Innocenti risate

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 6 mesi 9 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Nel 1900 vennero dati alle stampe, tra gli altri, due testi molto interessanti. Il primo, in realtà uscito il 4 novembre del 1899 ma volutamente postdatato, è la Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Il secondo è Il riso. Saggio sul significato del comico di Henri Bergson. Ciò che accomuna i due testi è il rapporto tra l’uomo e la società, ed entrambi gli autori descrivono questo rapporto come conflittuale, leggendo in una nuova maniera due fenomeni considerati innocenti: il sogno e la risata.

Freud considerava pericolosa la diffusione, e la conseguente banalizzazione, delle sue teorie. La sua analisi dell’inconscio doveve evidentemente rimanere una faccenda per addetti ai lavori, non per il grosso pubblico: in questa ottica si spiega la diffidenza con la quale accolse il film di Stellan Rye Lo studente di Praga (Der student von Prag) del 1913, nel quale l’inconscio di un infelice ragazzo si materializzava in un inquietante doppio, fuoriuscito ovviamente da uno specchio. L’interpretazione dei sogni non è quindi una attività semplice.
Bergson non aveva invece simili premure: le sua analisi del comico sembra essere innocua, segno questo della semplicità della lettura dei fenomeni comici.

Purtroppo per Bergson, nel riso c’è molto più di quello che lui vi ha trovato e ha descritto.
Il riso è un fenomeno sociale, scrive il filosofo francese, e ciò è indubbiamente vero. Il riso, prosegue, ha la funzione di castigo sociale: la punizione alla piccole trasgressioni delle regole del vivere comunitario, trasgressioni che non meritano una punizione vera e propria, come una multa o il carcere, ma che non possono neppure venire ignorate. La figura del distratto è uno degli esempi di Bergson: una persona sbadata non merita certo la galera, ma il suo non è un atteggiamento socialmente accettabile, e pertanto la società deve punire i distratti, e il castigo scelto è, appunto, il riso.

Eppure ridono anche i bambini, e persino i neonati: è difficile sostenere, come l’analisi di Bergson imporrebbe, che anche un neonato intende punire un comportamento potenzialmente pericoloso per la società. La sua non è una analisi del riso o della comicità, ma della derisione e dello sfottò. Coglie solo un aspetto del problema.
Decisamente meglio Freud, che prosegue la sua analisi dell’uomo con Il motto di spirito, del 1905.

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