattito si sia un po’ raffreddato.

    E se parli di “scarsa qualità” a cosa ti riferisci?

    Come scritto subito dopo, al fatto che si mischiano questioni diverse.

    se scrivi “squisitamente” significa che a tuo parere le questioni dovrebbero svolgersi in altri ambiti

    A dire il vero, l’esatto contrario: se scrivo che l’utilità della sperimentazione animale è questione squisitamente tecnica, intendo che va discussa da un punto di vista tecnico-scientifico e non morale o politico.

    Ti definisci specista semplicemente perché riconosci le diversità biologiche

    Hai letto male: ho scritto che mi definisco specista perché credo che le differenze biologiche tra le specie giustifichino un diverso status morale. Si tratta, sempre come scritto, di una ridefinizione, perché chi ha coniato il termine intende discriminazioni ingiustificate.

    Il prossimalismo l’aveva già riassunto l’inventore del proverbio “Occhio non vede cuore non duole”.

    Evidentemente non mi sono spiegato bene, perché quel proverbio non c’entra nulla.
    È indubbiamente vero che non c’è nulla di particolarmente originale, perché gli studi sull’evoluzione della moralità da tempo ha messo l’accento sulle comunità, con l’empatia riservata esclusivamente a chi appartiene alla propria comunità.

  9. ‘quando il “caso” Caterina Simonsen era al suo apice; adesso mi pare che il dibattito si sia un po’ raffreddato’

    approfittare del ‘caso simonsen’ per parlare di SA, e farlo nello stesso scarsissimo modo con cui è stato affrontato l’argomento dai media…che senso ha?

    Come scritto subito dopo, al fatto che si mischiano questioni diverse.

    e secondo te perché la questione va affrontata solo dal punto di vista tecnico/scientifico? forse perché tu ti definisci specista? ma soprattutto, se così deve essere, perché tu non hai fatto il minimo accenno ad un dato tecnico/scientifico?

    A dire il vero, l’esatto contrario: se scrivo che l’utilità della sperimentazione animale è questione squisitamente tecnica, intendo che va discussa da un punto di vista tecnico-scientifico e non morale o politico.

    Dovresti spiegarne il perché. d’altronde non è fresca la notizia che anche gli animali riescono a sentire dolore e provare sentimenti/emozioni, dunque non vedo perché sottovalutare questo aspetto o fingere che non esista. in più, come dicevo prima, qui la questione non è più solo scientifica o etica, ma prettamente economico/politica visto che le multinazionali sostenute e coperte dai governi fanno affari sulle vite degli animali (umani e non). Direi che neanche questo aspetto andrebbe sottovalutato, che ne pensi?

    Hai letto male: ho scritto che mi definisco specista perché credo che le differenze biologiche tra le specie giustifichino un diverso status morale. Si tratta, sempre come scritto, di una ridefinizione, perché chi ha coniato il termine intende discriminazioni ingiustificate.

    Lo specismo, come le altre discriminazioni, è frutto della convinzione che il “diverso” valga un po’ meno e può dunque essere sacrificato. Per status morale intendi che io uomo posso rinchiudere un animale, ad esempio una mucca, stuprarla con l’inseminazione artificiale e scegliere quando e come partorirà, farla sgravare e togliergli subito suo figlio uccidendolo davanti a lei, e ripetere la stessa cosa più e più volte, farle un buco nello stomaco che rimarrà sempre aperto per poter controllare la sua alimentazione infilandoci i dentro il braccio, alternando schiaffi, calci e bastonate in faccia ai suoi faticosi ed inutili travagli fino alla morte semplicemente perché ho le doti fisico/biologiche per farlo? Voglio dire: una mucca ha le doti fisiche per uccidere un uomo, come le ha un cane, come le hanno i maiali. Io personalmente non credo che non lo facciano per una questione di “status morale”. Sinceramente il perché non lo so, perché gli animali non parlano la nostra lingua, ma non credi che dovremmo abbassare un po’ le penne e toglierci dalla testa la presunzione di essere l’unica specie in grado di poter dare l’esempio? Non credi che dovremmo imparare cose oggettivamente belle e NON studiare per trovarne sempre di più brutte?

    Evidentemente non mi sono spiegato bene, perché quel proverbio non c’entra nulla.
    È indubbiamente vero che non c’è nulla di particolarmente originale, perché gli studi sull’evoluzione della moralità da tempo ha messo l’accento sulle comunità, con l’empatia riservata esclusivamente a chi appartiene alla propria comunità.

    Esclusivamente mi sembra eccessivo. Ma se così fosse, tanto di cappello agli attivisti antispecisti che liberano animali mai visti e conosciuti prima. Oppure ritieni giusto il tuo prossimalismo? Perché un conto è ammettere di esserlo, un conto è trovarne la giustificazione.

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