Grosse idee

closeQuesto articolo è stato pubblicato 4 anni 8 mesi 23 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Mi sembra un’ottima idea valutare questioni etiche come le cure compassionevoli in base al numero di tette al vento che riesci a portare in piazza.

Roma - Manifestazione PDL a Piazza del Popolo
Fonte: Corriere della Sera

9 pensieri su “Grosse idee

  1. Non è giovane, ha “potenziato” tramite chirurgia estetica, e ha avuto un cesareo – eppure i pidiellini paiono non curarsi di tutte queste infrazioni del “codice etico della donna” sostenuto dal loro partito…

  2. A me, a pelle, pare nel complesso un buon esercizio della libertà di espressione: non inquina, non fa male a nessuno, funziona e veicola messaggi positivi.

  3. Queste performance sono un altro modo per sfruttare il corpo della donna in quanto corpo di donna.
    Aggiungo, quindi, che il particolare della mastoplastica è pertinente e rilevante.

  4. (il termine che ho usato, sfruttamento, non voleva avere connotazioni negative)

    Anche delegare lo sfruttamento del proprio corpo dovrebbe fare parte di tale libertà, come quando una modella si fa fotografare mezza nuda per pubblicizzare prodotti di vario genere.
    Tuttavia, sembra che questo scenario alternativo non incontri molte simpatie, generalmente.

  5. @Marcoz: La mia perplessità, in genere, è per la pochezza del concetto che c’è dietro. Quando c’erano ancora le fiere, si diceva che più belle erano le ragazze di uno stand più scadenti erano i prodotti presentati…

  6. @Ivo
    È il rischio che si corre quando c’è di mezzo la nudità femminile, con tutto ciò che comporta. Ma non la considererei una regola aurea, perché altrimenti si rischia di fare un errore di valutazione nel senso opposto.
    Ciò di cui possiamo essere ragionevolmente certi è che molto spesso il corpo della donna va a colmare una carenza di fantasia e di capacità comunicative, al di là della bontà o meno del “prodotto” che si deve veicolare. Carenza ancor più evidente se la comunicazione è affidata a chi, della stessa, ne fa una professione.

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