Quel che dice la pubblicità

Mi piacciono le pubblicità.
Ovviamente essendo io una persona perfettamente razionale non mi faccio influenzare nelle mie scelte – che poi è quello che penserebbe una persona almeno in parte irrazionale, ma non vuol dire nulla –; semplicemente mi diverte vedere come mi si vorrebbe convincere a comprare un determinato prodotto, fare la spesa in un determinato posto, fare una donazione a una determinata Ong. aprire un conto in un determinato istituto di credito, abbonarmi a un determinato servizio eccetera.

Certo, il più delle volte si tratta della banale magnificazione del proprio prodotto o servizio rispetto alla concorrenza: è più bello, più veloce, più economico, più affidabile, più divertente, più efficace, più esclusivo, più comodo, più luccicante, più…
Ci sono però delle interessanti eccezioni, dove il tema più che la qualità di quel che si vende, è l’adesione a una certa visione del mondo, a certi valori che si suppone coincidano con quelli della maggioranza se non della popolazione, quantomeno dei potenziali clienti.
Un’azienda dei telecomunicazioni non mi informa sui giga o i mega che offre e a quale prezzo, ma del fatto che la sua infrastruttura è al 100% alimentata da energie rinnovabili. Un supermercato si vanta non di avere bistecche e verdure particolarmente buone o economiche, ma di avere lo stipendio base più alto di tutto il settore. E una banca lascia perdere interessi e servizi, ma mi informa di essere “ticinese”.

Difficile dire se vi sia una sincera adesione a quei valori oppure un semplice calcolo economico – anche perché parliamo di aziende, entità alle quali non è facile attribuire un’intenzionalità. Ma tutto sommato – e ammesso ovviamente che si tratti di un vero impegno, non di vuoti slogan – la differenza non è così fondamentale: il risultato è in fondo lo stesso, un impegno per un mondo più sostenibile, più equo o più autarchico. E se, da consumatore, mi chiami a scegliere tra questi valori, non diventerò mai cliente di quella banca.

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