Una riflessione sul World Press Photo

closeQuesto articolo è stato pubblicato 5 anni 6 mesi 4 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.
Foto di Maika Elan
Foto di Maika Elan

Ho visitato, nella galleria SpazioReale a Monte Carasso in Svizzera, l’esposizione World Press Photo 2013 e avuto l’occasione di scambiare qualche parola con Kari Lundelin dell’omonima fondazione e con Gianluca Grossi, giornalista e curatore della galleria.1

Le fotografie sono, com’era prevedibile, molto belle e, soprattutto quelle nelle categorie di attualità, spietate.
Queste ultime hanno risvegliato alcune perplessità sul ruolo delle immagini,2 perplessità legate principalmente alla loro forza emotiva. Sono – o almeno ambisco ad essere – un razionalista, e preferisco gli argomenti alle immagini che colpiscono allo stomaco, preferisco valutare pro e contro che indignarmi o commuovermi.
È vero anche che gli argomenti possono ingannare, falsare la realtà, ma se non sono perfetti sono almeno perfettibili; un’immagine no: in genere chiude lo spazio per un ripensamento, non lo apre.
Le immagini poi rischiano di non essere eque. Innanzitutto perché i fotografi non riescono ad arrivare ovunque. Alcune vittime sono più fotogeniche di altre: un bimbo vale almeno dieci adulti, per dire. Infine, come la mettiamo con i fenomeni complessi o invisibili? Come fotografo il successo di un programma di prevenzione, successo che si traduce in qualcosa che non c’è, un’assenza?

Discutendone con Kari Lundelin e Gianluca Grossi e studiando più attentamente alcune delle foto, mi sono convinto che queste mie perplessità sono più che altro difficoltà che un bravo fotoreporter sa come affrontare e gestire.
Credo che la foto di Maika Elan sulla realtà delle coppie omosessuali in Vietnam ne sia un ottimo esempio: una bella immagine che apre uno spazio di riflessione. Sperando di avere di che riempirlo.

  1. La mostra è stata anche a Milano. Altre date sul sito della fondazione. []
  2. Perplessità sicuramente alimentate e influenzate dalle letture, in questo caso penso principalmente a Anna Meldolesi e Paul Bloom. []

4 pensieri su “Una riflessione sul World Press Photo

  1. Da insegnante, dico che la immagini possono servire a riassumere, in parte anche a ricordare, ma non a comprendere: per quello ci vogliono le parole.

    Anche nel tuo esempio, tutto sta nella didascalia, in quello che già si conosce sulla realtà delle coppie omosessuali in Vietnam, e anche sui pregiudizi nei confronti dell’omosessualità e/o del Vietnam. La stessa foto può evocare pensieri molto diversi:

    – le coppie omosessuali vietnamite si annoiano moltissimo, e forse anche le nostre;

    – le coppie omosessuali vietnamite stanno in galera, ma grazie alle recenti conquiste civili le mettono insieme in celle molto spaziose, ancorché poco arredate;

    – un’iniqua legge vietnamita, una sorta di marchio d’infamia, obbliga le omosessuali vietnamite a tenere i piedi scalzi;

    – le omosessuali vietnamite hanno cercato di appendere un sacco di mensole, con scarsi risultati: d’altronde, come ben si sa, quello è un lavoro da maschi eterosessuali;

    – avremmo dovuto sganciare un’atomica su Hanoi.

    Un’altra didascalia cambierebbe tutto il senso. La foto potrebbe benissimo intitolarsi: “giovani prostitute thailandesi in pausa pranzo”, oppure “il mercato del sudest asiatico è molto promettente per l’Ikea”.

  2. @Galliolus: sì, l’immagine è molto polisemica (anche se alcune tue letture mi sembrano un po’ forzate 😉 ) e anche per questo non può sostituire le parole.
    Mi basta che diano forza o, come hai scritto, che servano a “riassumere, in parte anche a ricordare” e che non chiudano invece lo spazio alla discussione (come talvolta ho l’impressione che accada).

  3. “Da insegnante, dico che la immagini possono servire a riassumere, in parte anche a ricordare, ma non a comprendere: per quello ci vogliono le parole.

    Non è detto. Dipende. In questo caso, l’ambiguità e la sussistenza della interpretabilità sono evidenti (io, vedendola, ho appunto pensato immediatamente a prostitute segregate). Ma non è detto che un’immagine non possa essere chiara e univoca, se non consente fraintendimenti sul contesto e usa “codici universali” al suo interno.
    Tra l’altro, anche il linguaggio, a sua volta, sa essere ambiguo, e non possiamo essere certi di interpretarlo correttamente se non abbiamo la possibilità di fruire di dati aggiuntivi, (appunto il contesto e l’accezione da dare ai singoli termini): la definizione “un campione di calcio”, per esempio, ha un significato se letto in un volume scentifico, mentre ne ha quasi certamente un altro sulla Gazzetta dello Sport (e meno male che sia così, altrimenti l’enigmistica sarebbe ineluttabilmente più povera).

  4. @Marcoz: Il mio esempio preferito è “la vecchia porta del calcio”, che può evocare una anziana signora che trasporta un contenitore pieno di metallo oppure una malridotta struttura metallica in un campo da gioco.
    Enigmistica e commedie a parte, in genere le ambiguità del genere sono eventi abbastanza rari.

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