Milano, 25 luglio 2006

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 2 mesi 1 giorno fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

L’imperatore romano Tito Flavio Vespasiano, meglio noto come Tito (per differenziarlo da Tito Flavio Vespasiano meglio noto come Vespasiano: che fantasia questi romani!) resse le sorti dell’Impero Romano dal 79 all’81 e dovette affrontare, tra le altre incombenze, la disastrosa eruzione del Vesuvio.

La piazza che Milano gli ha dedicato non ha, per fortuna, nulla di disastroso. Vicino a Tito Livio, che visse circa un secolo prima, a Tertulliano e a Lattanzio, nati rispettivamente uno e due secoli dopo, piazza Imperatore Tito è un piccolo angolo di verde dotato di panchine e spazio giochi per bambini.
Alle 9 di mattina la piazza è più un luogo di transito che di sosta: impiegati che si recano in ufficio o al bar, gente che aspetta l’autobus o che si reca a fare la spesa.
Ad approfittare delle panchine ci sono solo un pensionato con l’immancabile copia del Corriere della Sera e un povero sfigato, che poi sarei io, giunto in terribile anticipo e rassegnato ad aspettare pazientemente, leggendo Jean-Luc Nancy.

L’attenzione, ben presto, si sposta dalle pagine del libro all’ambiente circostante. C’è qualcosa di molto milanese in quel piccolo parco.

Il vociare delle persone, innanzitutto. Non che in altre città la gente sia silenziosa: tutt’altro. Le voci di Milano hanno tuttavia qualcosa di particolare e di unico. Saranno gli argomenti, quasi sempre legati al lavoro e ai soldi, oppure quello strano misto di accenti e cadenze provenienti da tutta Italia, e oramai da tutto il mondo, o forse è la fretta, quella immancabile sensazione di essere in ritardo, anche quando si è in tremendo anticipo: rimane il fatto che le chiacchiere da bar di Milano sono inconfondibili.

Molto milanese è anche il prato. Completamente recintato: il prato milanese si può guardare ma non toccare. Impossibile accedere alle piante, avvicinarsi, girarci attorno. Impossibile anche portarci i cani, e qui il divieto è perfettamente comprensibile nel contenuto, un po’ meno nella forma: i cartelli, più numerosi degli alberi, non indicano un perentorio ma accettabile “È vietato far lordare ai cani”, bensì un inquietante “No cani”. Una sorta di Soluzione finale canina, inequivocabile anche nella grafica: un cane dentro un segno di divieto semi cancellato, che tragicamente ricorda un mirino.

Intanto, un bambino, biondo e felice, gioca sull’altalena. Un albero impedisce in parte la visuale, e il pargolo sembra essere solo. Ovviamente è impossibile: non avrà neppure tre anni, da qualche parte ci deve essere la madre.
Da dietro l’albero sbuca una ragazza: tratti orientali, carnagione olivastra. Prende il bambino in braccio e gli porge del succo di frutta.
Molto milanese anche lei, oramai più della madre.

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