Beneficenza 2.0

closeQuesto articolo è stato pubblicato 7 anni 7 mesi 4 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Le festività natalizie sono oramai un ricordo: l’Epifania, che come tradizione vuole tutte le feste le porta via, è oramai passata da oltre un mese.
È oramai tempo di bilanci: siete stati buoni almeno per Natale? Al di là della vaga ipocrisia di questo invito (due settimane di sorrisi posso emendare un anno di cattiveria?), se uno ha l’impressione di non essere stato abbastanza buono per le feste, può provare rimediare con un po’ di beneficenza.

Le associazioni alle quali donare un po’ di soldi, diciamo trenta denari, sono innumerevoli: da Amnesty International a Emergency a Anlaids, giusto per citare le prime tre che mi vengono in mente (sentitevi liberi di integrare l’elenco nei commenti).
Voi versate i soldi e loro li gestiscono come meglio credono: voi non sapete come vengono davvero spesi i vostri trenta denari.
Non intendo diffondere sospetti che i responsabili di queste associazioni utilizzino i fondi per scommettere alle corse o per pagarsi altri vizi: semplicemente, non sapete in quale progetto verrà utilizzata la vostra donazione. Non sapete se i trenta denari inviati a Emergency verranno utilizzati in Afghanistan, in Cambogia o in Sudan oppure per comprare i francobolli – attività quest’ultima meno nobile, ma sicuramente necessaria. C’è un velo di ignoranza sugli ultimi beneficiari della nostra donazione.

Chiediamoci: perché una persona dona una parte dei propri guadagni in beneficenza? Per dovere, perché è moralmente giusto aiutare chi si trova in difficoltà; ma anche per piacere: il piacere di poter dire “ho fatto del bene”. Questo piacere è sicuramente ridotto dal velo di ignoranza di cui sopra.
È verosimile che poter conoscere, o addirittura decidere, l’esatta destinazione dei nostri soldi aumenterebbe il piacere di donare, e quindi in definitiva il numero di donazioni.

È questo uno degli aspetti filosoficamente interessanti di Kiva: poter decidere, con tanto di foto e una breve descrizione, chi aiutare (tramite un prestito senza interessi: quella di non donare denaro ma pretendere la restituzione dei soldi, seppur senza interessi, è un altro aspetto filosoficamente e moralmente interessante di Kiva).

Tutto bene, dunque?
Non proprio. Affidando la destinazione ultima degli aiuti alle comuni persone, ci si sottopone all’effetto delle distorsioni cognitive. In altre parole, si lascia maggior spazio ai pregiudizi delle persone.
Una vedova con bambini avrà così più opportunità di ricevere prestiti rispetto a un giovane non sposato – ma è giusta una simile disparità? Similmente, un venditore di carbone, tecnologia che noi consideriamo da evitare perché poco ecologica, potrebbe avere meno chance di ottenere un prestito rispetto al suo vicino di casa agricoltore – eppure il commercio di carbone potrebbe essere una attività più importante per l’economia locale. E che dire dei venditori di prodotti cosmetici? Quanti impegnerebbero i propri soldi in una attività che consideriamo superflua? E ancora: una bella e giovane ragazza raccoglierà più fondi rispetto a una anziana e brutterella, almeno dalla parte maschile degli utenti?

Simili pregiudizi intervengono anche nelle modalità tradizionali di beneficenza, ma possiamo immaginare che il loro effetto sia mitigato dall’intervento di esperti, la cui esperienza dovrebbe ridurre l’effetto di queste distorsioni cognitive. Il sistema congegnato da Kiva, in poche parole, rischia di essere iniquo, favorendo alcune persone per motivi che razionalmente non dovrebbero esistere.
Inoltre, se le donazioni tramite Kiva o altri sistemi simili diventeranno sempre più diffuse, c’è il rischio che i pregiudizi del ricco mondo occidentale modifichino in maniera non ottimale le economie locali dei paesi meno ricchi – di fatto allontanandoli da uno sviluppo pienamente autonomo che è uno degli obiettivi di questi prestiti.

Aiutare il prossimo non è un compito semplice.

16 pensieri su “Beneficenza 2.0

  1. Caro Ivo,Non sono d’accordo con quanto esponi qui perche’ penso che sia un’analisi troppo superficiale di come funziona Kiva. Sarei interessato leggere una critica morale del sistema, pero’ prima bisogna conoscerlo per sapere evidenziare i punti effettivamente discutibili altrimenti critichiamo in superficie e sbagliando.Parlo per conoscenza, infatti sono amministratore di un fondo con cui abbiamo effettuato 139 “prestiti” (la media user e’ 6.6).In Kiva si puo’ scegliere a chi imprestare e a chi no, ma non e’ vero che si puo’ cosi’ direttamente influenzare il mercato dei paesi in via di sviluppo! Infatti ogni imprenditore presente su Kiva e’ GIA’ STATO FINANZIATO (ed e’ ben visibile in ogni singola pagina dell’imprenditore/prestito). A cosa serve allora prestare i soldi se questa persona li ha gia’ avuti mi chiederete?Kiva funziona cosi’: ci sono dei field-partner (NGOs) indipendenti da Kiva che operano comunque sul campo e fanno micro-credito nella loro area. Sono loro che decidono a chi dare i soldi e come. Quindi possono sovvenzionare il carbone o la cosmetica secondo i loro propri criteri.Kiva e’ un ombrello con cui queste NGO possono avere dei canali di finanziamento aggiuntivi. A che pro? Se io NGO, che ho capacita’ di finanziamento limitate, ottengo un immediato ri-finanziamento del prestito che ho dato alla tessitrice Angela, quel capitale rientra e lo posso prestare a qualcun altro, che puo’ essere un imprenditore messo su Kiva MA ANCHE NO.Quindi la capacita’ di influenzare il mercato di un paese in via di sviluppo e’ nelle mani delle NGO che possono redistribuire il micro-credito secondo i propri criteri operativi e non dei moralisti benefattori occidentali, che anche volendo influenzare comportamenti attraverso investimenti discriminanti non fanno altro che restituire liquidita’ alle NGO.Altre critiche sono state invece sollevate al modello del micro-credito…Mi spiace dirlo ma se aspiriamo a fare informazione responsabile bisogna fare un minimo di ricerca. Se avessimo il pubblico di un quotidiano………

  2. Tra l’altro ti devo chiedere su che criterio ci dovremmo basare per la scelta delle immagini. Quella donna che metti non e’ un personaggio pubblico / di interesse pubblico / dominio pubblico, credo, e credo che tu non la conosca………..

  3. @ Niccolò: Ti ringrazio per la precisazione, che mi sembra però ininfluente. Gli intermediari, se dipendessero esclusivamente da Kiva, si adatterebbero comunque ai “gusti” degli utenti. Così non è, Kiva e sistemi simili non si sono ancora imposti, anche se secondo me ci si arriverà presto.

  4. Ho visto dove hai preso l’immagine, e non vedo alcuna autorizzazione a pubblicare l’immagine in qualsivoglia iniziativa. Chi mi conosce sa che sono un agguerrito sostenitore del copyleft, forse l’unico al San Raffaele ai miei tempi, in ogni caso certe volte il copyright e’ essenziale perche’ le immagini di persone che assentono a un progetto non vengano incluse in iniziative di senso contrario. L’uso dell’immagine nelle pubblicazioni non e’ mai assolutamente innocente, invece suggerisce interpretazioni o sfumature e neanche il nostro blog si esime dall’esercitare questo.

  5. Mi spiace ma non vedo su cosa il tuo argomento si poggi, se si tratta di come le NGO, che partecipano in Kiva come dici tu per massimo il 30% delle loro attivita’,  sarebbero invogliate a favorire alcune attivita’ economiche piuttosto che altre, quando sono pre-esistenti e non rendono conto ne al pubblico di Kiva ne a Kiva del loro operato. Inoltre operano secondo una loro ideologia, che si rifa alle dottrine delle scienze dello sviluppo, per cui non e’ scontato che l’ideologia di mercato o di onde d’opinione moraliste di sorta debba influire.

  6. voglio aggiungere, non e’ che io neghi che sia possibile cio’ che dici, ma non mi sembra probabile perche’ mi sembra un sistema molto piu complesso di come lo descrivi. per questo non lo includerei tra gli effetti di kiva rilevanti.

  7. @Niccolò: Ricapitolando: quelli di Kiva avrebbero messo una  immagine nella sezione per la stampa specificando “ecco alcune immagini ad alta risoluzione, perché quelle nel resto del sito sono di scarsa qualità” con lo scopo di farle ammirare alle persone senza ripubblicarle altrove.

    Tu non vedi su cosa si poggi il mio argomento ma non neghi che ciò che scrivo possa accadere.
    Ho frainteso?
  8. kiva sceglie i field partners da finanziare, e presumibilmente la selezione è continuativa: nel momento in cui i peers di kiva (cioè noi che prestiamo) scegliessero in massa alcuni “imprenditori” piuttosto che altri, immagino che kiva si adatti e si orienti più su alcuni field partners piuttosto che su altri.a questo punto non conta che le agenzie di microcredito abbiano già prestato i soldi. quando un’organizzazione gigante come kiva (ma ce ne sono altre) decide di rifinanziare solo alcuni field partners piuttosto che altri, dirige il “mercato” verso una certa direzione, perché i partners rifinanziati diventano più “potenti” in loco. io che ho bisogno di soldi vado da quelli che ne hanno tanti, non da quelli dove è più difficile avere un prestito. e quelli che ne hanno tanti hanno stipulato accordi con kiva, e kiva sceglie i valori da imporre con questi accordi in base alle scelte della sua utenza. di conseguenza, i microimprenditori che rispondono ai criteri dell’utenza di kiva avranno più fondi degli altri che non lo fanno. ci sono dei passaggi in più, è vero, ma praticamente è l’utente che mette i suoi 25 dollari su kiva a decidere come far funzionare un mercato sottosviluppato.tra l’altro, il 30% di partecipazione in un’agenzia di microcredito non è mica poco.

  9. @alex: Ma dici che Kiva e in generale il microcredito P2P hanno già la forza di influenzare le economia locali?

    E poi, bisognerebbe davvero verificare se i finanziamenti finali sono soggetti a bias. Magari molti utenti scelgono a caso oppure i pregiudizi di Tizio sono bilanciati dai pregiudizi di Caio…
  10. Credo che iniezioni di milioni di dollari in economie dove si sopravvive con 2 dollari al giorno possano dare un indirizzo deciso alle economie locali.

    I bias dei prestatori sono importanti: chi accede a Kiva e mette dei soldi ha sicuramente una certa impronta etica. Mi pare coerente che tutti i prestatori di Kiva, in primo luogo, abbiano l’idea che un certo modo di “vivere” non va bene e bisogna migliorare le condizioni.

    Poi c’è accordo anche sul come queste condizioni vanno migliorate: piccoli prestiti, aiuto a persone attive che hanno progetti, pochi soldi per volta perché così non si genera dipendenza dei debitori dai creditori (diamine, non vedi le pubblicità? Il signoraggio bancario ci strozzerà tutti!), quindi si salvaguarda l’individuo, ecc.

    I valori di Kiva e dei suoi prestatori influenzano il mercato piccolo locale perché permettono una certa libertà per gli individui di costruirlo e partecipare dal basso. Non è la multinazionale che arriva e dice “Da oggi faccio lavorare tutti, però piantiamo solo ananassi” (prego apprezzare il plurale italizzato).

    Chi volesse costruire un mercato diverso sarebbe escluso. 

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