Raccontare se stessi

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 1 mese 19 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Raccontare la propria vita, scrivere una autobiografia, spiegare se stessi.
Può sembrare facile, ma in realtà è un compito difficile. Lo scopo dovrebbe essere raccontarsi agli altri, in modo che gli altri ci conoscano.

La prima difficoltà è appunto quella della conoscenza: conosciamo gli altri, li frequentiamo, ma non frequentiamo noi stessi, noi siamo noi stessi. Conoscere se stessi non è difficile, è semplicemente impossibile. E forse è anche pericoloso: per riprendere André Gide, il bruco che cercasse di conoscere se stesso non diventerebbe mai una farfalla.

Un secondo problema è dato dall’oggettività. Un racconto in prima persona, in realtà, non è mai davvero in prima persona. L’operazione del raccontarsi, magari ad anni di distanza, non è neutra. Il punto di vista di chi scrive non coincide con quello di chi è (de)scritto.
Prendiamo la autobiografia immaginaria di un grande poeta. Vi è scritto che, da giovane, andava male a scuola. Ma come cosa significa questo andare male a scuola? Quando il grande poeta non era ancora tale, ma era appunto un semplice studente, significava semplicemente che era un cattivo studente. Nient’altro. È solo anni dopo che si rileggono i risultati scolastici come indice di originalità, di incomprensione da parte degli insegnanti, e così via. E il grande poeta non può fare a meno di proiettare questo nuovo significato sul passato: la frustrazione del giovane studente bocciato sarà comunque vista attraverso la rivincita successiva.
Questo fenomeno è avvertibile in tutti i racconti: anche un diario racconta gli eventi del giorno scritti il giorno stesso, ma comunque alla sera, quando la giornata è finita.
Insieme all’oggettività vi è quello della collettività. Una biografia è un atto sociale: si scrive di se stessi, ma non si scrive per se stessi. I futuri lettori sono virtualmente presenti nella scrittura, e sono in parte responsabili del testo: non si può non tenere conto del lettore: lo si sfiderà, lo si criticherà, si cercherà di stupirlo o di divertirlo, ma si scriverà pensando a lui, al lettore.

Tutto questo rende ogni autobiografia traditrice, infedele. E purtroppo lo stesso si può dire per ogni biografia. Non si conoscerà mai una persona a partire da un racconto.
Forse il problema è l’ideale di una conoscenza in realtà impossibile da raggiungere, anche trascorrendo tutta la vita insieme.
Sicuramente è così, ma è comunque possibile una via d’uscita: affidarsi al caso. Scrivere una biografia che non è un racconto, ma un elenco rapsodico, non ordinato di relazioni. I film che ha visto (non i film preferiti, perché la decisione dei film preferiti sarebbe, appunto, una scelta, una narrazione), i libri che ha letto, che si trovano sulla sua libreria, quello che mangia, i luoghi che ha visto, e così via.

Non è chiaramente una soluzione definitiva, e non è di certo il raggiungimento della conoscenza ideale. Ma è un inizio.

3 pensieri su “Raccontare se stessi

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