Musica ed emozioni

closeQuesto articolo è stato pubblicato 8 anni 4 mesi 13 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Su Internazionale di questa settimana (n 840, 2/8 aprile 2010)  un interessante articolo di Alex Ross, critico musicale del New Yorker, sui concerti di musica classica. L’etichetta impone di non applaudire se non alla fine dell’intera composisione, costringendo gli spettatori a reprimere i propri sentimenti di euforia alla fine di movimenti o sezioni particolarmente esaltanti. Secondo Ross questo è uno dei motivi della crisi della musica classica.
L’usanza di trattenere gli applausi fino alla fine risale al tardo romanticismo: non è quindi propria a tutte le composizioni. Ricordo di aver letto che il pubblico interruppe con un applauso il secondo movimento della nona sinfonia di Beethoven, e il problema non fu l’interruzione, ma il fatto che, a causa della sordità, Beethoven non si accorse dell’applauso e continuò a dirigere.

Credo che Ross abbia ragione – ma non credo che mi metterò ad applaudire tra un movimento e l’altro di una sinfonia: troppo forte l’imposizione sociale.

Quello su cui non sono d’accordo è il forte legame tra musica e sentimento che sembra fare da sostrato all’analisi di Ross. La musica sembra esaurirsi nella dimensione emotiva e affettiva. Sono convinto che la musica abbia una forte componente emotiva, ma non credo che sia soltanto emozione. Puntare sugli aspetti emozionali potrebbe attrarre nuovo pubblico, ma sarebbe, ancora una volta, l’imposizione di un modello esterno e, in un certo senso, estraneo.

9 pensieri su “Musica ed emozioni

  1. Nelle esecuzioni strumentali, anche le più virtuosistiche, come nei concerti per solita e orchestra, in effetti vige l’uso di applaudire solo alla fine della composizione, quando tutto l’impianto formale è compiuto. Non accade lo stesso nel repertorio melodrammatico, dove sono frequenti gli applausi – e i fischi – a scena aperta, subito dopo l’aria o il duetto più celebre di tutta l’opera (“Vissi d’arte”, “E lucean le stelle”, “Vincerò”, “Là ci darem la mano” e via cantando). Forse perché l’opera è una forma musicale più popolare della musica strumentale altamente intellettualistica, di fruizione più immediata – ma dipende, vorrei vedere se al posto dell’Aida ci fosse la Lulu di Berg – e viscerale, tanto coinvolgente che nemmeno la sacra e compassata ritualità del concerto musicale vi può resistere.
    Comunque, fare appello all’emozione, come fa Ross, mi pare piuttosto banale, superficiale, tipico cliché che mescola alla musica classica ingredienti suggestivi quanto triti come soavità, vaga bellezza (?) e altre romanticherie. Ma vuoi mettere il piacere di goderti una sinfonia di Mahler analizzandone a orecchio gli aspetti tecnico-teorici?

    😀

  2. (P.S. sarò breve…)

    Prendo lo spunto per parlare dello stesso “problema” in un ambito abbastanza vicino… quello dei concerti jazz.
    A parte Keith Jarrett che lessi si “in…ava molto” se qualcuno applaudiva durante i suoi assoli, la situazione non è molto diversa in alcuni ambienti e completamente rovesciata in altri.

    Il jazz infatti vive di offerte decisamente variegate, dal club con poche decine di posti, al teatro (le dimensioni ovviamente sono legate alle città) fino ai megaconcerti all’aperto anche in Italia (da quelli di Umbria Jazz a Villa Celimontana, solo per parlare di alcuni di cui mi ricordo, essendoci stato).

    Indubbiamente tra gli spettatori dei concerti l’animo duplice di chi vuole esternare e chi vorebbe il massimo raccoglimento è ben vivo forse in tutti gli ambienti, ma come facevi notare tu “l’imposizione sociale” porta in generale negli ambienti più tradizionali (ovviamente in primis i teatri) a maggior raccoglimento, mentre nei club l’applauso alla fine dell’assolo è immancabile, anzi la sua assenza rappresenta una “nota stonata della serata”. Dipinto per chi ne fosse digiuno il ritratto personale delle rappresentazioni dal vivo nell’ambito jazzistico, vorrei riportare un breve ricordo di un discorso analogo fatto ormai quasi una ventina di anni fa dal sottoscritto che indegnamente dialogava con quello che per me è il massimo rappresentante della musica jazzistica (e forse non solo) italiana (e forse non solo) Paolo Fresu. L’argomento era analogo : “Si può servire da bere durante le esecuzioni?” In realtà personalmente mi preoccupavo del fastidio che il sottoscritto provava a vedersi passare davanti, nel club in cui eravamo, le cameriere con le ordinazioni, mentre l’immenso Paolo Fresu discettava ovviamente del disturbo che avrebbe potuto arrecare al musicista. Quello che ne uscì fu ovviamente una lezione di umiltà che appresi e che rafforzò in me la stima per Paolo, che argomentò ricordando che una delle radici del jazz moderno erano di certo i club americani dove di “gazzarra” ce ne era in abbondanza. Quello che non potei ribattere al tempo, perchè lo sperimentai solo dopo, era la differente “cultura” del rispetto, che potei notare nel nord europa dove le possibilità di consumare durante i concerti e le esecuzioni esiste senza dubbio, ma “miracolosamente” 😎 vengono portate senza che ogni singolo boccale diventi distrazione obbligatoria per l’intera platea.

    Dopo tutta questa dissertazione non posso però esimermi da un commento diretto della tua “esternazione”. Non credo che sia la possibilità di applaudire (e quindi sentirsi partecipe) a limitare la diffusione della musica classica in Italia. Io ho sempre pensato che la musica lirica (in particolare alcuni autori dell’epoca risorgimentale… in soldoni Verdi e non solo) siano piuttosto ostici per chi volesse avvicinarsi e i cartelloni ne sono specie in Emilia strapieni e che gli ambienti prevedano troppo spesso etichette rigide, specie in provincia(ovvero in tutta Italia 😎 ). Laddove queste rigidità sono assenti (penso ai bellissimi concerti ascoltati negli anni ottanta dentro l’università La Sapienza di Roma) la partecipazione era abbondante. Forse occorrerebbe ripensare la fruizione della musica colta, che oltre ad essere diretta a chi già ne conosce dovrebbe essere magiormente diretta a chi volesse avvicinarsi… e qui potrebbe aprirsi una questione sulla scuola, ma suppongo che la lunghezza di questo commento diverrebbe insostenibile.

    Un Sorriso

  3. Che la crisi nell’apprezzamento della musica classica sia imputabile al mancato applauso è palesemente falso, che i concerti di musica classica siano ripetizione di stanca routine, una sempiterna restaurazione dell’uguale-a-meno-di-dettagli-interpretativi che i non istruiti non colgono (tantomeno in Italia), e che la musica colta contemporanea lasci ugualmente poco spazio all’entusiasmo e all’emotività è sicuro…

    L’applauso del pubblico ai concerti di musica classica (che sempre più spesso avviene anche all’interno dello stesso movimento! in coincidenza di pause prolungate) è sperso e ignorante, guarda all’effetto sonoro e al virtuosismo e non alla effettiva qualità e originalità dell’interpretazione, fattori che peraltro hanno margini troppo stretti. Sì spontaneo, ma non automatico; ma vista la notoria contagiosità del fenomeno, il rischio è che per iniziativa dei soliti zelanti l’applauso diventi solo un interludio rumoroso a margine di ogni movimento.

  4. @Il dizionario dei cazzari: Nel mondo della lirica si applaude, certo. Ma è comunque un mondo con un suo cerimoniale, una etichetta che, argomenta Ross, può bloccare nuovi spettatori.
    Mentre pensavo ai limiti degli aspetti emotivi della musica, non pensavo a Mahler, ma alla Große Fuge di Beethoven.

    @il più Cattivo: Il Jazz! Come ho fatto a non pensarci! Grazie per aver completato il post!

    @tomate: Uhm… mi sembra che tu consideri l’applauso come comunicazione dal pubblico agli esecutori, mentre Ross li intende più come manifestazione spontanea del pubblico. Da qui le divergenze – in parte apparenti, perché accusi un certo formalismo che è bersaglio anche di Ross, che prende il rito degli applausi come esempio.

  5. ps. conosci la versione della grande fuga di per pianoforte a quattro mani? ancora più spigolosa e contemporanea…

  6. Il dubbio che mi rode è che la disaffezione del pubblico dipenda dal fatto che è una musica morta. E non c’è appello alle emozioni che tenga.
    E per quanto io adori il jazz e questa sia ormai l’unica musica che ascolto (ne ho ascoltata davvero tanta, credetemi), temo che lo stesso potrebbe valere oggi per il jazz (quando diventa accademismo). Per fortuna, il jazz vive ancora piuttosto bene nei locali caotici (una recente esperienza al Blue Note newyorkese e in un minuscolo ma preziosissimo locale di Georgetown me ne hanno dato ampia conferma) e questo fa tutta la vita della musica. Azzardo la tesi: una musica è viva finché vive nel rumore della vita di cui è musica. Morto quel rumore, è morta quella musica.

  7. per me dipende dai brani: alcuni colpiscono al cuore (o alla pancia se preferite), altri al cervello. cmq se devo essere sincera da ex musicista capisco l’usanza di non applaudire: sarà sicuramente colpa del mio dilettantismo, ma vi assicuro che, se interrotti (anche se da un piccolo rumore) è difficilissimo riprendere a suonare!

  8. @theimmoralist: L’analisi mi convince… non fosse che con questo criterio la musica classica è morta quando molti compositori erano ancora vivi!

    @troubledsleeper: Ai problemi degli esecutori non avevo pensato; in effetti, per alcuni brani una interruzione può essere un bel problema…

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