Il fine giustifica i mezzi

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 4 mesi 17 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Il racconto è stato concepito alcuni anni fa, ed è nato come semplice storia personale. Gli eventi di questi ultimi anni l’hanno trasformata in una metafora: la storia personale diventa storia sociale e globale. Purtroppo.

Il fine giustifica i mezzi

Il locale è buio. Impossibile determinarne con esattezza le dimensioni. Le uniche cose chiaramente visibili sono un grosso orologio e lui, il prigioniero.
Il prigioniero è seduto, o meglio legato ad una sedia, nel centro della stanza, illuminato da una potente lampada azzurrognola.
Dall’unica porta di accesso, situata ovviamente alle spalle del prigioniero, entrano due persone.
“È pronto, sergente?”

“Sergente! Mi sta ascoltando? Le ho chiesto se si sente pronto!”
“Sì signore, scusi signore. Sono pronto ad iniziare l’interrogatorio. Soltanto…”
“Soltanto?”
“Soltanto, non mi aspettavo una stanza del genere. Signore, questo è un luogo di tortura, non di interrogatori!”
“Sergente, le ricordo che siamo in guerra. Ovviamente non le chiediamo di torturare il prigioniero, anche se qui ne avrebbe la possibilità. Però non si lasci commuovere: le ricordo che è con un assassino, con un terrorista che ha a che fare. E si ricordi anche che il prigioniero è in possesso di informazioni che potrebbero esserci molto utili.”
“Vedrò di farmi dire tutto quello che sa, signore. Ma, se permette, senza macchiare la mia coscienza.”
“Mi aspetto dei risultati. Ci vediamo domani mattina, sergente. E, per quanto riguarda la sua coscienza, forse le vittime del suo prigioniero e dei suoi amici la macchieranno più di qualche sollecitazione non ortodossa, non crede?”
“Arrivederla, signore. Ci vediamo domani mattina.”
“Buon lavoro, sergente.”

“Come ti chiami?”
Il prigioniero alza la testa e guarda il sergente, ma non parla.
“Ti ho chiesto come ti chiami?”
Il prigioniero continua a non parlare.
“Non me lo vuoi dire, eh? Va bene, nessun problema. Ti chiamerò Nessuno.”
Il sergente fissa qualche secondo il prigioniero, come a dare autorevolezza al battesimo.
“Bene, caro Nessuno, perché ti ostini a non dirmi nulla. Cosa cambia: sei stato catturato. Sei un prigioniero, adesso. I tuoi compagni ti hanno abbandonato. Perché non ci racconti qualcosa? Potremmo ricompensarti per le tue informazione!”
Nessuno fissa con odio il Sergente, che continua imperterrito, sperando in una reazione.
“Non fare il cocciuto, Nessuno. Non hai alcun vantaggio a stare in silenzio. Nessun vantaggio. Io voglio aiutarti!”
Finalmente Nessuno reagisce, con rabbia:
“Tu non vuoi aiutarmi! Tu vuoi che io tradisca i miei compagni!”
“Nessun tradimento. Voglio solo darti la possibilità di rimediare ai tuoi errori!”
“Errori? Difendere la mia terra non un errore! Uccidere chi cerca di uccidere me e la mia gente non è un errore! Non è un errore difendersi, ammazzare quelli come voi!”
Dopo aver ascoltato queste parole, il sergente si allontana, rimane qualche minuto in silenzio, poi ritorna da Nessuno.
“Ammazzare quelli come voi? Cosa avremmo fatto di così terribile? Ma dimmi quello che pensi tu, non quello che ti hanno infilato nella testa i tuoi presunti amici!”
“Voi ci uccidete. Voi ci affamate, ci umiliate, ci picchiate, violentate le nostre donne, distruggete le nostre case. Voi fate tutto questo ed altro ancora. Per questo vi odiamo.”
“Bravo pappagallo. Ti hanno ammaestrato bene. Evidentemente non c’è nulla che io possa fare, per te. Addio, idiota.”
Il sergente esce dalla stanza, lasciando solo Nessuno.

Dopo un tempo indefinibile, il sergente rientra, prende una sedia, la sistema davanti a Nessuno e vi si siede, fissando il prigioniero, per la prima volta, dalla stessa altezza.
“Allora, hai avuto tempo per riflettere? Hai pensato a quello che ti ho detto?”
Nessuno, ovviamente, non risponde.
“Sei un terribile testardo, lo sai?”
“Da me non saprai mai nulla!”
“Perché ti ostini a considerarmi un nemi

Lascia un commento