Complessità mortali

closeQuesto articolo è stato pubblicato 9 anni 3 mesi 13 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Secondo il codice civile, dieci anni dopo la scomparsa di una persona è possibile dichiararla legalmente morta (in caso di guerra o incidenti, gli anni diventano molti meno).
Si tratta forse di una inaccettabile e materialistica riduzione dell’essere persona al fare una telefonata agli amici e organizzare una cena con i parenti? Un attacco laicista alla vita degli eremiti?
Difficile sostenerlo. E allora non si capisce perché “l’idea che una persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più […] comporta una identificazione della persona con le sole attività cerebrali”, come afferma Lucetta Scaraffia in un contestatissimo articolo per l’Osservatore Romano (I segni della morte, 3 settembre 2008).

In questo ragionamento c’è, evidentemente, una qualche altra assunzione che permette di passare dal “cervello che non funziona più” alla “identificazione della persona con le sole attività cerebrali”. Credo che questo assunto sia il fatto che qui non si ha a che fare con dei segni della morte (come il titolo dell’articolo, evidentemente non scelto dall’autrice, lascerebbe pensare), bensì con l’essenza della morte, e quindi della vita (oltre che con il “solito” problema dell’identità personale).

L’idea che traspare da questo articolo è che la vita sia un qualcosa di semplice e unitario. La possibilità che si abbia a che fare con un concetto complesso non viene presa in considerazione.

7 pensieri su “Complessità mortali

  1. Probabilmente mi sbaglio, ma credo che per la Scaraffia la cessazione del cervello sia proprio un segno di morte (per lei, un segno inaffidabile). L’essenza della morte per lei è “persona muore quando anima parte”. E quindi la domanda diventa: quanto dobbiamo aspettare per essere certi che l’anima se ne è andata? La cessazione del cervello come può escludere che l’anima non sia ancora lì?

  2. @Giuseppe: Corretto (devo ricordarmi di non pubblicare post mentre guardo CSI)

    @Caminadella: Se fosse così, non ci sarebbero problemi di “riduzione ontologica”, come invece l’articolo paventa. Probabilmente l’autrice non ha le idee chiare neppure su questo punto.

  3. @Caminadella: Questa storia di dualismo e monismo, secondo me, colpisce nel segno.

    @Fabristol: La storia del razzismo darwiniano, se non sbaglio, viene dall’inossidabile Sermonti.

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