Etica del voto (o del perché Beppe Grillo è un pericolo populista)

closeQuesto articolo è stato pubblicato 5 anni 2 mesi 4 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Come ha notato .mau., l’espressione “voto utile” si è diffusa un po’ in tutti gli schieramenti politici. Chi invece non è interessato a far votare le persone o è interessato a non farle votare – insomma, anarchici e libertari – parla spesso di “voto inutile”: votazioni ed elezioni non servirebbero a nulla, tanto sono infime le probabilità che la mia decisione influenzi il risultato finale. E anche se influenzasse l’esito delle elezioni, le differenze tra i vari partiti e schieramenti sono talmente evanescenti che cambierebbe veramente poco.

In entrambi i casi si considera il voto in un’ottica consequenzialista, anzi utilitaristica: si decide se e come votare unicamente in base al risultato o meglio alla previsione del risultato.
Il che va benissimo: quelle consequenzialiste sono secondo me le etiche migliori. Tuttavia, votazioni ed elezioni si possono considerare anche come doveri – in senso morale, non giuridico, ovviamente. Sono molte le azioni che facciamo perché dobbiamo farle, al di là dei possibili esiti e anzi anche quando l’esito è sicuramente per noi negativo. Penso, ad esempio, agli innumerevoli gesti d’amicizia o al restituire un favore a qualcuno che se ne è dimenticato.
Lo stesso potrebbe valere per il voto: anche se inutile, una persona può avvertire il dovere di andare a votare (e il dovere di votare il partito nel quale si riconosce, al di là dell’utilità del risultato).
Ovviamente uno questo dovere può anche non sentirlo, o può addirittura sentire il dovere di non votare per non sostenere un sistema insostenibile (questa particolare democrazia o la democrazia in generale).

PS Il riferimento a Beppe Grillo nel titolo è stato inserito unicamente per attirare visitatori. Anche questa è, a suo modo, politica.

11 pensieri su “Etica del voto (o del perché Beppe Grillo è un pericolo populista)

  1. Seriamente: quali sono le differenze? Ne vedo di riferimenti culturali e (forse) di metodi, ma le idee di base mi sembrano le stesse: qualsiasi forma di governo è illegittima. Sbaglio?

  2. Mi sento chiamato in causa da quel “voto inutile”. 😉

    “Penso, ad esempio, agli innumerevoli gesti d’amicizia o al restituire un favore a qualcuno che se ne è dimenticato.”

    Parliamo di nemici non di amici. 😉

    Io nell’ultimo periodo sto guardando alla democrazia come, sì un sistema di schiavitù sistematica, ma inevitabile. Un po’ come la morte: la odiamo tutti e vorremmo che non arrivasse mai ma prima o poi dobbiamo accettarla. Ecco la democrazia – e lo stato – è come la morte. Faccio di tutto per evitarla e nel frattempo nonostante sappia che le mie azioni sono inutili nel contesto di uno spazio-tempo infinito mi vivo la vita al meglio. E nel caso della democrazia andare va benissimo ma appunto per gioco o per creare più caos possibile.
    Spesso si dice che se non andassimo a votare la democrazia perderebbe il suo potere. In realtà di esempi in cui quasi nessuno va a votare (molte delle democrazie occidentali hanno un tasso d’affluenza inferiore al 50%) ce ne sono a bizzeffe e nonostante questo la democrazia continua a funzionare. Questa la dice lunga sul sistema che -come diciamo noi libertari- si basa semplicemente sull’uso della forza di una minoranza ben organizzata su tutti gli altri.

    p.s.
    anarchico e libertario sono sinonimi. Il libertario è l’unico anarchico per antonomasia perché basa la sua filosofia sul principio di non aggressione. Quelli che si fanno chiamare comunemente anarchici collettivisti non possono vantare questo principio nella loro filosofia.

  3. Mah, anarchico è un termine più generico (come dici tu: chi considera illegittima ogni forma di governo), mentre libertario si riferisce, per usare un’espressione che non mi piace per niente, agli anarco-capitalisti.
    Il termine anarchia richiama troppo, nell’immaginario comune, l’idea di caos e di disordine. Per i libertari, l’assenza di un governo non rappresenta affatto una condizione di disordine e, più in generale, la loro tendenza al giusnaturalismo, li fa paladini di un concetto di giustizia e di diritti individuali che si colloca all’esatto opposto di quella immaginaria “legge della giungla” che viene solitamente associata al termine anarchia.
    Per questo non mi piace il termine anarco-capitalisti (anche per l’altra metà del termine, capitalismo, che ugualmente richiama nell’immaginario comune principi e valori molto distanti da quelli tipici libertari).
    E insomma, mi piace il termine libertario e mi piace che lo si distanzi da quello di anarchia e mi illudevo che anche tu, in qualche modo implicito, stessi facendo quella distinzione.
    Abbastanza confuso, eh? 🙂

  4. @Fabristol: A dire il vero erano altri commenti ad avermi spinto a scrivere questo post: non è che sia contrario a parlare di utilità del voto, solo non lo trovo un argomento definitivo.
    Non sono comunque sicuro che l’astensionismo non possa mettere in crisi la democrazia. È vero che partecipazioni inferiori al 50% non sono un problema, ma che cosa accadrebbe se a votare fosse solo il 5% della popolazione?

    @hronir: Io la distinzione la posso anche fare – e nel testo l’ho fatta, citando i due termini – ma certo la situazione è confusa…

  5. “È vero che partecipazioni inferiori al 50% non sono un problema, ma che cosa accadrebbe se a votare fosse solo il 5% della popolazione?”

    Non so ma il Regno unito ha un record di bassa affluenza http://www.guardian.co.uk/news/datablog/2012/nov/16/uk-election-turnouts-historic

    Per il sindaco di Londra ha votato solo il 37% degli aventi diritto. Significa che molto meno del 37% della popolazione ha votato, solo 1 milione su 8 milioni. Un ottavo della popolazione ha deciso della sorte dei restanti sette.

  6. @fabristol: Beh, “ha deciso” è una parola grossa, visto che il singolo ha contribuito solo in minima parte.
    Comunque, curioso come le consultazioni locali siano meno interessanti di quelle più vaste, nonostante ci siano più probabilità di influenzare. Londra a arte – ha probabilmente una popolazione maggiore di quella della Svizzera – ho notato partecipazioni intorno o inferiori al 50% in comuni con veramente pochi abitanti e dove effettivamente un voto poteva fare la differenza magari non per il sindaco ma per un consigliere comunale sì.

  7. Forse perché le elezioni nazionali sono vissute dalla popolazione in modo religioso mentre quelle comunali no? il comune viene visto in modo più laico mentre per le nazionali ogni volta sembra una questione di vita o di morte. Oppure bisogna votare per evitare che i “rivoluzionari” prendano il potere ecc. ecc.

  8. @fabristol: Potrebbe essere questione di identità: uno si sente più italiano che milanese o più francese che marsigliese e quindi è più portato a votare per le nazionali che per le comunali. Mi chiedo se si sia mai studiato il fenomeno, potrebbe essere un progetto di ricerca in sociologia molto interessante.

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