Strane virgolette

closeQuesto articolo è stato pubblicato 6 anni 2 mesi 9 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Wikipedia oscura le proprie pagine perché una legge attualmente in discussione rischia di rendere impossibile l’esistenza dell’enciclopedia libera.
I dettagli li si può leggere un po’ ovunque, da Wikipedia a giornali e blog.

Ne parla, ovviamente, anche l’Ansa, che esordisce così:

ROMA – Wikipedia si autosospende per protesta contro il ddl intercettazioni. Il sito di enciclopedia libera da stasera in qualunque pagina si apre con il comunicato in cui spiega le ragioni del dissenso: ”Con le norme del ddl intercettazioni non esisteremo più. Sarebbe un’inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza”.

Nel leggere l’agenzia,1 ho trovato strano quel “propria libertà e indipendenza”: essendo il discorso in prima persona (“[noi] non esisteremo più”) sarebbe meglio “nostra libertà e indipendenza”. E allora sono andato a cercare l’originale nel comunicato di Wikipedia. E non vi è alcuna traccia di quel “Con le norme del ddl intercettazioni non esisteremo più”.
L’Ansa, in poche parole, attribuisce a Wikipedia delle affermazioni testuali (perché le virgolette significano proprio questo: ha detto o scritto esattamente così) in realtà inesistenti.

Io trovo tutto ciò abbastanza inquietante.

  1. In realtà nel leggere un articolo di giornale che ha ripreso paro paro la notizia dell’Ansa. []

15 pensieri su “Strane virgolette

  1. Ci pensavo poco tempo fa: quando trovo su un giornale un titolo tipo

    Pinco Pallino: “Noi mai con loro”

    mi aspetterei che la citazione sia esatta, cioè quelle quattro parole siano state dette una in fila all’altra in quella particolare occasione di cui si parla. E invece non è MAI così. E’ una cosa che mi fà imbestialire.

  2. È meglio che ti prepari: in un prossimo, moooolto prossimo futuro tutta la storia verrà scritta e riscritta, con citazioni “testuali” e fotografie, esattamente come in 1984 (più noto come “Il grande fratello”). Non ne hai già notato i prodromi? Ed è molto più facile di quanto all’epoca ipotizzasse Orwell, con le tecniche attuali.

  3. E’ una pratica molto comune tra i giornalisti, serve solo a risparmiare una subordinata e a creare ordine logico nelle frasi.

    L’intervista o la dichiarazione di norma sono lunghe e a mettere insieme pezzi testuali delle stesse non uscirebbe un pezzo coerente per le troppe sforbiciate.
    Quindi, limano.

    E’ capitato anche a me su un giornale ed è stato molto sgradevole.

    E’ per questo che esiste il diritto di rettifica: scrivi la tua versione di quello che ti attribuiscono e loro pubblicano il giorno dopo sulla stessa colonna, con gli stessi caratteri, nella stessa pagina, entro un massimo di trenta riga.

    Altro dovere di legge che, pur risalendo all’inizio della Repubblica, non viene rispettato.
    Mandi la rettifica e loro la pubblicano in fondo sotto “lettere alla redazione” o “segnalazioni”.
    Non di rado, se la rettifica sputtanerebbe il giornalista, la pubblicano dentro un articoletto in cui l’autore del pezzo minimizza e di nuovo NON RIPORTA INTEGRALMENTE la rettifica.

    Molto ma molto sgradevole.

    Appunto per questo tutti i ddl sulle “intercettazioni”, sia quello del PdL sia quello del Pd, introducono l’obbligo di rettifica anche per i giornali on line e induriscono la norma.

  4. Se mi accade di usare crasi per frasi intere, mando sempre all’intervistato per controllo. E se lui si riconosce in quel che ha detto lascio la frase così, anche se non è proprio identica all’affermazione originaria. Così, mi dicono i colleghi più bravi di me, dovrebbero fare tutti, e così avrebbe dovuto fare anche l’Ansa.
    Se non si riconosce, ma io ho capito così e sono certo, faccio mia la frase togliendola dalle virgolette.
    Se non ho capito o ho capito male, non pubblico.
    Quando al ddl intercettazioni, avrebbe richiesto la rettifica anche in assenza di un giudice terzo. Io avrei potuto chiederla anche se avesse detto la verità su di me: era questo l’oggetto del contendere, non la rettifica. Questo e l’ammenda per un blogger (12.500 euro? non scherziamo).

  5. Eno,

    rettifica o non rettifica, basta non mettere le virgolette! Le virgolette contengono la frase, se vuoi estrapolarne il senso benissimo, basta che non lo metti tra virgolette.

    Io però sono un estremista. Per esempio. Repubblica titola “sconcerto per le parole di Caio”. Benissimo. Sconcerto di chi? Di persone intervistate per strada? (ma allora devi dirmi qual è il campione statistico) Oppure di qualche commentatore illustre? Poi cerchi nell’articolo, e lo sconcerto sparisce. Allora forse era del giornalista? Ogni frase secondo me dovrebbe contenere dei bit di informazione veritiera o preparare il terreno per acquisire bit di informazione alla successiva frase.

  6. @tomate: Nello specifico, la frase è un riassunto tutto sommato fedele del comunicato; il problema riguarda quindi “solo” il malcostume delle virgolette. Faccenda che mi lascia perplesso, visto che mettere la frase incriminata fuori dal testo citato non avrebbe cambiato molto. Io ho il sospetto che sia il frutto di diversi passaggi: un articolo ha ripreso la notizia riassumendola con quella frase, poi un secondo articolo l’ha magari messa nel titolo, e al terzo è diventata parte del comunicato ufficiale di Wikipedia.

    @eno: Dopo aver letto il tuo commento, il famigerato ddl mi ricorda le grida manzoniane…

    @laperfidanera: Direi il contrario: con le tecniche attuali, è più semplice smascherare le alterazioni.

    @Marco Ferrari: Nei quotidiani, per mia esperienza, non si lavora così, se non in casi particolari (principalmente per problemi di tempo, spesso è difficile sottoporre l’articolo all’intervistato).

  7. Forse alla fine la risposta è nella contestualizzazione. Dato che l’affidabilità dell’emittente è davvero scarsa, che siano riportate le parole tra virgolette o no, fa poca (davvero poca) differenza.
    Cum grano salis?
    Anche meno. La credibilità dei mass media è davvero ormai ai minimi termini. Forse è (o sarà) un bene. Ricordo con terrore il periodo in cui chiedendo a qualcuno la fonte di una informazione data per certa mi veniva risposto : “Lo ha detto la televisione” o “stava scritto sul giornale” (anch’io ho ecceduto con l’uso delle virgolette per adeguarmi allo standard) senza neanche porsi il problema di quale giornale o trasmissione, figuriamoci il nome del giornalista!!!

    Un Sorriso

    P.S. Si lo so quel periodo non è ancora terminato, ma che volete farci sono un inguaribile ottimista.

  8. @il più cattivo: Ma sarà vedo che non si crede più ai giornali?
    Secondo me, semplicemente non lo si dice più, non si dice più che siccome c’è sul giornale allora è vero; ma ci si crede, eccome.

  9. @Ivo: non si crede più? Si crede di meno? Boh! In effetti come si può valutare una credenza?
    Magari valutando il numero di quotidiani letti in Italia? Oppure il numero degli spettatori dei TG nazionali? Oppure la diffusione di notizie poste ad hoc?

    Un Sorriso.

    P.S: perché non proponi un bell’esperimento filosofico per analizzare la questione?

  10. @Tomate: Non è che la rettifica serva per la virgolettazione abusiva. Quello è un caso. E’ particolarmente fastidioso perché il giornalista, avventizio o fin troppo scaltrito, non solo ti imbecca cose mai dette ma lo fa pure con uno strumento grafico che dovrebbe garantire precisione.
    So di un idiota che era riuscito a mettere tra virgolette cose mai dette spacciandole per parti di un verbale. Voglio dire: un atto pubblico.
    Nondimeno la rettifica la puoi usare anche se non c’è mezza virgoletta ma tanti fatti in cui non ti riconosci.

    @Marco Ferrari: No. Non conosci la normativa sulla stampa. La rettifica è da sempre un atto stragiudiziale anche per la carta stampata fin dal 1948 e per i mezzi radiotelevisivi almeno dal 2005: la rettifica non richiede un giudice.
    Legge 47/1948 art. 8: http://www.mcreporter.info/normativa/l48_47.htm#8
    Decreto legislativo 177/2005, articolo 32: http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/05177dl.htm .
    Ci si rivolge al giudice o all’autorità per le telecomunicazioni solo se l’interessato o il giornale non ritengano che ci siano gli estremi per la rettifica.
    Quello dei blogger, che non venivano citati ma potevano essere tirati in ballo dalla formulazione generica della legge, era una stronzata grossa così: è ovvio che la rettifica la puoi chiedere a una testata giornalistica, non a un diario in rete.

  11. Mi viene un solenne dubbio.
    Visto che viene tirata in ballo la “verità dei fatti”, cosa intendete voi – Marco Ferrari, Ivo, Tomate – con “rettifica”?

  12. @il più cattivo: Se sul giornale c’è scritto che X e tu ti comporti come se X fosse vero, credi al giornale; se verifichi su altre fonti prima di comportarti come se X fosse vero, allora non ci credi.

    @eno: Cosa intendo con rettifica? Correzione e smentita valgono come definizioni o sono circolari?

  13. Mi sono espresso male. Intendevo: “Cosa pensi che intenda qui la legge con rettifica?”.

    Qui è il diritto a fornire la propria versione dei fatti visto che si ritiene non corretta, lesiva della propria dignità e non vera quella del giornale.

    Sta più dalla parte dell’opinione (o della verità soggettiva, quello che io penso sia vero) che dalla verità.

    Io ho l’impressione che quest’ambiguità crei molta confusione nel dibattito quotidiano.
    In italiano corrente la rettifica comporta che la seconda comunicazione implichi la falsità della prima e non è la “mia versione dei fatti”.

    Bizzarria lessicale a parte, io lo trovo un mezzo liberale e onesto per difendersi dal rischio della diffamazione, anche involontaria, dei media.

    Invece di fare causa o denunciare, prendi la penna e dici la tua, con una sola garanzia: avrai 30 righe per difenderti senza alcun tribunale se non il lettore. Chi dice la verità, chi sa essere efficace, sintetico e caustico, chi spiega meglio, vince.

    Con o senza virgolette.

  14. @Eno. È vero, la rettifica (intesa in senso lato) non ha bisogno di un giudice terzo, ma “Ci si rivolge al giudice o all’autorità per le telecomunicazioni solo se l’interessato o il giornale non ritengano che ci siano gli estremi per la rettifica”. A quel che ho capito io, nel ddl ora saltato (?) il passaggio del giudice non c’era e tu dovevi pubblicare anche se ti facevano rettificare una cosa palesissima (la verità è un’altra cosa, lo so). È vero?
    Il problema dei blogger era che il decreto non escludeva affatto che dovessero rettificare anche “siti”. Nei quali rientrano i blogger amatoriali. O anche in questo caso i giornali hanno fatto di un topolino una montagna?

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