Moralità e razionalità

closeQuesto articolo è stato pubblicato 7 anni 7 mesi 14 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

È molto interessante leggere le risposte fornite dalle tredici personalità interpellate dalla John Templeton Foundation sul rapporto tra moralità e razionalità: non si scopre nulla di radicalmente nuovo (almeno per chi ha una conoscenza anche minima della letteratura in proposito), ma si ottiene un panorama delle opinioni che caratterizzano vari ambiti disciplinari.

Il quesito

La domanda posta è la seguente: l’azione morale dipende dal ragionamento? (Does moral action depend on reasoning?)
Da notare la vaghezza di quel “dipende”, che può indicare sia una correlazione forte (con l’azione morale completamente dipendente dal ragionamento) sia un legamo più blando (la semplice influenza, in rare circostanze, del ragionamento sulla condotta morale).
Anche “azione morale” si può interpretare in diverse maniere, come vedremo in seguito.

Nessuna dipendenza

A propendere per una scarsa o nulla influenza del ragionamento sull’agire morale sono Michael Gazzaniga, Jonah Lehrer, Jonathan Sacks e Aref Ali Nayed: due neuroscienziati, un rabbino e un teologo islamico.
Tralasciando Ali Nayed, la cui compassione cosmica (Moral action consists in tapping into this cosmic compassion, the spring at the center of our being) mi pare poco più di un elegante rifiuto della ragione, Gazzanica, Lehrer e Sacks condividono l’idea che l’azione umana sia frutto di schemi mentali dovuti all’evoluzione, e sui qu

ali la ragione può fare ben poco.
Secondo Gazzaniga, tutti i processi decisionali avvengono prima che si diventi consapevoli della decisione presa:

All decision processes resulting in behaviors, no matter what their category, are carried out before one becomes consciously aware of them.

Le giustificazioni razionali vengono dopo, ad opera di un particolare dispositivo chiamato “interprete”:

There is a special device, usually in the brain’s left hemisphere, which seeks to understand the rationale behind the pattern of behavior observed in others and/or oneself. It is called the “interpreter” and concocts a story that appears to fit the variable behaviors in question.

Gazzaniga non spiega quale sia l’utilità di questo interprete. Eppure a qualcosa servirà: difficile pensare che l’evoluzione ci abbia dotati di un dispositivo così complicato e inutile! Forse qualche influenza il ragionamento ce l’ha, anche se indirettamente (come sembrano sostenere Lehrer e Sacks, la cui risposta è meno netta di quella di Cazzaniga).

Ragione e sentimento

Il ragionamento è importante e, per certi versi, indispensabile, ma non è sufficiente: alla base dell’azione vi sono i sentimenti morali (in senso largo, e quindi includendo anche le reazioni istintive). È questa, grosso modo, la posizione degli psicologi (Joshua D. Greene e John F. Kihlstrom) e  di alcuni filosofi (Rebecca Newberger Goldstein, Jean Bethke Elshtain).
La più esplicita è Goldstein, con una parafrasi kantiana che non lascia dubbi:

Kant offered an elegant summary of his theory of knowledge: Concepts without percepts are empty, percepts without concepts are blind. Morality can be summarized with a paraphrase: Reason without moral emotions is empty, moral emotions without reason are blind.

Il più didascalico è Greene, che propone un paragone tra ragionamento e reazioni istintive, da una parte, e programmi automatici e impostazioni manuali delle moderne macchine fotografiche dall’altra.

L’agire morale non è un agire qualsiasi

Le risposte illustrate finora hanno descritto l’agire umano in generale. La domanda però riguarda l’agire morale.
Si può immaginare che la moralità di una azione dipenda da cause esterne, come le conseguenze sociali dell’azione e il giudizio complessivo su queste conseguenze. In questo caso quello che vale per una qualsiasi azione vale anche, automaticamente, per una azione morale.

Ma se pensiamo alle azioni morali come una classe speciale di azioni che si basano su un ragionamento morale, il discorso cambia, e la risposta alla d

omanda è, quasi tautologicamente, sì.
Antonio Damasio, neuroscienziato, e Christine M. Korsgaard, filosofa, sono molto chiari in proposito.
Damasio:

My answer is a strong “yes” because the actions we can truly call moral depend on the work of reason at some stage in the process leading to their execution.

E Korsgaard:

But moral action does not merely depend on reason. Moral action is rational action, because the moral law is a law of reason.

Conclusioni

Come accennato all’inizio, in questi brevi articoli non vi sono tesi radicalmente nuove o approfondimenti originali di tesi già conosciute (e sarebbe strano aspettarsi il contrario).
Quello che è lecito sperare di trovare è il quadro d’insieme – che di solito si perde leggendo opere più approfondite e dettagliate.

È quello che ho cercato di fare: leggere i vari interventi cercando un elemento comune – o, richiesta meno esigente, delle wittgensteiniane somiglianze di famiglia. Ma non ne ho trovate; ci sono, certamente, alcuni tratti comuni, ma riguardano solo alcuni casi. Non c’è alcuna aria di famiglia, in queste riflessioni: manca un paradigma comune, non c’è un vocabolario condiviso.

La domanda riguarda la relazione tra due concetti: azione morale e ragionamento.
Un problema che si può affrontare da diversi punti di vista: filosofia, psicologia, neuroscienze e, perché no?, religione. Se manca un terreno comune per la definizione dei concetti coinvolti, ha senso parlare di diversi punti di vista? Soprattutto, se manca un terreno comune di discussione, ha senso tentare un confronto tra varie discipline che, è evidente, parlano di cose diverse?

2 pensieri su “Moralità e razionalità

  1. quello che gazzaniga chiama “interprete”, haidt lo chiama “avvocato” e serve, secondo lui, a giustificare le decisioni prese. giustificarle sia ai nostri occhi, sia soprattutto agli occhi della giuria e del giudice che sono gli altri.

    la razionalità dell’azione morale in specifico dipende per forza dalla normatività che gli si vuol dare, stabilita una certa definizione di “azione morale”: cosa dobbiamo fare (e non cosa facciamo). c’è il salto humeano da is a ought, e ought è una cosa che magari non esiste, non ha essenza, non è vera – è nostra, razionale, inventata, costruita, indipendente dai fatti.

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