Dialogo sulla razionalità (3 di 3)

closeQuesto articolo è stato pubblicato 8 anni 2 mesi 30 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Dialogo diviso in tre parti (vai alla prima parte; vai alla seconda parte).

Alpha: A questo punto vorrei farti una domanda.

Beta: Dimmi.

Alpha: Dal momento che il metodo scientifico funziona, saresti d’accordo a proibire, o comunque a ostacolare, il ricorso a pratiche che il metodo scientifico ha dimostrato essere false?

Beta: No, non sarei d’accordo. E per due motivi. Il primo è che è il metodo scientifico stesso a richiedere massima libertà, ivi compresa quella di sbagliare. In secondo luogo si tratterebbe di un atteggiamento paternalista che non si addice a uno stato liberale. Essere liberi di agire significa anche essere liberi di sbagliare, fermo restando la mia libertà di consigliare alle persone di lasciar perdere la medicina alternativa e andare da un vero medico.

Alpha: Ottima risposta. Adesso però avrei una storia da raccontarti.

Beta: Una storia?

Alpha: Sì, una storia, o un esempio, se preferisci. Una situazione per mettere alla prova le tue affermazioni.

Beta: Va bene, inizia il racconto.

Alpha: Stai passeggiando, di notte, vicino a un fiume. C’è una nebbia molto fitta: non si vede praticamente nulla. Riesci comunque a intravedere una persona che si incammina verso uno dei ponti. Il problema è che quel ponte è crollato la sera prima, e qualche vandalo ha distrutto i cartelli che segnalavano il pericolo. Cosa fai?

Beta: Che domande! Cercherei di fermarlo!.

Alpha: E come cercheresti di avvisarlo?

Beta: Beh, avvisandolo.

Alpha: E se lui non ti sentisse? O se non ci fosse il tempo di avvisarlo, perché è lì, sull’orlo del baratro?

Beta: Lo afferrerei per la giacca, o per un braccio, in modo da evitargli la caduta.

Alpha: Secondo te è un atto di paternalismo, questo?

Beta: Assolutamente no.

Alpha: E perché no? Dopotutto, di tua iniziativa impedisci all’altro di fare quello che stava facendo, e lo fai in base a quello che secondo te è il suo bene. A me sembra paternalismo, un paternalismo benigno, perché se io fossi quel passante, gradirei molto questa tua intromissione, ma sempre di paternalismo si tratta.

Beta: Lo ammetto: mi intrometto a fin di bene. Ma non impongo la mia volontà, anzi: a ben guardare, mi metto al servizio della volontà altrui. Il passante ha deciso di attraversare il ponte per andare dall’altra parte, ma ha preso questa decisione senza sapere che il ponte è crollato! Io mi intrometto, ma soltanto perché la sua è un scelta non informata. Se non intervenissi lui cadrebbe nel fiume, mentre grazie al mio intervento raggiungerà l’altra sponda, proprio come voleva.

Alpha: Quindi è paternalismo soltanto se il tuo intervento impone la tua volontà, mentre non è paternalismo se il tuo intervento, per quanto non richiesto, va nella direzione della volontà dell’altro e se c’è il sospetto di un deficit di informazione.

Beta: In linea di massima, sì.

Alpha: Cosa intendi con “in linea di massima”?

Beta: Intendo dire che è quello che hai appena enunciato non è un assioma dal quale puoi sperare di dedurre, quasi meccanicamente, se un certo intervento è o non è un atto di paternalismo. È una indicazione, una distinzione da tenere presente quando si giudica un certo atto. Lo dico perché voglio prevenire la tua obiezione: con questo criterio si possono giustificare anche le più bieche intromissioni nella vita privata degli altri, basta affermare che le persone non abbiano una chiara e precisa conoscenza di ciò che realmente vogliono.

Alpha: A dire il vero, non era questa l’obiezione che avevo in mente.

Beta: E a cosa pensavi, allora?

Alpha: È semplice: in base al tuo discorso, tu dovresti intrometterti nelle scelte curative delle altre persone, impedendo loro il ricorso alle cosiddette medicine alternative. Proprio quello che prima avevi definito atteggiamento paternalistico e illiberale!

Beta: Perché dici che dovrei intromettermi?

Alpha: Perché chi ricorre alla medicina alternativa vuole guarire, ma ricorrendo a cristalli, soluzioni omeopatiche, tisane eccetera non guarisce, o comunque non migliora le proprie possibilità di guarigione. È come il passante che si dirige verso il ponte crollato: lui vuole passare dall’altra parte del fiume, ma percorrendo quella strada non ci arriverà mai e anzi rischia di annegare. Se fermare il passante non è un atto paternalistico, allora non lo è neppure fermare chi vuole curarsi tramite l’omeopatia. Come il primo non sa che il ponte è crollato, il secondo non sa che i pezzi di quarzo rosa, al più, sono oggetti d’arredamento.

Betaesitante: Quello che dici è vero, ma non mi piace per nulla l’idea di uno stato che si intrometta nelle scelte altrui costringendo le persone a curarsi come meglio crede…

Alpha: Non è esattamente così. Innanzitutto lo stato non obbligherebbe le persone a curarsi. Se tu non vuoi curare i tuoi malanni (e non vi è pericolo di contagio, ovviamente), non ci sono problemi: è una tua scelta sulla quale la collettività non può interferire. In secondo luogo, non è questione di credenza, ma di scienza. Ti ricordo che poco fa abbiamo concluso che la medicina alternativa non è vera medicina: non si tratta qui di scegliere tra due cure diverse, ma tra una cura vera e una falsa. Per tornare all’esempio del ponte crollato: non si tratta di una scelta tra due strade diverse ma ugualmente percorribili, ma della scelta tra un ponte ancora in piedi e uno che è crollato anche se il nostro passante non lo sa. Non è questione di opinione, ma di scienza. E questo discorso, ovviamente, non vale solo per le medicine alternative. Se una persone pensa di poter guarire ricorrendo unicamente alla preghiera, allora va fermata e ricoverata. Ti ricordo che, recentemente, una bambina è morta perché i genitori, invece di ricoverarla, si sono messi a pregare.

Beta: Sì, l’ho letto anche io. Però, se ho capito bene il tuo discorso, nessuno impedirebbe a queste persone di pregare così, senza uno scopo preciso, esattamente come nessuno, spero, impedirebbe a me di tenere questo pezzo di quarzo rosa come oggetto di arredamento.

Alpha: Esatto.

Beta: Quindi, se una persona rifiuta le cure perché afferma di voler guarire attraverso la preghiera, tu la costringeresti ad andare dal dottore, ma se questa stessa persona affermasse di pregare così, tanto per passare il tempo, tu non avresti nulla da obiettare. Se quello che ho appena detto è giusto, rischia di essere un bel problema per il tuo progetto: come stabilire, infatti, quale sia l’intenzione di una persona quando prega?

Alpha: Sì, è un problema, ma non così grave: una persona può sostenere di avere un pezzo di quarzo rosa così, per bellezza, ma difficilmente può sostenere di assumere una soluzione omeopatica perché è buona e dissetante, oppure di andare dallo sciamano perché è una persona simpatica.

Beta: Rimane il fatto che tutto questo discorso non mi piace. Nonostante tutti i tuoi ragionamenti, continuo a trovare vagamente ripugnante un simile atteggiamento.

Alpha: Posso capirlo, ma preferisci fidarti del tuo istinto oppure della ragione?

Beta: Non indovini la risposta?

Alpha: No.

Beta: Razionalmente, sento di dovermi fidare della ragione, ma istintivamente preferisco l’istinto.

Alpha: …

Beta: …

Alpha: È razionale una simile affermazione?

8 pensieri su “Dialogo sulla razionalità (3 di 3)

  1. C’ è qualcosa che non mi quadra: quando blocco chi è destinato a cadere dal dal ponte non compio un’ azione paternalistica SOLO se parallelamente “scommetto” sul fatto che, per esempio, non verrò denunciato per la mia azione di forza (i tempi della procedutra sono fissati a priori dalla legge). In caso contrario si tratta di paternalismo bello e buono e andrebbe trattato come tale. Un semplice accorgimento del genere scongiura l’ uso improprio del concetto di scienza come strumento di sopraffazione. E’ ripugnante accettare che uno si suicidi se lo vuole fare? Forse, ma chi colloca e difende il suo sentimento di ripugnanza sopra i diritti di libertà individuale si faccia chiamare “paternalista” senza tante storie.

  2. …semplifico. Secondo i due protagonisti non è possibile alcuna forma di altruismo sincero?

    Un Sorriso

    P.S.
    Riuscite a formulare una definizione di altruismo che non finisca per essere una versione rivista del “Do ut des” ?

  3. @broncobilly: Non mi è chiaro il tuo controesempio: in che senso non è paternaismo se l’altro non mi denuncia?
    Comunque, non mi sembra così grave ammettere che in determinate circostanze (urgenza e ignoranza del soggetto) una azione paternalista sia la cosa giusta da fare.

    @il più cattivo: Perché dici che per i due protagonisti non esiste altruismo sincero?
    E, soprattutto, per l’altruismo sincero (non do ut des), il difficile non è la definizione, ma gli esempi.

  4. Se l’ altro non mi denuncia è consenziente. Non c’ è paternalismo se c’ è consenso da entrambe le parti.

    Dirai: esiste pur sempre un “istante” in cui il consenso dell’ altro manca.

    E’ vero! Ma la cosa sarebbe rilevante se quel tempo (istante) fosse discrezionale. In quel caso, in effetti, si potrebbe contare anche sul consenso futuro di colui a cui impedisco l’ omeopatia. Basta allungare a discrezione il “futuro”.

    Invece, è questa la parte decisiva, i “tempi e modi” del consenso sono fissati (dalla legge) in modo astratto per tutte le fattispecie giuridiche e io calcolo il mio intervento conoscendo quei “tempi e modi”. La legge giuridica è importante per delinare il consenso nel momento in cui parliamo di “paternalismo giuridico”.

    Mi sembra un metodo semplice per lasciare che la scienza sia veicolo di libertà anzichè una clava con cui mazzolare e imbrigliare il prossimo.
    ***

    L’ altruismo autentico mi sembra solo una questione di assunti filosofici: è possibile nel caso si ammetta l’ esistenza di una morale razionale.

    Tizio dice: “l’ ho fatto per lui anche se sapevo di subire una serie di ripercussioni negative, capivo però che era giusto farlo”. Se ci troviamo di fronte ad un altruista dipende dalla sincerità di Tizio e dai nostri assunti filosofici.

  5. Che dire dell’omeopatia? Il buon senso dice che non può funzionare e il doppio cieco, pur nella sua rozzezza, lo conferma. Però…
    La cura omeopatica ha alcuni pregi incontestabili:
    1)non provoca effetti collaterali;
    2)opera mediante l’effetto placebo;
    3)gratifica chi la assume, che crede di collocarsi un gradino più su dei poveri disgraziati che ricorrono alle cure allopatiche;
    4)non costa nulla al sevizio sanitario nazionale.
    Fatta la somma è molto meglio di molti farmaci allopatici. Se non fosse per uno scrupolo di coscienza, la consiglierei a tutti.

  6. Caro Estinto, come vedi ho sbagliato il tiro: mi sono messo a discutere con quei due dell’omeopatia e ho dimenticato di commentare il dialogo.
    Che dire?
    Semplicemente geniale.
    Però del costo della decisione e di tutto ciò che segue hanno ampiamente trattato Dennett e Damasio (e, immagino, molti altri). Comunque, anche se forse non è proprio originale, almeno è carino

  7. Mi sembra che il post voglia euiparare il “paternalismo del ponte” con il “paternalismo dell’ anti-omeopata”.

    La cosa secondo me è possibile solo se si adotta una teoria un po’ perversa della libertà.

    Innanzitutto bisogna dire che “paternalismo” è un termine che riguarda l’ operare dei governi, va dunque letto in un’ ottica giuridica.

    Ha poco senso dire che Tizio è un paternalista, ha più senso dire che il governo giudato da Tizio segue politiche paternalistiche, oppure che il governo richiede a Tizio comportamenti paternalistici.

    Solo se si intende in modo corretto il termine ci si spiega l’ accezione negativa (e quindi la ripugnanza) che ha assunto.

    Si ha paternalismo quando A costringe un B dissenziente ad una certa condotta a fin di bene. Una socità libera bandisce il paternalismo.

    Ma quando B è dissenziente? Occorre una teoria giuridica del consenso.

    In una società libera e giuridicamente ordinata, per esempio, costringere un dissenziente è reato e dà diritto ad una denuncia, la presenza di questa denuncia comprova all’ esterno l’ esistenza di un dissenso interiore da tutelare.

    Conclusione, mentre l’ attraversatore del ponte non denuncia, l’ omeopata denucia: nel primo caso non c’ è paternalismo, nel secondo sì.

    Penso dunque che la posizione di alpha giochi in modo ambiguo sull’ assenza di una teoria giuridica del consenso e sull’ accezione storicamente negativa del termine paternalismo che esiste solo se lo si intende riferito ad un governo (monopolio della forza).

    Non inquadrando giuridicamente il problema, alpha è destinato ad una teoria perversa della libertà: quella per cui non puo’ esistere la libertà di sbagliare.

    Una teoria del genere richiede l’ istituzione del Ministero della Verità. Una fine davvero triste sia per un Dio, sia per la Scienza. Una fine auspicata però da molti nemici di Dio, così come da molti nemici della scienza.

  8. @broncobilly: Sì, il paternalismo è roba da governi (il che, tra l’altro, rende difficile il criterio della denuncia: come posso denunciare qualcuno per aver seguito una legge?). Credo comunque che sia sensato parlare di atteggiamenti paternalisti anche per le persone – anche se non sempre è un atteggiamento negativo (direi che un padre, o una madre, hanno tutti i motivi di tenere un atteggiamento paternalistico!).
    Sono d’accordo sull’importanza del fattore tempo per quanto riguarda il consenso: appena dico al passante che il ponte è crollato lui mi ringrazierà. Se dico al malato che si vuole curare con l’omeopatia che questa è una pseudoscienza, lui non mi ringrazierà perché non mi crederà.
    Però è vero che l’omeopatia è una pseudoscienza, come è vero che il ponte è crollato! Per come la vedo io, le similitudini ci sono. Ma sono d’accordo: è giusto fermare il passante, sbagliato obbligare le persone a non curarsi con l’omeopatia.

    @moltoperplesso: Grazie per il complimento al dialogo.
    Sul punto 4, ho dei dubbi: in alcuni casi le cure omeopatiche vengono risarcite dal sistema sanitario.
    Inoltre, se io mi curo con l’omeopatia può essere che la malattia si aggravi, con conseguenti maggiori spese per la cura.

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