La fine della globalizzazione e dell’urbanizzazione

Ho fatto una lunga chiacchierata con una persona convinta che il mondo non sarà più lo stesso, dopo l’epidemia.
Non perché – come anch’io mi auguro accada – assumeremo come individui e come società abitudini più igieniche; penso al lavarsi spesso e approfonditamente le mani, a non andare al lavoro in caso di sintomi anche lievi, a non considerare disdicevole non stringere la mano alle persone (cose utili anche per contenere la “banale” influenza). E neanche perché, conclusa l’emergenza sanitaria, ci sarà un tessuto economico da ricostruire.

Più che nuove abitudini, secondo il mio interlocutore, avremo nuovi abiti – nel senso di inclinazioni, attitudini, indoli. Mettendo in crisi i due pilastri su cui si negli ultimi cinquant’anni si è retta l’evoluzione sociale: la globalizzazione e l’urbanizzazione. Non si tratta di utopistici ritorni al passato, ma di pratiche e stili di vista molto diversi da quelli attuali: una minore mobilità, un’economia più locale e legata al territorio, la ricerca di spazi e stili di vita meno affollati.

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Io sono più dell’idea che alla fine cambierà poco o niente, fondamentalmente perché siamo cocciuti abitudinari. Ma è pur vero che qui non c’è un intellettuale che, con argomentazioni ideologiche, ci spiega i problemi dell’attuale sviluppo economico e sociale: qui abbiamo un’epidemia che ci ha costretti in casa e che può tornare. L’impatto – come sostiene il mio interlocutore – può ben essere diverso, più profondo e più duraturo.

Bene: andremo quindi tutti a vivere in campagna abbandonando le città, lavorando perlopiù da casa, evitando lunghi spostamenti e grandi concentrazioni di persone, da concerti e festival a crociere e condomini?
Può darsi. Ma quello che più mi ha lasciato perplesso, in questo discorso qui malamente riassunto – dovrei ricavarci un’intervista che spero di pubblicare a breve –, è la disuguaglianza.
Già adesso chi – e in questo, lo riconosco, sono fortunato – ha boschi vicino casa dove passeggiare, giardini e terrazze dove stare all’aria aperta, chi ha un lavoro che può svolgere da casa senza particolari intoppi sta vivendo questa pandemia in maniera molto diversa da chi si ritrova in un piccolo appartamento con balconcino vista tangenziale, costretto a recarsi al lavoro – se ce l’ha ancora – senza troppe garanzie igieniche.

Se questa adesso è in parte una fortuna, in futuro sarà sempre più privilegio. A comprarsi una villetta in campagna saranno infatti quelli che adesso hanno l’appartamento in centro, non quello che vive nel casermone di periferia; non per tutti sarà semplice lavorare da casa, evitare che i parenti anziani finiscano in una affollata casa di riposo eccetera. Per non parlare della scuola, che con la didattica a distanza diventa ancora più suscettibile alle disuguaglianze degli alunni.
Se il nuovo “standard di vita” sarà davvero così diverso da quello attuale – e io, lo ripeto, non ne sono così convinto –, temo sarà uno standard per pochi. Certo, le disparità non mancavano neanche prima, anzi. Ma un conto è chi la differenza tra chi ha tanto e chi ha meno, un altro tra chi ha e chi non ha quello che improvvisamente è diventato, se non essenziale, quantomeno importante per una vita “normale”.

Appendice

Ho poi molte perplessità sulla sostenibilità ambientale, per questo scenario di umanità sparpagliata. Davvero possiamo riversare la popolazione delle città nelle campagne senza compromettere l’ambiente più di quanto già lo sia adesso? È possibile un trasporto pubblico con vasti territori poco abitati? La riduzione degli spostamenti del telelavoro basterà per non aumentare l’impatto ambientale della mobilità?

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