Carissimo Toro

closeQuesto articolo è stato pubblicato 8 anni 2 mesi 22 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Perché volere la corrida?

Da un punto di vista utilitarista, si potrebbe dire perché la sofferenza del toro non raggiunge il piacere provato dagli spettatori – certo, è un utilitarismo cieco e insensibile, che preferisce amputare le gambe a un uomo al dare un calcetto negli stinchi a tutti gli altri esseri umani presenti e futuri, ma ogni meta-etica è bella a mamma sua.

Da un punto di vista deontologico? Quali sono i valori e i principi contenuti nella Corrida? Claudio Risé, su Il giornale di qualche giorno fa, giustifica la corrida come confronto con il lato selvaggio:

Certo la corrida è diversa, più fanfarona, più pesante, più squilibrata a sfavore del toro, però è sempre questo: “l’uomo che guarda, si confronta, e infine sacrifica il suo lato selvaggio, per accedere a una piena umanità”, così pensava Jung, che non scriveva romanzi gialli, ma scrutava e curava l’inconscio.

Risé espone, brevemente, una narrazione antica e affascinante: l’uomo e il toro, l’umanità e l’animalità, e così via.
Una narrazione che, nonostante quello che pensa e ha scritto Risé, non è eterna e immutabile e, soprattutto, non è l’unica possibile:

Può vivere l’uomo, ed in particolare il maschio, senza incontrare, rincorrere, ferire e lasciarsi ferire, dal toro, e poi sacrificarlo?

Per quanto mi riguarda, la risposta è , l’uomo può vivere senza incontrare, rincorrere e ferire il toro.
Sono possibili altre narrazioni, e di fatto esistono altre narrazioni, nelle quali non siamo «uomini fatti a immagine e somiglianza di Dio» e il toro non è «altro da te, lontano». Credo che occuparsi di queste nuove narrazioni sia attività più interessante della nostalgia verso vecchie narrazioni.

14 pensieri su “Carissimo Toro

  1. Non dimentichiamo l’argomento liberale che la nostra libertà finisce dove inizia quella dell’altro (lontano o no, poco conta). Si tratta solo di decidere se il toro sia un altro rilevante – ciò che richiede di riflettere sugli animali invece che su noi stessi.

  2. poveri utilitaristi! eppure è stato bentham a dire che il criterio fondamentale per far parte della comunità morale non è la capacità di ragionare (solo umana, si crede(va)), ma quella di soffrire, propria di tutti gli esseri viventi, quindi da un pdv utilitarista la corrida è male. e tra l’altro da qualche parte nella deontologia sempre di bentham mi pare ci fosse il principio di non togliere a nessun individuo la felicità di cui già dispone nemmeno per aumentare quella totale, quindi di nuovo un utilitarista dovrebbe rifiutare la corrida perché toglie al toro la felicità che ha.
    gli argomenti che si usano in spagna sono che il toro da corrida vive anni molto felici, in piena libertà – quasi selvatico, non come gli altri bovini da carne. e questo dovrebbe essere quel tipo di vita “eroica”, breve ma intensa e gloriosa, perché a un toro che combatte bene viene salvata la vita a furor di popolo.
    argomento che però dice proprio che il toro è felice prima della corrida, quindi un benthamita dice no alla corrida.

  3. L’ alternativa proibire/consentire non è mai simmetrica come sembra: se si proibisce la quantità dei tori ammazzati è ZERO, punto e basta. La soluzione caldeggiata dai proibizionisti è in effetti una soluzione grezza.

    La soluzione anti-proibizionista è molto meno grezza: il numero dei tori ammazzati varia a seconda della felicità dei soggetti (umani). Si paga per partecipare alla corrida. E si puo’ pagare anche per boicottarla. Un penny, un voto.

    Certo, bisogna accettare che l’ infelicità dei tori si rifletta e venga pesata dall’ infelicità degli animalisti. Personalmente accetto questa ipotesi che per molti è problematica.

    Gli animalisti non vogliono la corrida: se la comprino. Gli hemigwayani ne vanno matti: se la comprino.

    Per sfuggire alla grettezza l’ esito dovrebbe soppesare le offerte, ma la premessa è l’ anti-proibizionismo.

  4. @Rufo: « Si tratta solo di decidere se il toro sia un altro rilevante». Una domanda semplice semplice…

    @alex: E infatti da alcuni Bentham viene considerato un utilitarista spurio.

    @broncobilly: Prospettiva interessante.
    Ho una perplessità: quanto dovrebbero spendere gli animalisti? Dovrebbero comprare tutte le arene spagnole, e magari tutti i terreni edificabili spagnoli per impedire la costruzione di nuove arene. Gli hemingwayani (sembra un nome di alieni di Star Trek!) sono quantomeno avvantaggiati: basta costruire una singola arena e il gioco è fatto!

  5. E’ utile quest’enumerare questioni concrete e poco affette da tumulti ideologici, come invece la bioetica: pena di morte, corrida, etc.

    Alla prova della realtà, dove non ci sono mica solo problemi banausici ma pure dilemmi etici da sbrogliare, numerose celebrate teorie appaiono come si rivelarono le speculazioni di Russell nell’esperimento della scuola di Beacon Hill.

    Modeste, fantasiose ed ingenue seghe mentali.

  6. L’articolo di Risé è una compiuta descrizione del senso che può avere la corrida.
    Acuto, completo ed esaustivo.

    Resta da vedere se davvero i toreri e il pubblico la vedano così o non sia una mitizzazione intellettuale.

    Superato il modesto scoglio dei fatti, foss’anche universale l’esercizio eroico della prova di valore, mi chiedo se basti a giustificarlo.

    Ci sono rituali sessuali che prevedono la mutilazione. Avranno un senso profondo pure quelli.
    Non credo basti a giustificarle.

    Il rito mi sembra una teatralizzazione che non disprezzo.
    Però oltre al senso dello spettacolo sono molto interessato al senso degli attori: cosa provano, cosa patiscono, cosa ne traggono.

    Oltre aell’animale io vorrei sapere come ne escono il torero e gli spettatori.
    Non è un esercizio della ferocia? Non addormenta la capacità empatica? Davvero la platea pagante cresce in un rito d’iniziazione alla maturità?

  7. Che uno spettacolo cruento possa far maturare (come si chiede Eno) chi vi assiste mi risulta difficile da comprendere.
    Che esistano la violenza e la morte lo sappiamo bene e lo vediamo tutti quotidianamente ed una ulteriore dimostrazione preparata ad arte non credo che cambi la nostra percezione dei fenomeni.
    Che la corrida sia mantenuta in vita per motivi economici e di immagine, questa sì che mi sembra la vera motivazione.
    “L’uomo che guarda, si confronta e infine sacrifica il suo lato selvaggio per accedere a una piena umanità”? Ma non diciamo cazzate (scusa Jung): per sfogare la violenza repressa, che in alcuni soggetti può essere davvero difficile da soffocare, e senza alcun bisogno di sacrificarla, ci sono sempre attività violente consentite dalla legge come ad esempio il pugilato.
    Coloro che invece amano soltanto guardare soffrire fino alla morte, beh per me questi hanno qualche problema.
    Filopaolo

  8. il pugilato volevo citarlo anche io. un bel punto di discrimine mi pare la partecipazione volontaria e consapevole a giochi violenti – deep play era un concetto anche questo di bentham: un gioco che ha costi così alti che per il partecipante è irrazionale parteciparvi. il pugilato può essere inserito in questa categoria, almeno prima facie.

    ma il toro sa a cosa va incontro? è decisamente improbabile. non conosce le regole del gioco, non sa quanto costerà. non è la stessa cosa di una lotta naturale, perché in natura il toro al limite combatte con un altro toro e l’aggressività intraspecifica non arriva (quasi) mai alla morte di uno dei lottatori. invece lottando contro l’uomo (anzi, gli uomini, perché il rapporto nell’arena è decisamente a favore del matador già prima) si arriva (quasi) sempre alla morte del toro. se un toro sapesse che questo gioco è così “profondo” vi si cimenterebbe?

    se un essere qualsiasi sapesse che il costo del gioco è la morte, parteciperebbe? il toro è “tirato dentro” inconsapevole, quindi all’ethos della corrida viene a mancare quella che è la base – l’onore, la lealtà. è tutta ipocrisia, per quello sono vestiti da pagliacci.

  9. Concordo sulla mancanza della lealtà nel gioco.

    Ma anche se il toro fosse consenziente – ammesso che un toro possa acconsentire a una corrida e non piuttosto aver una gran voglia d’incornare un catalano in ghingheri – Risé commentava sul valore della corrida, non direttamente sulla sua liceità.

    Alcune cose non possono essere proibite, ma hanno un disvalore.
    Non si può impedire a un gruppo che istiga all’odio religioso di riunirsi in privato e di norma neanche in pubblico: non per questo sono attività stimabili.

    L’interrogativo sul valore resta per una corrida o per il consensuale fight club di brad pitt.

    Poi, entro certi limiti, uno può pure fare uno sport violento, basso e degradante, senza però pretenderne l’elogio sulla stampa.

  10. Dici che il compito dei proibizionisti è arduo. E’ arduo ottenere un numero di tori ammazzati pari a zero, ma questo è solo il risultato estremo. Ottenere TUTTO è sempre arduo e costoso.

    Ricordo solo che in un regime di libertà assoluta di solito il “boicottaggio” trova mille forme che non si limitano all’ acquisto degli stadi e possono andare fino all’ ostracismo etico e sociale di chi è coinvolto nelle corride. Spesso queste operazioni non hanno grande successo? Solo se l’ interesse verso i tori è di facciata e non poi così diffuso.

    Cio’ non toglie che nella loro attuazione pratica i principi anti proibizionisti possano trovare una schematizzazione che li limiti senza abbandonarli.

    Ammettiamo che ad Hemigway-city si uccidevano mediamente 500 tori all’ anno. In una soluzione “cap & trade” l’ amministrazione metterebbe all’ asta 500 diritti a matare il toro nell’ arena, animalisti ed hemigwayani se li contenderebbero alla pari.

    In alternativa l’ amministrazione potrebbe limitare solo ad alcuni luoghi lo svolgimento consentito delle corride. Ecco allora che le scalate immobiliari sarebbero a loro volta limitate.

    E così via inventando.

  11. Il toro venne ucciso, perché rapì Europa. Ad Europa praticarono l’infibulazione, per punirla d’esser fuggita col toro.
    Tutte tradizioni che sarebbe giusto salvaguardare, per rispetto dell’identità culturale dei popoli.

  12. @eno: A me non dispiacciono le seghe mentali.
    Quanto ai riti: piacciono anche a me, anche se ho preferito sottolineare l’aspetto di narrazione che i riti, in genere hanno.
    Come si esce dal rito della corrida? Non lo so, mai vissuto in Spagna, mai andato a una Corrida. Dall’esterno, mi sembra un rito fossilizzato oramai privo di senso.

    @Filopaolo: L’alternativa è tra contagio e catarsi.

    @alex: Il problema è lì: il toro.
    Non è una semplice cosa – con un proprietario che può decidere quello che vuole. Ma non è neppure un individuo – capace di intendere, di volere e soprattutto di decidere.
    Si potrebbe anche studiare se c’è una sorta di tacito patto tra uomini e tori.

    @lector: Non esageriamo, con le radici da difendere…

    @broncobilly: Il ragionamento fila.
    Rimane il problema degli eventuali diritti del toro.

  13. In effetti io ero stimolato più dalla faccenda della narrazione che dal problema della corrida in sé.
    Non solo perché la narrazione ha già sostituito in molti casi l’esperienza cruenta, ma soprattutto perché questo discorso recupera un aspetto piuttosto negletto dalla maggioranza di coloro che sento affini, che siano liberali o concerned scientists.
    Quando ho scoperto che Rob Hopkins basa molto del suo lavoro sulla costruzione narrativa ho pensato “Questo è un po’ matto”.
    E invece…

  14. @Weissbach: La narrazione che sta dietro alla Corrida dovrebbe essere quella della socialità dell’uomo, del passaggio dallo stato di natura alla società nella quale il singolo sacrifica parte dei suoi interessi.
    Sa notare la differenza tra questa ricostruzione e quella di Risé, che parla di lato selvaggio e maschio che per essere tale deve affrontare il toro,incarnazione di questo lato selvaggio.

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