Questione di pelle

closeQuesto articolo è stato pubblicato 10 anni 16 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Antefatto

È estate.
In estate capita di prendere un po’ di sole, e di conseguenza capita che il colore della pelle sia un po’ più scuro che d’inverno.
In estate capita anche di andare a letto tardi, e così non sempre la mattina di ha voglia e il tempo di radersi.
In estate capita che, per il caldo, uno indossi dei sandali, una maglietta e dei pantaloni leggeri.
In altre parole: in estate, a me capita di prendere quel “sapor mediorientale” della canzone di Gianna Nannini (sul bello e impossibile ci sto ancora lavorando).

Primo episodio

Sette di mattina. Treno semivuoto: nello scompartimento, oltre al sottoscritto, c’è un gruppetto di ragazzi, diretto chissà dove.
Mentre cerco di dormire, i ragazzi iniziano a guardare, e soprattutto ad ascoltare a volume incompatibile con il mio sonno, alcuni filmati girati con i cellulari.
Dopo i filmati, si passa alla musica: simpatiche canzoni su fanciulle dalle troppo esuberanti frequentazioni, ispirate liriche sul consumo di varie sostanze più o meno naturali, dure requisitorie sulle incapacità di vari rappresentanti del mondo adulto, professori e genitori in primis.
Uno dei ragazzi, il leader del gruppo, almeno a giudicare dal tono di voce, prepara i compagni: adesso sta per arrivare un pezzo veramente notevole. Uno dei migliori della sua playlist. La canzone inizia: parla di un autobus pieno di albanesi. Il testo mi incuriosisce: voglio cercare di capire se il razzismo è ironico o reale.
Non avrò modo di scoprirlo: uno dei ragazzi fa un cenno al leader, bofonchia due parole: la canzone non è adatta, spegni tutto e cambiamo carrozza. Che figura di merda: mettere una simile canzone sugli albanesi con uno che, magari proprio albanese non è, ma di sicuro è di quelle parti lì!

Secondo episodio

Otto di mattina. Stazione ferroviaria di Chiasso. Insieme a molte altre persone passo davanti alla dogana. L’agente della polizia di stato che ha bellamente ignorato tutti gli altri passeggeri, mi chiede i documenti. Gli porgo la mia carta di identità. La osserva a lungo.
«Nella sua borsa cosa c’è?»
Nella mia borsa c’è di tutto. Ecco un breve ma incompleto inventario: bottiglia da due litri piena di tè freddo, un contenitore di plastica per la frutta, uno per la verdura, diversi fogli sparsi con articoli filosofici e scientifici in almeno un paio di lingue, vari documenti del lavoro, un computer portatile, due paia di occhiali, svariati cavi per il computer, un paio di libri, alcuni caricabatterie e tre cellulari (uno per la Svizzera, uno personale per l’Italia e uno aziendale).
Come riassumere tutto questo al solerte agente? Mentre cerco le parole adatte, il solerte agente mi viene incontro con la burocratica definizione di quella che i miei colleghi chiamano “la borsa di Mary Poppins”.
«Effetti personali?»
«Sì, sì, giusto, effetti personali!»
«Solo effetti personali?»
Già, solo effetti personali? Per rispondere a questa domanda sarebbe necessario avere una definizione precisa di “effetto personale”. Il cellulare aziendale è un effetto personale? E le zucchine al vapore? Il solerte agente non ha la faccia della persona interessata a queste elucubrazioni semantiche: meglio optare per una risposta secca.
«Sì»
«Può aprire la borsa?»
La apro. Sono in bella vista: un portaocchiali, uno dei cellulari, il portatile, alcuni fogli e, soprattutto, i contenitori del mio pranzo, ben avvolti nella carta e chiusi in un sacchetto trasparente.
Il solerte agente prende uno dei due contenitori.
«Qui dentro cosa c’è?»
«Il mio pranzo»
«Sarebbe?»
«Lì c’è la verdura, nell’altro contenitore c’è della frutta. Poi, c’è una bottiglia di tè freddo.»
Il solerte agente scruta il contenitore della verdura. È indeciso se aprirlo o no. Lo avvicina al naso e inizia ad annusare. Mi sento in dovere di dire qualcosa:
«Sono zucchine e cavolfiori cotti al vapore.»
Il solerte agente allontana immediatamente il viso dal sacchetto e me lo riconsegna. Evidentemente la possibilità di catturare un pericoloso spacciatore internazionale non vale il rischio di annusare del cavolfiore bollito alle otto di mattina.

Conclusioni

Uno parla male dei giovani d’oggi, e poi si ritrova ad aver a che fare con un solerte agente non più giovane ma decisamente più fetente.

6 pensieri su “Questione di pelle

  1. come moglie (tua) ho il dovere morale di chiedermi: ma come ti mando in giro conciato?
    by doda

  2. A me era capitato una cosa simile quando avevo 18 anni.
    Mi ero deciso a fare una lunga passeggiata, dal centro, periferia, zona quasi agricola, e giu fino al confine con la Slovenia.
    Mise di Enochirios: giacca a vento, maglietta bianca un po’ sudata, pantaloni estivi da bancherella, barba non fatta, scarpe da ginnastica.
    Mentre mi aggiro con fare svagato, si accosta una volante della polizia: “Scusi… LEI! Ma “- lentamente e in modo innaturale – “lei – parla – italiano?”
    Ho resistito a stento alla tentazione di rispondergli: “Sì, anche meglio di lei.”
    Ma capisco la preoccupazione del poliziotto: potevo essere un pericoloso passeur o un clandestino appena sbucato fuori dalla sterpaglia.
    Non credo però fossero i vestiti: deve essere proprio la mia facciaccia! 😛

  3. bel racconto…e soprattutto bella giornata.
    A volte e’ meglio avere giornate del genere, che stare seduti d’avanti al pc tutto il giorno!

  4. A volte e’ meglio avere giornate del genere, che stare seduti d’avanti al pc tutto il giorno!

    Potrei anche essere d’accordo, se non fosse che, una volta arrivato a Milano, ho passato tutta la giornata davanti al computer!

  5. Ecco, figurati uno che non è neppure pallido!
    (comunque, stai attento: con il vostro nuovo sindaco, Verona, per un islamico pallido, potrebbe essere anche più pericolosa della dogana italo-svizzera!)

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