Fuori linea

closeQuesto articolo è stato pubblicato 8 anni 10 mesi 18 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Un giorno qualcuno chiese a Bruno Lauzi perché componeva solo canzoni tristi1. Lui rispose (o almeno così raccontava durante i suoi concerti) che le canzoni si scrivono quando l’amore non c’è più. Perché quando l’amore c’è, e soprattutto quando fai l’amore, la chitarra non sai dove metterla.2

Potrei riciclare la risposta di lauzi per quanto riguarda il mio rapporto con quello che mi piace chiamare ego 2.0, l’estensione su web (2.0, ovviamente) della propria personalità. Facebook, aNobii, Flickr!, YouTube eccetera.

Da questo punto di vista, sono un immigrato digitale, non un nativo: per me tenere una traccia digitale di quello che faccio o leggo è uno sforzo. Riprendendo Lauzi: se leggo un libro il computer non so dove metterlo, e il mio cellulare non ha neppure gli mms, figuriamoci una connessione a internet.

Ciononostante anche io ho un ego 2.0, e così ho deciso di aggiornare la sezione Contatti nella colonna qui a fianco, aggiungendo altri riferimenti.
A proposito di modifiche al sito: ho rimosso la possibilità di votare i post: la maggior parte degli articoli non ha racimolato neppure un voto.

  1. Solo canzoni tristi: O frigideiro è in effetti una delle canzoni più struggenti mai scritte. []
  2. Secondo altre versioni, più caste, la risposta di Lauzi sarebbe stata “Perché quando sono felice esco”. []

5 pensieri su “Fuori linea

  1. Secondo te io che sono nato nel 1981 sono un nativo o un immigrato? Ho avuto il commodore 64 a 10 anni, ma è anche vero che a parte inserire un disco e giocarci non sapevo farci nient’altro. Insomma, come in un oggetto steampunk, diciamo che il commodore sarebbe potuto essere meccanico e mosso dal vapore e per me non avrebbe fatto differenza.

  2. Direi che noi tutti potendoci definire “padri fondatori”, costituenti, capostipiti, siamo assolutamente nativi, per quanto nostalgici di quella realtà che noi stessi abbiamo voluto superare. Quelli dopo di noi, non ricordando nessun “prima”, probibilmente non sapranno apprezzare nemmeno il “qui e ora”. Solo il “mentre” che noi siamo può sentire il brivido, lo spaesamento e anche a volte la nausea, del trapasso.
    “Fa parte della natura di certe transizioni, il dover parlare ancora il linguaggio di ciò che esse aiutano a superare”.

  3. @.mau.: Terribile dimenticanza: grazie di aver rimediato!
    @Fabristol: Immigrato di seconda generazione?
    Temo comunque che per noi nati fine anni ’70 inizio anni ’80 queste categorie siano difficilmente applicabili (ammesso che lo siano per altri).

    @zar: Io mi sento soggetto passivo dei cambiamenti tecnologici, non attivo, figuriamoci costituente!

  4. Anche io mi sento soggetto passivo degli attuali e repentini “cambiamenti” tecnologici, ma l’era del computer e di internet – a meno che tu non abbia più di quarant’anni – l’abbiamo inaugurata (e voluta) noi.

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