Del giornalismo del 21º secolo

closeQuesto articolo è stato pubblicato 1 anno 10 mesi 26 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Secondo me, se il giornalismo ha un senso, oggi, è quello di fare da traduttore all’interno della società.

Con giornalismo intendo, qui, chi dà notizie quotidianamente: gli approfondimenti sono un altro discorso, perché appunto non danno la notizia, ma forniscono gli strumenti per comprenderla. Il problema è che non è detto che questi strumenti siano alla portata di tutti e non è detto che interessino a tutti. Due aspetti che non è il caso di trascurare: una società in cui tutti riescono a comprendere tutto sarebbe bellissima, ma se non ci si ricorda che è un’utopia quello che si ottiene è una società in cui metà della popolazione crede di sapere tutto perché due anni fa ha letto un articolo su Internazionale e l’altra metà odia quelli che leggono Internazionale perché si sentono trattati da capre ignoranti (senza dimenticare un’altra metà che neppure sa che cosa sia Internazionale, e un’altra metà ancora che non conosce le frazioni).

Ma questo riguarda gli approfondimenti, non il giornalismo che tutti i giorni, più volte al giorno, dà notizie. Questo giornalismo non può pensare di dare, tutti i giorni e più volte al giorno, gli strumenti per comprendere una notizia, dalla chiusura di una frontiera al dibattito in parlamento passando per la scoperta scientifica e i dati sulla disoccupazione. No, se il giornalismo ha un senso oggi, secondo me è quello di rendere questi strumenti superflui.
Riuscire a dare la notizia in modo che sia comprensibile, o almeno non fraintendibile, anche a chi sa poco o nulla. Tradurla, appunto, perché la politica, la medicina, l’economia, la sociologia, il diritto, la statistica eccetera sono tutte discipline con un proprio linguaggio, dove un fermo di polizia non è un arresto, la precisione non è l’accuratezza, la media non è la mediana, un decreto non è una legge, una correlazione non è causalità, un rischio relativo non è un rischio assoluto eccetera.

Se uno non parla quel linguaggio, o ha qualcuno che lo traduce oppure non capisce. E se non capisce vuol dire che non c’è comunicazione all’interno della società, il che per la democrazia potrebbe essere un problema.

Questo quello che il giornalismo, secondo me, dovrebbe fare.
E che, salvo eccezioni, non fa.

4 pensieri su “Del giornalismo del 21º secolo

  1. Articolo scritto dopo la lettura di articoli sulla teoria gender e sulla carne rossa cancerogena, per cui scusate il pessimismo ma certe letture deprimono.

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