La domanda giusta

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 8 mesi 27 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Tutti gli uomini per natura tendono al sapere.

Aristotele, in questa breve citazione dalla Metafisica, non dice come avviene questa tensione: l’uomo tende al sapere, cerca la verità, ma come avviene questa ricerca, quale è il suo inizio?
L’uomo tende al sapere interrogandosi, ponendo domande.
La domanda è il fulcro della ricerca: è a partire da essa che inizia la ricerca.

Porre domande non è semplice, ma è un momento irrinunciabile della ricerca.
Occorre attenzione, cautela: da una domanda sbagliata non nasceranno mai risposte buone. La domanda infatti indica la direzione nella quale ricercare, è a partire dalla domanda che vengono scelti i tipi di risposte da considerare pertinenti.

Come principio generale, si può assumere che la domanda deve essere conforme al fenomeno interrogato. Non ha senso chiedere il colore del tempo o il sapore della luce, a meno di non far poesia, perché il tempo non ha superficie e la luce non si può ingerire o annusare. Sono cioè domande prive di senso, alle quali non si può rispondere, sono interrogativi da respingere (è interessante, in questi casi, domandare la domanda, ossia interrogarsi sul perché siffatte domande vengano effettivamente poste e concepite; ma è un altro discorso).

È possibile tracciare una generica e indubbiamente provvisoria dicotomia delle domande: vi sono domande causali e domande motivazionali, casi nei quali si chiede la causa e casi nei quali si chiede la ragione.
Nel primo caso si chiede un legame empirico tra fenomeni omogenei, nel secondo caso invece un legame concettuale, logico tra fenomeni non necessariamente omogenei.
L’oppio non fa dormire perché ha la proprietà di causare il sonno, come risponde il medico di Molière, ma perché contiene morfina, sostanza in grado di inibire la trasmissione nocicettiva periferica (qualsiasi cosa significhi questa espressione).
Ma io non sono felice perché nel mio cervello vi è dell’endorfina: sono felice perché bevo del buon té ascoltando della buona musica, perché è il mio compleanno, perché la mia squadra di calcio ha appena vinto una partita importante, perché il film visto poco fa era molto bello. Un matrimonio non è felice perché la media delle percentuali di endorfine presenti nel cervello degli sposi è maggiore quando sono uniti rispetto a quando sono separati.

Non si intende, con questa riflessione, tracciare un limite alla ricerca scientifica, che è ricerca di cause, perché, di fatto, di ogni fenomeno si può chiedere sia la causa che la ragione. L’unico limite che si vuole mostrare è quello della conformità: non ha senso cercare un fenomeno collegato empiricamente se la domanda iniziale riguarda il senso
o significato di un fenomeno, e non ha senso cercare un nesso logico se si vuole invece conoscere la causa.
Il rischio è di fare discorsi senza senso, privi persino di poesia: come chiedere di aggiungere un po’ di zucchero alla luce perché il suo sapore è troppo amaro.

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