Uomini e macchine

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 26 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Giorgio Israel al meeting di CLGiorgio Israel è professore ordinario presso il Dipartimento di Matematica dell’Università di Roma “La Sapienza” non chè direttore del Centro di Ricerche in Metodologia della Scienza nella stessa università.
Sul suo blog ha pubblicato l’intervento tenuto al Meeting di Comunione e Liberazione, nel quale paragona senza tanti problemi le biotecnologie non alla eugenetica nazista, che evidentemente gli pareva troppo poco, ma addirittura allo sterminio di massa praticato da Hitler:

Perché si dice tanto spesso che le biotecnologie contemporanee hanno un carattere disumano e addirittura si evoca il nazismo in relazione ad esse? Non è forse esagerato accostare pratiche che hanno come scopo dichiarato la felicità dell’uomo con le pratiche dello sterminio di massa? È vero, c’è un tratto di collegamento tra queste due pratiche.

Leo Strauss, negli anni ’50, ha introdotto il termine reductio ad Hitlerum per indicare i ragionamenti della forma “Hitler ha sostenuto e appoggiato X, quindi X è sbagliato e cattivo”. L’argomento è fallace per il semplice fatto che Hitler è cattivo perché ha fatto cose cattive, non il contrario, e anche perché, nella sua vita, il dittatore nazista ha fatto molte cose innocenti, come dipingere e possedere cani.
Israel, da buon matematico quale è, non si limita ovviamente ad accostare biotecnologie e sterminio nazista, ma argomenta le, secondo lui pericolose, similitudini.

Ebbene, potrà – a prima vista – sembrare un accostamento forzato, ma a me pare la questione cruciale. Il principio della disumanizzazione – da cui può derivare ogni sorta di deviazione e anche di nefandezza – si ha quando non si concepisce più l’uomo come qualcosa di unico, come una persona, ma quando lo si concepisce alla stregua di una macchina.

Disumanizzare significa concepire l’uomo come una macchina, misconoscendone l’unicità.
La scienza, continua Israel, ha raggiunto grandi risultati studiando le cose inanimate, e ha esteso i propri strumenti conoscitivi alle cose animate, studiando l’uomo come se fosse una cosa. La prima arte umana a cadere, a quanto pare, è la medicina.

Della medicina si è a lungo detto che non è una scienza vera e propria, ma un’arte, perché coniuga l’applicazione di principi generali e regole di una certa uniformità a un ambito in cui l’aspetto individuale è ineliminabile. Ma da qualche tempo, la medicina è cominciata a divenire qualcos’altro, qualcosa di molto simile alla fisico-chimica e la sua pratica rassomiglia sempre di più a quella della riparazione delle macchine guaste.
Eppure è facile constatare quanto questa china presa dalla medicina sia sbagliata, fuorviante e pericolosa.

L’uomo non è una macchina, e questo i medici lo sanno bene. Forse sottovalutano il problema, ma credo si rendano perfettamente conto che un fegato non è un radiatore.
Scherzi a aprte, i pazienti sono seguiti, nel complesso, come persone, non come oggetti: vi è un contatto umano, i ricoverati vengono ascoltati e seguiti anche da un punto di vista psicologico. Vi è probabilmente ancora molto da fare, ma non sembra esserci nessuna china sbagliata, fuorviante e pericolosa.
Certamente, se il fegato non è un radiatore, è comunque vero che il cuore è come una pompa e può venir sostituito con un cuore artificiale, ossia una pompa vera e propria. Ma di questo tema ne discuteremo dopo. Proseguiamo con la lettura.

La nostra conversazione ruota attorno al tema della felicità. E allora chiediamoci: che cos’è la felicità di una macchina? Per esempio della nostra automobile?

Io direi che la mia automobile non è felice e non può neppur esserlo, almeno non nel senso proprio del termine, esattamente come i suoni non possono avere colori, sempre nel senso proprio del termine.

È semplice: funzionare bene, secondo i parametri descritti nel libretto di garanzia e di manutenzione. Funzionare bene significa che il motore è efficiente in tutte le sue parti, che la carrozzeria non è sconnessa, che le ruote hanno una buona aderenza, e così via.

Qui Israel usa il termine felicità in senso metaforico: è come se dicesse “se la macchina fosse una persona, un cambio dell’olio la farebbe felice”. In questo caso però non vi è un approccio meccanico che viene applicato all’uomo, ma il contrario: un discorso umano applicato, metaforicamente, alle macchine.

La felicità di una persona umana non è uno stato definibile in termini strettamente oggettivi, tantomeno uniformi per ogni persona.
Guardiamo, ad esempio, alla definizione di salute data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Essa rappresenta un esempio plateale di contaminazione meccanicista. “Salute” – ci si dice – è uno «stato di completo benessere fisico, mentale e sociale». È perfino impietoso insistere sul carattere tautologico di questa definizione. Cos’è benessere? bisognerebbe chiedere… E quando una persona può dire di essere in uno stato di benessere fisico, mentale e sociale “completo”? Non è la vita un fluire di situazioni diverse, in cui uno stato di malessere fisico può accompagnarsi a uno stato intenso di appagamento emotivo? Non si tratta di un processo in cui continuamente ci assestiamo su nuovi equilibri, tutti instabili, che si succedono l’uno all’altro proponendo nuove situazioni inaspettate?

Cosa ci sia di meccanicistico nel definire “salute” “stato di benessere fisico, mentale e sociale”, lo sa solo Israel. Le macchine non hanno benessere, ma funzionalità, e non hanno alcuna attività mentale o sociale. Certo, metaforicamente possiamo parlare di benessere, ma è un giochino quasi infantile: applico alle macchine, in senso traslato, alcuni termini umani e poi, quando qualcuno applica questi termini, nel significato loro proprio, alle persone, dico che le tratta come macchine.

Ho letto in più luoghi delle definizioni di bambino profondamente indicative al riguardo. Un bambino sarebbe un “essere che non è ancora completo”, un essere “sulla via di”. Ne consegue che esisterebbe uno stato di completezza e maturità dell’individuo adulto cui il bambino tende, mentre, in quanto tale, esso è ancora un essere incompleto, qualcosa in via di formazione verso l’obbiettivo.

Ne consegue secondo Israel, ovviamente, non secondo la logica e il buon senso. Affermare che il bambino è “sulla via di” non significa che io, adulto, sono già arrivato e completo, esattamente come affermare che una persona è “sulla via di Milano” non significa che i milanesi non possono andare da nessuna parte.

Essere bambini non è vivere una vita menomata o parziale, in attesa di conseguire quella “vera” o, peggio ancora, vivere una vita che ha come funzione e scopo la costruzione della vita “vera”. Un bambino non è una macchina in costruzione.

Stesso giochino di prima, questa volta inverso. Si paragona la crescita e lo sviluppo di una persona con la costruzione, metaforica, di qualcosa, ad esempio una macchina. E poi si dice che bambino non è una macchina in costruzione: giusto, ma lo hai detto tu, e te lo abbiamo concesso solo come paragone.

Ed ecco che arriva la scienza meccanicista, e con la sua indiscussa e temibile autorità, spazza via tutto e restaura una visione autoritaria del ruolo dei genitori che fa impallidire i rigori della famiglia patriarcale, mentre il pedagogisti di cui sopra si genuflettono. L’ingegneria genetica e le scienze (si fa per dire) della procreazione programmata conferiscono ai nuovi genitori democratici la possibilità, tra mille carezze e baci democratici, di determinare i figli secondo il loro piacimento e le loro più segrete idiosincrasie: promette loro il potere assoluto di scegliere il sesso, di farli biondi e con gli occhi azzurri, robusti e simpatici, mai depressi e soprattutto felici. Senza curarci di quel che essi veramente vorranno e cosa sarà per loro il conseguimento della felicità.

Due uomini meccaniciEccoci all’argomento finale di Israel: le biotecnologie ci permettono, o permetteranno, di scegliere tutto dei figli, come adesso per le automobili o i computer. Anzi, forse avremo addirittura più libertà di scelta: non posso comprarmi un computer con il monitor da 18,46 pollici e una tastiera con 423 tasti, mentre simili limiti, per la onnipotente biotecnologia, non dovrebbero esistere.
Per il bambino, tuttavia, nulla dovrebbe cambiare: avrebbe comunque avuto gli occhi e i capelli di un certo colore, e che questo sia stato scelto dai genitori o dal caso non cambia nulla. Sulla simpatia, la depressione e, soprattutto, la felicità, Israel è l’ultimo a doversi preoccupare: metà dell’intervento l’ha passata a dimostrare, come se qualcuno lo mettesse in dubbio, che le qualità umane non sono riconducibili alla meccanica, e quindi i genitori potranno anche desiderare un figlio mai depresso, ma non ci riusciranno, almeno non con la genetica. A meno che la felicità non sia davvero riducibile ad una semplice equazione meccanica, però in questo caso tutto il discorso viene meno: cosa c’è di pericolo nel considerare l’uomo una macchina, se lo è?
Per i genitori, invece, il discorso cambia: quello che per loro era casuale, un evento fortuito, diventa determinabile e programmabile. Un cambiamento sociale da non sottovalutare, ma difficilmente pericoloso.

Il resto dell’intervento è una appassionata difesa della trascendenza della felicità da ogni riduzione materialistica. Israel è forse un po’ troppo disinvolto, ma condivisibile quando scrive, ad esempio che “l’autentica felicità tocca il tema del rapporto con l’infinito”.

AscensorePer concludere, tornerei su quello che Israel sembra definire il “peccato originale” delle biotecnologie e delle scienze in generale: la riduzione dell’uomo a una macchina. La riduzione, effettivamente, c’è ed è inutile negarlo. Non è tuttavia totale, non è un annichilimento completo: la medicina tratta l’uomo come una macchina ma solo in parte, perché i medici stringono la mano e parlano con i pazienti, attività surreali se svolte da un meccanico o da un carrozziere.
Del resto, i primi a commettere questo peccato originale credo siano stati gli ascensoristi. Quando salite su un ascensore potete leggete qualcosa del tipo “portata massima 320 Kg o 4 persone”: in questo caso la riduzione è particolarmente aberrante, dal momento che l’essere umano viene paragonato non ad una macchina, ma ad una massa inerte, a qualcosa tipo un masso o un sacco di cemento.
I primi ascensori risalgono alla seconda metà dell’Ottocento: vuoi vedere che, zitto zitto quatto quatto, è stata questa semplice invenzione, con la sua implicita ed agghiacciante riduzione dell’uomo a oggetto, la causa degli orrori del XX secolo?

4 pensieri su “Uomini e macchine

  1. Ivo, sono sempre più preoccupato. Stai diventano un politico professionista ed è un abito che mi sa ti calzi a pennello. Continua così che magari scopri un lato sconosciuto!
    Ciao
    Stefano

  2. Caro Cantor: i tuoi sono post politici, i miei no o, come questo, lo sono solo collateralmente.

    Se ci fai caso, sia in questo che in altri articoli che trattano temi o personaggi politici, le mie analisi riguardano sempre la forma e non il contenuto: per quanto riguarda le mie riflessioni su questo sito, lo stato laico, i PACS e le biotecnologie possono essere la soluzione a tutti i mali dell’umanità o un immenso pericolo; Olmert, Prodi e Ahmadinejad possono essere cattivi, stupidi o intelligenti. Non mi interessa discuterlo qui, mi interessa solo capire se le discussioni che altri propongono sono sensate o no.

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