Il ventinove barrato

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 3 mesi 27 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Un breve racconto scritto quasi dieci anni fa inaugura la neonata sezione Narrativa.

Qualcuno ci ha forse promesso qualcosa?
Ma allora, perché attendiamo?

Cesare Pavese

Il ventinove barrato

Come sovente accade in momenti di particolare intensità emotiva, il signor Rossi rifuggiva la triste realtà con sofistici arzigogoli. Da parecchi minuti meditava infatti sul luogo comune della pioggia ai funerali: in molti film e romanzi l’intero cosmo partecipa al lutto del protagonista. Però nel mondo reale l’universo è indifferente come neppure l’uomo può esserlo.
A riprova di ciò il caldo sole che illuminava la fermata del ventinove barrato, vicino al cimitero.
Assorto nei suoi pensieri, il signor Rossi non si accorse neppure dell’incredibile ritardo del tram. Così non fu però per il signor Verdi, al quale l’attesa dava veramente fastidio. Detestava le perdite di tempo: il suo motto era “tutto e subito”. Motto non condiviso da sua moglie… pardon, ex moglie: è così difficile accettare la fine di venti anni di felice matrimonio.
Il signor Verdi si chiese se si potesse morire gettandosi sotto un tram.
Domanda, questa, che la signora Bianchi si era posta già molte volte; concedendosi anche sottili varianti sostituendo al tram i bus, i camion e le carrozze della metropolitana.
La frequenza di questi interrogativi era aumentata da quando suo figlio era fuggito all’estero con la sua ragazza. Erano due anni che non aveva più sue notizie.
Oramai si stava rassegnando all’evidenza di non potergli più dire quanto gli volesse bene.
Una domanda strappò la signora Bianchi a queste riflessioni. «Scusi, passa di qui il ventinove barrato?» Un tenue “sì” di risposta per poi risprofondare nei tristi ricordi.
A porre quella domanda era stato un giovanotto, di nome Bruno. Dopo aver fissato un paio di volte l’orologio, senza neanche riuscire a comprendere il significato della posizione delle lancette, si accorse dei fiori che teneva in mano. Li avrebbe dovuti avere Chiara, la quale però a Bruno ha preferito un ragazzo soprannominato “Bigio”.
Il mancato omaggio floreale terminò la sua esistenza in un bidone dell’immondizia.
Finalmente il ventinove barrato arrivò.
I signori Rossi e Verdi, la signora Bianche e Bruno vi salirono come degli automi. Ma, appena il tram ripartì, notarono qualcosa: un uomo con un largo sorriso dipinto ad arte sul volto. Aveva gli occhi pieni di lacrime – lacrime di contentezza, pensarono i quattro.
Quell’incontro cambiò la loro vita. La visione di quella gioia estrema personificata li rese più ottimisti. Rossi si ricordò di avere degli amici con cui combattere i tristi ricordi; Verdi telefonò all’ex moglie per chiederle di avere una seconda opportunità; la signora Bianchi , grazie a degli amici riuscì a ritrovare suo figlio e ad avere, finalmente, un dialogo con lui; Bruno invitò Chiara al cinema e trovò finalmente il coraggio di dichiararsi. E tutto questo grazie al misterioso uomo sorridente.

Epilogo

Il ventinove barrato non passa solo dal cimitero, ma anche dall’ospedale. Infatti vi era salito anche il signor Ocra, affetto da una grave paralisi dei muscoli facciali, che lo faceva soffrire fino alle lacrime.

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