Revisionismo storico

closeQuesto articolo è stato pubblicato 9 anni 8 mesi 8 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Tutta colpa di Paul K. Feyerabend: l’allievo ribelle di Popper, l’anarchico del metodo scientifico, uno che nel 1964 era in cattedra a Berkeley e applaudiva la rivolta degli studenti libertari e antidogmatici.

Feyerabend l’anarchico di Ratzinger“, Il Giornale, 14 gennaio 2008

Caro Imre [Lakatos],
Un paio di giorni fa c’è stata una piccola rivoluzione a Berkeley con circa 200.000$ di danni per vetrine rotte, e per bombe lanciate contro le stazioni di polizia, un poliziotto ucciso, molti feriti; sono stato in strada la maggior parte del tempo mentre questo succedeva, ero molto curioso e sono quasi stato colpito da una pietra; il giorno dopo in entrambe le mie lezioni ho predicato (a) contro l’integrazione (“significa che bisogna far passare tutti attraverso lo stesso tritacarne e tirar fuori fuori esattamente la solita salsiccia puzzolente, tipicamente americana”), (b) contro la “rivoluzione” (che non è affatto una rivoluzione, fa ridere). Slogan (introdotto da me qui, ma inventato dal KPD in Germania del 1929): Il nemico è a sinistra.

Lettera del 20 febbraio 1970 (da M. Motterlini, a cura di, Sull’orlo della scienza, Milano, Cortina, 1995, p. 205)

Se questo è un applauso, la lettera dei 67 docenti dell’Università La Sapienza sulla visita di Ratzinger è una ovazione.

In realtà la posizione di Feyerabend sulle rivolte di Berkeley era molto più elaborata di questa piccola, ma significativa, citazione. Da buon anarchico dadaista, Feyerabend criticò sia le autorità universitarie (e venne ricambiato: pare che Searle cercò di cacciarlo) che i leader studenteschi, rintracciando in entrambi lo stesso autoritarismo; apprezzò, o comunque solidarizzò, con gli studenti.

19 pensieri su “Revisionismo storico

  1. A proposito di relativisti: avete letto il libretto nuovo di Diego Marconi? A me è piaciuto un sacco!

  2. Caro Ivo, sulla vicenda de “La Sapienza” ho cambiato idea. Inizialmente ero d’accordo con il manifesto dei dissidenti, poi ci ho ripensato. L’ho appena scritto anche sui blog di Galatea e di Asmenos: il razionalista che teme lo stregone ha la coda di paglia. La prossima volta lo si lasci parlare. Ma parlare non deve voler dire “pontificare”, a dispetto del titolo di cui si vanta la fonte. La libertà di parola è sacra, quella di “monologare” fingendo che si tratti di dialogo aperto no. Pertanto diritto di replica e possibilità di dibattere. Se una platea universitaria, che teoricamente dovrebbe rappresentare il clou del livello intellettuale d’un paese, s’inchina alla superstizione, significa che il cammino da fare sulla strada dell’emancipazione dell’uomo è ancora molto molto lungo.

  3. Searle tentò di cacciarlo?
    Questa mi è nuova!
    Se vai sul suo sito, sfoggia un vistoso link al Free Speech Movement.
    Considerati gli interessi di Searle, la fine ironia su speech è apprezzabile ma supponevo che parlasse anche letteralmente.
    ciao! Eno

  4. lector in fabula: io invece non ho cambiato opinione, semplicemente perché non è ho mai avuta una. Non so quali siano le usanze delle università per l’apertura degli anni accademici, e quindi non ho idea se la presenza di JR sarebbe stata inopportuna o no.
    Aggiungo che parlare di censura in questi casi è vagamente inopportuno: uno come il Papa ha modo di farsi sentire anche senza andare alla Sapienza…

    eno: Così riporta Feyerabend nelle sue lettere. Forse esagerava, e Searle si limitò a esprimere perplessità sul suo “metodo” di insegnamento. O forse per Searle la libertà di parola non vale se si è professori a Berkeley, chi lo sa.
    Feyerabend, a quanto pare, si salvò per le lungaggini burocratiche: troppe scartoffie da compilare per rimuoverlo dall’insegnamento… (e qui ci puoi leggere una premonizione del testualismo di Ferraris!)

  5. il Papa ha modo di farsi sentire anche senza andare alla Sapienza

    D’accordo su tutto il resto, sulle usanze d’apertura d’anno accademico. Oramai, però si invita il personaggione, l’intellettuale di grido etc.: tutte le usanze sono decadute al punto che non c’è affatto un’usanza.
    Neanche io mi schiero( per ora ) né mi interessa la polemica sulla disdetta.
    Ma dire che può parlare anche altrove non è un grande argomento: a Russell fu impedito/ostacolato l’insegnamento negli States.
    Poteva farsi sentire anche altrove, ma sempre inaccettabile censura era…
    Eppoi, censurare non è impedire a qualcuno di “parlare” genericamente. Parlare è sempre parlare in un dato momento, di un dato tema, a date persone.
    Se si pongono veti su alcuni di queste condizioni senza ragioni, allora c’è censura.

    ciao! Eno

  6. Un dibattito sullo statuto ontologico della censura sarebbe interessante, per quanto sarebbe un discorso troppo lungo.
    Il caso di Ratzinger, se di censura si tratta, è un caso limite. Non lo presenterei mai come archetipo della censura.

    A parte l’aspetto formale (è stato JR ha rinunciare), che conta poco, il danno alla diffusione delle idee (che è l’aspetto cruciale della censura) qui è minimo o quasi inesistente.
    I discorsi come questo hanno più lettori che ascoltatori: sono più le persone che si procurano una versione pubblicata che quelle che lo hanno ascoltato (contrariamente, ad esempio, alle trasmissioni televisive e ai corsi universitari). Se non sbaglio, JR presenterà ugualmente il suo discorso: tutti sapremo cosa avrebbe detto se…, mentre non sapremo mai nulla sui corsi di Russell alla Columbia University (?).

  7. I discorsi come questo hanno più lettori che ascoltatori: sono più le persone che si procurano una versione pubblicata

    Questo è vero.
    La cosa strana è che c’è sempre una categoria che dei discorsi non si procura mai una copia attendibile, né cartacea né audio: i giornalisti. 😛

  8. Nemmeno io so valutare la liceità o la democraticità della lettera, o dei comitati. Ma focalizzare l’attenzione su questi aspetti è fare prestidigitazione mediatica.

    Non cambia la sostanza dei fatti:
    un vecchio furbacchione ha vinto bluffando un’importante mano di poker (e alcuni suoi ragazzi stanno girando a riscuotere anche dagli altri tavoli).

  9. Battutaccia? Bah…
    Guarda, il mio hobby per un anno è stato verificare le citazioni e le fonti di alcuni grossi nomi del giornalismo.
    Travaglio, Ferrara, Scalfari.
    Appena appariva l’articolo, se la fonte era un giornale estero o un discorso reperibile on-line lo consultavo( anzi, usavo l’accortezza di vedere la copia cache ).
    Nessuna persona normale si prenderebbe questa briga e difatti io mica sono una… 😉
    Citazioni imprecise, discorsi rimaneggiati ad arte, omissioni di contesto e informazioni importanti, sminuimento o sopravvalutazione della fonte… spaventoso.
    Con il papa, la cosa è identica. I suoi discorsi appaiono subito su vatican.va, e chiunque può testimoniare che non subiscono rimaneggiamenti.
    Eppure, si discute su riassunti infedeli e de relato.
    L’errore su Feyerabend del giornale è nulla al confronto.

    Cmnq, mi fa pensare un aggettivo che Weissbach critica( ovviamente dissento dal resto del commento ): “democratico” “lecito”.
    Mi piace il gesto di mano di Weissbach: è tutto prestidigitazione, scartiamo via!
    Si è parlato di democraticità, laicità, opportunità etc. etc.
    Un abuso linguistico dopo l’altro, e non sono semplici sfoghi verbali.
    In generale, infuriamoci innanzitutto con gli abusi concettuali

    ciao! Eno

  10. eno: Sono curioso: secondo te si tratta di buona o di cattiva fede? Sai come sono messe le cose all’estero?

    Weissbach: contrariamente a eno, la penso come te: ha vinto con un ottimo bluff (cavalcando una situazione che credo non abbia cercato).

  11. Lavoro ultimamente e non ho molto tempo per la “rassegna stampa”.
    Infatti mi riferivo al passato, fino a sei mesi fa.
    Mi riferivo ai discorsi passati del papa, quello di Ratisbona in primis, per come sono stati trattati. ( Diavolo, non accorgersi che era critico verso il protestantesimo e non verso l’islam, non ci voleva molto a capirlo! )
    Nota che l’ho detto per chiarire le ragioni della mia malvolenza per i giornalisti, non per parlare del papa.

    La cosa all’estero ha avuto poca eco, se era questa la domanda.
    A seconda dell’impostazione editoriale: per le Figaro tutti i politici italiani l’hanno sostenuto e difeso con indignazione, lo Spiegel ha svirgolettaro la frase di Feyerabend e gliel’ha attribuita e ha generalizzato il collettivo facendolo diventare “gli studenti dell’università”, lo Zeit- di solito molto attento alle cose italiane- non ha, per quello che ho visto, detto nulla.
    ( Sembro Klaus Davi, vero? 🙁 )
    Questo a dimostrare che la “grande stampa europea” o non sa nulla di noi o sa cose imprecise.
    Ignoro altri giornali.

    In questo caso, però, la buona fede giornalistica non c’entra molto.
    Pochi pensano veramente che Ratzinger avesse attaccato Galileo a muso duro.
    La questione sui media non era cosa avrebbe detto, ma se era opportuno che tenesse un discorso all’università.
    E nella valutazione dell’opportunità, richiamarsi a quello che aveva detto in precedenza- ammettiamolo- era un pretesto. Se avesse parlato arcibene di Galileo, si sarebbe parlato di scuse tardive, di parole senza seguito nei fatti, di discorso peloso, etc.

    Tutto il dibattito si riduce a: “Può un uomo di fede, un uomo di religione parlare all’università?”

    Habermas diceva parlando con il cardinale Ratz che le religioni hanno un potenziale di significato, e che assieme a quello di altre forme sociali spontanee quei potenziali sono presupposti in ogni sistema politico.
    E’ compito di un linguaggio razionale esplicare quel potenziale in una lingua intelleggibile a tutti.
    Aveva ragione o no?
    E se sì, perché il luogo di esplicazione non dovrebbe essere l’università?

    Ignoro la risposta.

    ciao, Eno

  12. “Può un uomo di fede, un uomo di religione parlare all’università?”

    Non credo che il dibattito si riduca a questo.
    Il papa non è SOLO un semplice sacerdote cattolico, è anche una figura politica (capo di stato) e ha sicuramente una influenza politica.
    Con questo non voglio dire che non debba parlare, solo che il dibattito non si riduce a quest’unica domanda.

    Personalmente io lo avrei lasciato venire (ma io avrei laciato venire CHIUNQUE, anche un nazista o Milosevic) , anche se non avri limitato il suo intervento a un discorso unilaterale: se ci deve essere “scambio” culturale, dovrebbero esserci domande e risposte, e un contraddittorio, civile, ma anche serrato.

    Tutti possono parlare, nessuno può predicare facendo senza mai rispondere alle domande (o peggio ancora, senza che siano PREVISTE domande).

    Un “pistolotto” di introduzione all’anno accademico non è uno “scambio” culturale, mi sembra, e sarebbe degradante pril concetto di cultura limitare un intervento a un discorsetto e una benedizioncina, come se si fosse all’asilo nido. 😉

    “le religioni hanno un potenziale di significato, e che assieme a quello di altre forme sociali spontanee quei potenziali sono presupposti in ogni sistema politico”

    Le religioni non hanno significato razionale, nè è corretto chimarle “forme sociali spontanee” , in quanto NON sono spontanee. Non tutti entrano spontaneamente nella Chiesa Cattolica, anzila maggior parte dei cattolici nominali viene considerata tale dal battesimo (atto sicuramente NON desiderato dal battezzato).

  13. Kirbmarc: concordo sulla prima parte (nessun discorso complicato si riduce a un solo aspetto).
    Non mi è ben chiaro cosa intendo con “le religioni non sono spontanee”.
    Dubito che l’immacolata concezione o la transustanziazione siano fenomeni spontanei (infatti sono propri solo di alcune “sette” religiose), ma la religiosità in sè mi sembra invece un fenomeno talmente diffuso da risultare spontaneo (oltre alle religioni monoteiste, considero qui, ovviamente, anche il teismo).
    Trovo anche difficile quel “le religioni non hanno significato razionale”: che non si riducano a esso è, secondo me, vero, che però non lo siano del tutto, mi sembra eccessivo.
    Habermas, comunque, non l’ho mai capito. 😉

  14. “la religiosità in sè mi sembra invece un fenomeno talmente diffuso da risultare spontaneo”

    La reliosità (o spiritualità) è spontanea, le reliogioi (come chiese e corpus di dogmi),no.

    E’ la stessa differenza che c’è fra l’amicizia (spontanea) e un gruppo organizzato (non spontaneo).

    Inoltre, sponaneo non significa sempre positivo o da tenere in considerazione: anche l’aggressività è spontanea (un esercito non lo è) ma questa non significa che i gruppi aggressivi debbano per forza avere parte nelle decisioni politiche.

    “Trovo anche difficile quel “le religioni non hanno significato razionale”: che non si riducano a esso è, secondo me, vero, che però non lo siano del tutto, mi sembra eccessivo.”

    Possono essere COERENTI INTERNAMENTE dal punto di vista logico (alcune,non tutte), ma non sono visioni razionali rispetto al mondo fisico (assumono come dogmi delle supposizioni senza provarle).

  15. Il dibattito non mi interessa troppo sul punto.
    Quando dicevo “tutto si riduce a… ” intendevo in senso iperbolico: “il punto focale è…”.
    Cmnq, la questione non è per nulla complicata: “papa barlare in univerzità: zì o nnno?”.
    In resto, gli studenti, i prof. in blazer con proclami in stile BR, è tutto un contorno fumoso.
    Complicato è semmai trovare la risposta.

    Di certo non è la sua funzione di capo di stato ad essere un problema. Anche il Dalai Lama è una figura politica, oltre che religiosa( diciamola pure tutta: teocratica ) e io sicuramente non obietterei alla sua presenza nella mia facoltà.
    Oppure: se Köhler tenesse un’allocuzione sarebbe un problema? o il re Juan Carlos? o la regina Elizabeth? o il presidente sloveno Türk?

    E’ il lato del papa come capo di una radicata organizzazione, semmai, a destare dubbi.
    Ma se questo è l’ostacolo maggiore si deve riflettere: qualunque idea diffusa ha una sua organizzazione e un radicamento.
    Fosse valido il principio, la libertà accademica sarebbe riservata soprattutto alle posizioni del tutto insignificanti.
    Non so: i falansteri di Fourier, il distribuzionismo inglese o il flogisto. 🙂

    Oppure, per fare un’ipotesi più maliziosa e molto più realistica: la libertà sarebbe garantita a quei piccoli gruppi organizzati, la cui natura è proclamarsi vittima di un sistema oppressivo che identificano ora nel papa, domani nello stato, dopodomani nel capitalismo.
    Tradotto: il collettivo marxista della sapienza e le quattro idee del prof. Cini.

    ciao! Eno

  16. Mi cito (lo so,fa una brutta impressione farlo):
    “Personalmente io lo avrei lasciato venire (ma io avrei laciato venire CHIUNQUE, anche un nazista o Milosevic) , anche se non avri limitato il suo intervento a un discorso unilaterale: se ci deve essere “scambio” culturale, dovrebbero esserci domande e risposte, e un contraddittorio, civile, ma anche serrato.”

    “Di certo non è la sua funzione di capo di stato ad essere un problema. Anche il Dalai Lama è una figura politica, oltre che religiosa( diciamola pure tutta: teocratica ) e io sicuramente non obietterei alla sua presenza nella mia facoltà.”

    Il problema è questo: e il Dalai Lama venisse a fare un discorso all’INAUGURAZIONE dell’anno accademico, darebbe o no l’impressione che la facoltà sia d’accordo con il Dalai Lama? Che ne sostenga le tesi? Che ne sia influenzata e/o controllata politicamente?

    Non che questo sia un motivo per non farlo venire, d’accordo, ma una visita a un inaugurazione d’annno con un “pistolotto” inaugurale (in senso neutrale) è ben diversa da una convocazione come relatore ad un convegno.

    “la libertà sarebbe garantita a quei piccoli gruppi organizzati, la cui natura è proclamarsi vittima di un sistema oppressivo che identificano ora nel papa, domani nello stato, dopodomani nel capitalismo”

    Personalmente, trovo il comunismo un’idea aberrante e pericolosa, e riconosc che questo aspetto di vittimismo c’è in questi gruppuscoli accademici.
    Ma c’è anche in chi si si dice perseguitato e privato della libertà di parla pur apparendo in televisione, alla radio e sui giornali più di chiunque altro.

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