Leggere notizie

Ho finito di leggere ‘Smetti di leggere notizie – Come sfuggire all’eccesso di informazioni e liberare la mente’ di Rolf Dobelli (tradotto in italiano da Silvia Albesano e pubblicato dal Saggiatore).

Di un infelice esempio fatto dall’autore ho già scritto.
Nel complesso, come ho trovato il libro? In quattro parole: condivisibile, confuso, manicheo ed elitario.

Condivisibile – più o meno

Perché, secondo Dobelli, dovremmo smettere di leggere notizie?
Fondamentalmente, perché sono irrilevanti e pericolose. Non solo è difficile indicare una notizia la cui conoscenza abbia cambiato la nostra vita – e per quelle poche che lo hanno fatto, ne saremmo venuti a conoscenza anche senza seguire notiziari, giornali e siti d’informazione –, ma seguire il flusso di notizie è fonte di ansia e stress, altera la nostra percezione della realtà senza darci una reale comprensione della complessità del mondo ma anzi illudendoci di aver compreso qualcosa.

Se pensiamo a gossip e indiscrezioni o ai video morbosi che sempre più spesso troviamo pubblicati anche su siti d’informazione in teoria seri e affidabili, fatico anche solo a immaginare una critica agli argomenti di Dobelli: forse non è vero che metà della popolazione soffre di sintomi da stress per il consumo di news – Dobelli cita “uno studio della American Psychological Association”, ma in realtà si tratta di un sondaggio, del quale peraltro ha forse letto solo il resoconto di Time –, ma che quelle notizie di scarsa qualità siano irrilevanti non c’è dubbio. Nella migliore delle ipotesi si tratta di intrattenimento, e allora tanto vale leggere un racconto o guardare una serie tv o un cortometraggio.

Ma la tesi di Dobelli riguarda tutte le notizie – anche quelle che consideriamo importanti, anche se date in maniera sobria da testate autorevoli:

Un autobus coinvolto in un incidente stradale in Australia. Un terremoto in Guatemala. Il presidente del paese A che incontra il presidente del paese B. L’attrice C si è separata da D. Rimpasti di governo in Italia. Lancio di missili in Corea del Nord. Una app che batte tutti i record. Un texano che mangia cinque chili di vermi vivi. Una multinazionale che licenzia il suo Ceo. Il tweet di un politico. Un nuovo Segretario generale delle Nazioni Unite. Un uomo che accoltella sua nonna. I candidati al Nobel. Un accordo di pace. Uno squalo che stacca con un morso la gamba di un sub. La Cina che costruisce una nuova portaerei. Uno scandalo legato alla corruzione. La Bce mette in guardia da una recessione. Incontri al vertice del G7, G8, G20, G87, G123. L’Argentina è insolvente. Un imprenditore finisce in galera. Un governo si dimette. Un colpo di stato. Un naufragio. Il valore di chiusura del Dow Jones.

Secondo Dobelli, un incidente stradale in Australia o un incontro tra presidenti sono informazioni inutili, fuorvianti o pericolose. Non c’è motivo per cui dovremmo tenere conto, nelle nostre decisioni, di un bus uscito di strada in Australia, e anzi la notizia ci crea ansia e magari ci spinge a decisioni sbagliate come rinunciare ai mezzi pubblici per l’auto nonostante la stanchezza – perché gli incidenti d’auto, meno spettacolari, hanno poco spazio sui media che del resto parlano degli incidenti, non delle misure adottate per evitarli.

In questa analisi Dobelli riprende un principio dell’etica stoica, la dicotomia del controllo: dal momento che alcune cose sono sotto il nostro controllo e altre no, “dovremmo impiegare le nostre energie e le nostre risorse per avere un impatto su ciò che possiamo controllare e distoglierle il più possibile da ciò che non possiamo controllare” (la citazione è da Stoicismo: Esercizi spirituali per un anno di Pigliucci e Lopez).
Ora, non sono sicuro che questo principio si debba per forza applicare alle notizie – che di per sé potrebbero essere, sempre per usare la terminologia stoica, un “indifferente preferibile”, se lette senza rendersi schiavi delle emozioni positive e negative che suscitano –, ma certo è un argomento interessante. Quante sono le notizie che davvero cambiano qualcosa nel mio modo di pensare o agire? Se una notizia non mi riguarda direttamente e non arricchisce neanche la mia comprensione del mondo, perché dedicarvi tempo che può essere impegnato altrimenti?

Ecco, altrimenti come? Che cosa propone Dobelli al posto di giornali, siti d’informazione, notiziari radio e telegiornali?
Libri, ovviamente. E altrettanto ovviamente gli incontri con le persone – alle quali magari chiedere cosa è successo, nell’ultima settimana, di davvero importante (ma su questo ci torneremo). E poi, un po’ a sorpresa, gli articoli lunghi, gli approfondimenti, i reportage.

Confuso

Esatto: insieme a saggi, documentari e libri, come alternativa alle notizie Dobelli propone “articoli più estesi su giornali e riviste”. Cioè qualcosa che molti catalogherebbero come notizia.
Forse c’è un problema di traduzione – Dobelli ha scritto il libro in inglese, ma la traduzione sembra basarsi sulla versione in tedesco –, con news impiegato come sinonimo di notizia anche se i due termini mi pare abbiano significati diversi (direi che una news è una notizia breve e relativa a fatti recenti, mentre una notizia può essere più estesa e riguardare anche eventi non recentissimi). Ma il vero problema temo sia dell’autore, non della traduttrice: possibile che in un libro dedicato alle notizie, e al fatto che dovremmo rinunciarvi, non venga dedicata un po’ di attenzione a che cosa è una notizia?

A dire la verità, Dobelli una definizione la fornisce, a un certo punto:

Che cosa sono di preciso le news? La definizione più elementare: «Brevi notizie da tutte le parti del mondo».

Definizione sostanzialmente inutile non solo perché, come detto, nel testo “news” e “notizia” vengono usati come sinonimi, ma anche perché andrebbe chiarito che cosa si intende con “breve”. Infatti, nell’elenco delle notizie cui Dobelli dice di aver rinunciato troviamo citati pure il New York Times, la Neue Zürcher Zeitung e la Frankfurter Allgemeine Zeitung – che in quanto “quotidiani di qualità” non contengono “niente di spregevole o esageratamente sciocco”, ma hanno comunque “notizie inutili”. Eppure questi giornali pubblicano anche articoli che proprio brevi non sono. E tra i motivi per cui le notizie sono il male, cita il ricorso alla narrazione – strategia che peraltro lui stesso utilizza, raccontandoci della sua infanzia in casa di due fedeli consumatori di notizie – che, per quanto stringata, un po’ di spazio lo richiede.
Forse con notizia Dobelli indica semplicemente qualsiasi contenuto informativo inutile: interessante che nell’appendice escluda le previsioni del tempo locali dal novero delle notizie non perché semplice servizio, ma perché hanno una rilevanza pratica (il che, seguendo il ragionamento di Dobelli, potrebbe giustificare il controllare compulsivamente i bollettini meteorologici).

Quindi, a cosa di preciso dovremmo rinunciare? Alle notizie brevi e brevissime, come le “ultim’ora” che spesso si riducono a una linea? A tutte le notizie, anche quelle più lunghe e approfondite? A leggere tutte le testate che contengono notizie? A consultare le notizie in maniera ossessiva, invece di aspettare un più significativo resoconto degli avvenimenti che si sono rivelati più significativi?
Non è chiaro, e purtroppo non è l’unico esempio di confusione – il che è inquietante, visto che con regolarità da product placement ci viene ricordato un precedente libro di Dobelli intitolato, guarda un po’, L’arte di pensare chiaro.

Ci imbattiamo, ad esempio, in un non chiarissimo esempio del bias di conferma,
in ragionamenti al limite del ridicolo – come il lamento che le notizie alterano il nostro cervello, citando un irrilevante esperimento di risonanza magnetica (che poi, o crediamo in un’anima disincarnata o per forza qualsiasi cosa leggiamo o guardiamo “altera” il nostro cervello, creando connessioni tra neuroni) –. Ma il meglio forse lo raggiunge con il “vulcano di opinioni”.

Uno dei problemi delle notizie è infatti che “il vostro cervello produce subito delle opinioni, anche se non siete degli esperti in materia” – come appunto un vulcano che erutta opinioni. E, ci ammonisce Dobelli:

[…] è un grave errore credere di doversi formare un’opinione su tutto. Il 90 per cento delle nostre opinioni è inutile.

Tuttavia, un po’ di pagine leggiamo questa frase:

Prima di leggere un libro o un lungo articolo, mi prendo di solito qualche minuto di tempo e mi costringo a formulare una mia opinione sul tema in questione.

Quindi, le opinioni possono essere un bene – se precedono la lettura di un lungo articolo, invece di seguire la lettura di una breve notizie –, però allora non si capisce come mai prima le opinioni erano la dimostrazione che le notizie sono il male.

Manicheo

Non è un caso che poco fa abbia scritto “bene” e “male”: il libro di Dobelli è incredibilmente manicheo.
Non solo perché non c’è niente di buono o anche solo neutrale, nelle notizie, ma tutto quello che di negativo c’è nel mondo è causato dalle notizie – ed eliminate queste, vivremo in un paradiso in terra. Pare di leggere le caricature che cerca apologetica fa degli atei militanti. Ma come la religione non è la causa di tutti i problemi di convivenza e superstizione – per quanto certo ne acuisca alcuni – così è difficile pensare che le notizie (ammesso che ci si riesca a mettere d’accordo su che cosa è una notizia) siano la causa di tutti i problemi di cattiva informazione che ci sono, anche se certo non solo non li risolve ma in alcuni casi li acuisce.

Il problema dell’approccio manicheo è che porta a pensare che basta far sparire le notizie – dalla propria vita o in generale dalla società, magari con qualche atto di imperio a questo punto giustificato – per avere improvvisamente una chiara e limpida conoscenza di tutto. Non è così, ovviamente, e Dobelli ne è la dimostrazione: pur avendo da tempo rinunciato alle notizie, nel libro fa alcune affermazioni quantomeno avventate, tipo quella che non sappiamo perché si è arrivati alla Rivoluzione francese (d’accordo, il contesto era la complessità della realtà rispetto alle semplificazioni dei manuali scolastici, ma credo che gli storici qualche idea l’abbiano, su cause e motivazioni della Rivoluzione francese) o che la fama di una persona sarebbe indice della sua attitudine alla collaborazione

Elitario

Si è accennato che l’alternativa alle notizie sarebbero libri, articoli lunghi (ma pubblicati da un mensile, al limite un settimanale, ma mai un quotidiano) e le conversazioni con persone esperte. Perché uno dei punti dell’analisi di Dobelli è la necessità di specializzarsi, di diventare esperti in uno specifico campo e lasciar perdere tutto il resto, salvo poche indispensabili nozioni di carattere pratico.

Qual è l’importanza della sfera di competenza? Oggi – con pochissime eccezioni – potete raggiungere il successo professionale solo in una nicchia. Maggiori sono le vostre conoscenze e le vostre capacità in questa nicchia, più grande sarà il vostro successo. Se siete il/la migliore al mondo nella vostra nicchia, ce l’avete fatta. […] In poche parole, potete scegliere: ossessionati dalla vostra disciplina, o perdenti.

Ora, che una persona abbia il tempo di approfondire – per lavoro o per passione – solo alcuni temi è indubbio, ma perché tralasciare completamente tutto il resto? Perché non dovrei trovare la musica folk sufficientemente piacevole da meritare una certa attenzione ma senza diventarne esperto, perché non dovrei leggere un paio di articoli sulla cultura giapponese se mi incuriosisce, o di linguistica, filosofia, cucina norvegese? Davvero la cultura generale è una cosa superata?
Soprattutto: in una società dove ognuno è esperto di uno specifico settore ma ignorante di quasi tutto il resto, come si condividono le conoscenze? Dobelli sembra immaginare una società in cui ognuno riconosce i propri limiti e ascolta silenzioso l’opinione degli esperti. Il che è di un’ingenuità sorprendente. Innanzitutto perché non è affatto detto che uno si renda conto dei propri limiti, soprattutto su argomenti di cui sa il minimo necessario per cavarsela (che, ricordiamo, è la condizione ideale di partenza: esperti di due o tre cose, ignoranti di tutto il resto). E poi, se di un tema conosco solo quello che mi è indispensabile sapere per questioni pratiche, come giudico chi è un vero esperto e chi no? Se della meteorologia mi interessa solo ombrello sì/ombrello no, come distinguo le previsioni di un meteorologo serio da uno che si basa sui pruriti all’orecchio?

Altro punto delicato: il rapporto tra esperti e non esperti. Perché pare di capire che il non esperto dovrebbe semplicemente mettersi comodo, ascoltare e annuire, aprendo bocca solo per ringraziare l’esperto di aver voluto condividere il suo sapere. Che il non esperto possa avere dei dubbi e manifestarli, e l’esperto ascoltarli, è inconcepibile – e sto parlando di semplici dubbi, espressi riconoscendo la competenza dell’interlocutore, non di quello che dopo due video su YouTube si mette a spiegare la scienza agli scienziati.

Se questa è l’alternativa alle notizie che Dobelli vuole proporre, quasi quasi preferisco le notizie, pur con tutti i loro limiti.

In conclusione

Questo testo, pensato inizialmente come una semplice segnalazione, mi è un po sfuggito di mano – non so se rientra negli articoli lunghi che Dobelli sarebbe disposto a leggere, certo io ho cercato di dire tutto quello che secondo me valeva la pena dire, su questo libro. Ma visto che appunto ne è venuto fuori un testo lungo, meglio procedere a un riassunto veloce.

La tesi di fondo è condivisibile: la quantità di notizie brevi e poco significative è enorme e molto probabilmente rivedere le nostre abitudini di “consumatori di notizie”, è un bene (innanzitutto per noi stessi, e poi forse anche per i media che sarebbero incentivati a fare un giornalismo più lento e approfondito).
L’analisi di Dobelli – e soprattutto la sua soluzione: rinunciare alle notizie – è purtroppo confusa e inconcludente. Peccato

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