Dei libri

Dunque, filosofia, letteratura, poi, be’, la mancanza della storia sarebbe stata davvero imperdonabile. Conoscere le vicende del mondo e dell’uomo significa conoscere se stessi e la propria epoca. Scienze naturali e scienze sociali avrebbero completato il novero.
Mi pareva che potesse bastare, anche perché non ero intento a compilare un’ordinazione per una biblioteca, né una rigorosa classificazione del sapere, ed oltre tutto intendevo gli argomenti in maniera lata. Nel campo delle scienze sociali potevo, ad esempio, cogliere i fiori giuridici, politici od economici, ed in quello della filosofia quelli religiosi. Trovavo in effetti, a quest’ultimo riguardo, del tutto intollerabile ridurre la filosofia ad ancella della religione, mentre considerare questa al pari di una disciplina filosofica mi si presentata affatto plausibile.
Soffermandomi un attimo ancora sugli argomenti, per così dire, eletti, mi sorprese purtuttavia il loro esiguo numero. Secondo quanto ne risultava, la tavolozza del sapere ha su di sé cinque colori, con i quali è possibile dipingere ogni quadro: filosofia, storia, scienze naturali, scienze sociali e quella si potrebbe chiamare arte della scrittura. Questo vorrebbe dire che ogni libro le cui parole racchiudono e, al medesimo tempo, esprimono il sapere dovrebbe essere un quadro monocolore: una simile conclusione non mi soddisfaceva per niente. Restando nella metafore sostituii così il colore con la tonalità, il che cambiò di parecchio la prospettiva, dando anche una certa accettabilità alla ristrettezza degli argomenti. Un libro di fisica, cioè, può avere infiniti colori, con la tonalità delle scienze naturali.
Se poche potevano apparire le tonalità, infinite sono le possibili combinazione dei colori, e per di più ad ogni tonalità corrispondono varie sotto-tonalità; come d’altronde è possibile e necessario accostare diverse tonalità. Riconsiderando poi la questione della poesia e della prosa, capii che l’idea di far capo ad un’antologia o ad una storia universale della letteratura mondiale non era buona. Infatti, leggere un testo critico su un autore senza aver conosciuto prima l’opera di quest’ultimo di prima persona non è molto costruttivo; e dopo tutto volevo libri da leggere, non da consultare. Con il risultato che i testi fondamentali potevano essere centinaia, anzi migliaia. E più. L’esclusione di uno solo mi pesava tremendamente sull’animo: avrei voluto portarli tutti, pur rendendomi conto che non era possibile. Mi sentivo come Noè posto in una condizione del tutto particolare: anziché un’arca avevo a disposizione una piccola barchetta. A remi, oltretutto.
Una via d’uscita la intravidi nello stabilire una tonalità che in qualche modo potesse abbracciare tutte le altre, una sorta di meta-tonalità. Individuarla fu relativamente semplice: la filosofia. Essa infatti sta alle altre tonalità come il pensiero sta ai sensi: li lega, non si sofferma esclusivamente su questo o quello, gli dà, appunto, un senso. La filosofia non si limita ad un ristretto campo del sapere, bensì lo ingloba in una visione unitaria. Così, a mo’ d’esempio, la narrazione delle vicende storiche presuppone una certa concezione di come l’umanità si sviluppi, di quali siano le linee fondamentali di tale sviluppo, poiché essa deve anche mostrare e spiegare il concatenarsi degli eventi; alla base della fisica newtoniana sta una certa concezione della meteria e dell’oggetto osservato, all abase di quella contemporanea un’altra; dietro ogni teoria giuridica, politica, economica, sociologica o psicologica si può pur sempre trovare una ben precisa concezione dell’uomo e del suo modo di coesistere; ed anche ogni poesia, racconto o commedia esprime una determinata visione del mondo, o, se si preferisce, dell’universo.
Scegliendo unicamente fra testi filosofici, prettamente filosofici, pensavo finalmente di poter sbrogliare la matassa (anche se l’esclusione di poesia e prosa mi indispettiva non poco). Non mi restava quindi che ponderare quali testi filosofici racchiudano in sé l’intero patrimonio della sapienza, le cui parole dichiarino a lettere di fuoco la conoscenza e ci mettano, come scrisse il poeta, nel mezzo di una qualche verità; anzi, della verità.
Il pensiero volò subito ai Greci, all’antica Grecia, culla della nostra civiltà. I frammenti dei presocratici, gli scritti di Democrito e di Epicuro, i Dialoghi di Platone, i Libri di Aristotele: testi sui quali l’umanità per millenni ha riflettuto! Questi scritti indubbiamente dovevano trovare un cantuccio sulla mia barchetta. D’altra parte anche i filosofi moderni, da Cartesio a Kant, da Spinoza a Hume, hanno apportato novità fondamentali alla riflessione filosofica, alla ricerca del sapere; come escluderli? Lo stesso dicasi dei filosofi contemporanei: si pensi, solo per fare alcuni nomi, ad Hegel, a Marx, a Nietzsche, agli esistenzialisti. la filosofia continua a produrre testi fondamentali, e ritenere tali solo quelli antichi sarebbe un grave errore, dettato dalla mitizzazione del passato atta a mascherare carenze presenti ed a difendere privilegi attuali. Il dogmatismo aristotelico (povero Aristotele!) della filosofia scolastica è cosa ben nota.
Ma sarebbe stato lecito limitarsi alla filosofia occidentale? Forse che il sapere sia di esclusiva competenza dell’uomo bianco occidentale? La filosofia cinese ha dato alla luce altrettanti testi filosofici basilari ed altrettante persone sagge, si pensi solo a Confucio, Lao-tse o Ciuang-tse. I Greci, è noto, consideravano uomini solo colore che parlavano greco; parimenti i Cinesi (sostituendo, ovviamente, la lingua greca con quella cinese). Impossibile anche escludere la tradizione buddhista, quella induista o quella araba; non fu forse Buddha un sapiente? dobbiamo considerarlo incivile solo perché nacque nell’attuale Nepal? Questa sarebbe arroganza, sussiego, ma mai e poi mai sapienza.
Mi trovavo così punto a capo come prima. Avanti di questo passo non solo sulla barchetta non ci sarebbe più stato posto per me, ma essa sarebbe affondata sotto il peso dei libri. Dunque neppure lasciando da parte, a malincuore, poesia e prosa e limitandosi ad un solo argomento, il più fondamentale, appunto, la filosofia, ero in grado di stabilire quali libri portare con me?
Presi una drastica decisione: un solo libro, uno e uno solo avrei fatto mio compagno. Poteva la Bibbia essere questo libro? In essa si narra di come Dio creò cielo e terra, di come esso si rivelò all’uomo, del principio e del destino ultimo dell’uomo e di ogni altra cosa. Di primo acchito poteva davvero sembrare il libro adatto. Però anche i libri delle Sacre Scritture furono scritti da uomini, e uomini erano colore che decisero quali libri dovessero entrare nel novero di quelli sacri e quali no: dovevamo ritenere questi uomini infallibili? Mi ricordai anche, zanzare punzecchiante, che nelle carceri militari è permessa la lettura di due soli libri: il codice militare e la Bibbia…
E perché, in fin dei conti, la Bibbia e non il Corano? Con che diritto, al di là del pregiudizio teologico, si può dichiarare il Dio della Bibbia superiore all’Allah del Corano, se entrambi sono Uno, Onnisciente, Onnipotente? Anzi, se così stanno le cose, come possono essere due? Perché, ancora, non scegliere il Tao te ching, visto che anche esso indica la via del cielo e della terra, pur non parlando di alcun dio? E le Upanishad? E i vari Libri dei Morti?
Venni pervaso a questo punto da un senso di sconforto e di disperazione. Mi pareva di essere Teseo abbandonato da Arianna in un labirinto, dove ad ogni angolo un Minotauro era pronto a divorarmi. Pensari persino di rinunciare. Solo per un istante, ma lo pensai.
Il mio sguardo si posò su un grosso albero in mezzo ad un prato. SU un ramo degli uccellini, non sapevo di quale razza, né mi importava saperlo, avevano tessuto il loro nido. D’un tratto la madre si staccò in volo dal nido, per atterrare sul prato proprio ai piedi dell’albero, dove di potevano vedere le grosse radici sporgere. Raccolse col becco alcuni semi che si trovavano sparsi per terra e li portò nel nido, dove i suoi piccoli attendevano fiduciosi ed affamati.
Non so se fu dovuto a quest’episodio, però in quel momento capii che non avrei dovuto lasciare alcun libro dietro me, tutti li avrei portati.
Presi me stesso e partii.

2 commenti su “Dei libri”

  1. Platone ha detto che la lettera scritta è muta…io voglio pensare quest’altra frase: L’amore non è che quella nuvola che non riusciamo a vedere lì in cielo ma che sentiamo addosso ovunque:e che ci permette di scrivere…
    non fateci caso…questo è quello che mi è venuto in mente vedendo questo quadro…e questa è la frase di un certo Domenico Palumbo… ha scritto il libro “Una lettera dal passato”…è stato alla Galassai Gutenberg a Napoli…speravo di trovarlo anche a Torino ma non c’era…perchè non lo prendete in considerazione? cmq volevo segnalarvi il suo blog…io l’ho trovato interessante
    unaletteradalpassato.blogspot.com

  2. Platone è vissuto duemilacinquecento anni fa: il mondo era molto più piccolo di adesso e minori erano le persone interessanti. Scrivere era una attività fisicamente faticosa e la diffusione dei testi affidata al caso. Non c’erano la carta, non c’erano penne a sfera, non c’erano libri, non c’erano editori e librerie.
    Sarebbe ingenuo ridurre l’analisi platonica della scrittura a queste “circostanze storiche”, ma sarebbe anche ingenuo non prenderle in considerazione nel leggere, oggi, la sua condanna della scrittura.

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