Il fine e i mezzi

closeQuesto articolo è stato pubblicato 11 anni 5 mesi 22 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Bar molto frequentato del centro. In disparte, seduto ad un tavolino, Ludovico beve un tè e legge il giornale. Entra Tommaso e, superata la folla nei pressi del bancone, lo raggiunge.

Ludovico: Benvenuto, Tommaso. Come stai?

Tommaso: Bene. Ti ho visto assorto nella lettura del giornale: qualche notizia interessante?

Ludovico: Notizie? Non ti facevo così ingenuo! I giornali contengono oramai pochissime notizie: il loro contenuto principale è la pubblicità. Per questioni di equilibrio, alle pagine pubblicitarie ricche di immagini affiancano pagine piene di testi: le opinioni, sempre legate alle misteriose alleanze politiche ed economiche dell’editore, qualche notizia, se non si è trovato di meglio, e infine i riempitivi. Io ero attratto proprio da un riempitivo: un articoletto chiaramente inventato da un qualche redattore per riempire la pagina.

Tommaso: Fingerò di credere a questa tua descrizione, e non ti chiederò perché leggi tutti i giorni almeno due quotidiani. Piuttosto dimmi di quel riempitivo che tanto ti ha interessato.

Ludovico: In India, ossia in un luogo sufficientemente vasto e lontano per rendere difficile una verifica, un capostazione ha dovuto gestire una situazione di emergenza: un treno privo di controllo stava entrando a forte velocità in stazione. Il treno avrebbe travolto un gruppo di circa venti persone oppure, se il capostazione avesse azionato lo scambio, un operaio. Il capostazione ha deciso di azionare lo scambio, e adesso è accusato di omicidio.

Tommaso: Interessante storia. Se non sbaglio l’ho già letta da qualche parte. Credo in un qualche testo di filosofia morale, nei capitoli dedicati alle etiche consequenzialiste in generale e all’utilitarismo in particolare. Occorre valutare la scelta del capostazione in base alle conseguenze delle sue azioni, all’utilità del suo agire.

Ludovico: Anche io ricordo un esempio simile. Non fatico ad immaginare un redattore appassionato di filosofia morale che, in mancanza di meglio, ha ripreso le sue letture serali per riempire un buco.

Emanuele entra nel bar e, dopo aver salutato i due amici ed essersi accomodato, legge l’articolo.

Emanuele: Interessante articolo, ma sicuramente falso. Questa storia l’ho già letta in alcuni testi di filosofia morale. Tuttavia, l’esempio che ricordo io era leggermente diverso: il capostazione deviava il treno verso un binario vuoto, ma per azionare il cambio doveva buttare sotto il treno un operaio.

Ludovico: Una differenza non da poco!

Tommaso: Per un utilitarista, in teoria, la differenza è minima: deviare il treno è comunque giusto, in quanto è meglio un morto solo che molti morti.

Emanuele: Questo è un problema dell’utilitarismo, e del capostazione che causa la morte di un’altra persona.

Tommaso: Ma agisce così per salvare delle vite.

Emanuele: La tua aritmetica mi lascia indifferente: non stai contando i ricavi e le spese di una ditta! Il nostro ipotetico capostazione, in maniera arbitraria e gratuita, decide la vita e la morte di altre persone, degradandole a semplici oggetti. Questo è inaccettabile.

Tommaso: Posso concederti che sacrificare la vita di un’altra persona lanciandola sotto il treno è un comportamento antisociale, e quindi non raccomandabile. Un vero utilitarista non dovrebbe limitarsi a valutare i singoli eventi, trascurando le conseguenze generali. Ma ribadisco la legittimità del comportamento del capostazione nel primo scenario, quando si limita a deviare il treno.

Emanuele: Deviare il treno uccidendo una persona, anche se viene fatto per salvare altre vite, rimane comunque un atto grave. Ti concedo tuttavia che agire così è meno grave che decidere arbitrariamente della vita di un’altra persona spingendola sotto un treno. Nel primo caso la degradazione ad oggetto è parziale, mentre nel secondo è totale.

Ludovico: Curioso!

Emanuele: Cosa trovi di così curioso, Ludovico?

Ludovico: È semplice: voi due, a partire da teorie e soprattutto da atteggiamenti così diversi, alla fine convergete su posizioni simili. Per entrambi il comportamento del capostazione, quando devia il treno provocando indirettamente la morte di un operaio, è corretto o giustificabile, mentre, sempre per entrambi, è inaccettabile provocare direttamente la morte di una persona.

Emanuele: Sinceramente, non vedo la convergenza che tu affermi di scorgere tra le nostre posizioni.

Tommaso: Io invece sono d’accordo con Ludovico. Ammetterai, Emanuele, che entrambi, chiamati a giudicare il comportamento del capostazione, lo condanneremmo nel primo caso ma lo assolveremmo nel secondo.

Emanuele: Se l’etica è solo questione di condanne e assoluzioni, allora le nostre posizioni convergono.

Ludovico: È proprio questo il problema: cosa altro è l’etica, se non giudizi di condanna o di assoluzione? Voi due avete appena dimostrato che le teorie sono un contorno, un ornamento che viene applicato a comuni giudizi sociali. Con sensibilità personali diverse, condividiamo tutti quanti gli stessi valori e alla fine non vi sono grosse divergenze di giudizio. Mutano le teorie, ma dopo aver sentito i vostri discorsi, mi sembrano semplici cornici che mutano di poco l’aspetto del quadro.

Emanuele: L’etica come teoria, secondo te, non esiste? Per te esistono solo giudizi condivisi dalla collettività? Non vi sono valori assoluti?

Ludovico: La tua è una domanda curiosa. Io penso che l’etica come teoria esista, ma soltanto se questa riesce ad incidere nella società. Quanto ai valori assoluti, se sono davvero assoluti, non sono fatti per noi uomini.

Tommaso: A me non preoccupa tanto la presunta scomparsa dei valori assoluti, bensì lo smarrimento della teoria. Se non vi è nessuna teoria, allora come confrontarsi? Dopotutto, se l’articolo che hai scovato sul giornale è almeno in parte autentico, in India hanno giudizi condivisi diversi, dal momento che il capostazione è accusato di omicidio. Avendo a disposizione una teoria è possibile confrontarsi, scoprire l’errore e sperare di riuscire a correggere chi sbaglia. Ma se la teoria è solo un ornamento, allora tutto questo non è possibile: non si trasforma un quadro di Michelangelo in uno di Klee semplicemente cambiando cornice.

Ludovico: Quello che dici è vero, e non ho soluzioni. Posso solo rispondere che il dialogo avviene anche senza teorie.

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