Dei libri


Come però portare con me il sapere? La risposta arrivò in maniera quasi evidente: i libri, loro sarebbero stati i miei compagni! I libri rappresentano l’umana sapienza, ognuno di essi è una stilla concentrata dell’esperienza umana. Tramite loro l’uomo tramanda nei secoli ciò che egli del mistero della vita ha compreso, o creduto di comprendere; e, senza libri, l’umanità si ritroverebbe nella condizione di un nascituro senza cordone ombelicale.
Si provi per un istante ad immaginare un mondo senza libri: sarebbe peggio di un mondo senza la nozione del numero. A tutti pare scontato che due più due faccia quattro, si tratta i un giudizio a priori. Pure abbiamo dovuto impararlo. Si provi ancora a considerare l’emozione, la gioia il piacere che può dare la lettura di un libro. La scoperta di se stessi che si attua leggendo, la partecipazione al sapere, la crescita, lo sviluppo, il rapimento: i libri elevano l’uomo sino a se stesso.
Una buona lettura, ecco ciò che mi occorreva. Ero veramente contento: la svolta prendeva corpo.
Fu però breve gioia, giacché l’inclusione divenne allora un vero e proprio macigno, una spada di Damocle pendente sul capo della mia decisione: quali libri avrei dovuto portare? Quale quelli, mi chiesi, che io debbo assolutamente leggere, io in quanto uomo ed in quanto individuo?
In fondo, con che diritto potevo selezionarne alcuni a scapito di altri? Conclusi che la scelta doveva cadere solo su testi fondamentali. Come tuttavia ponderare quali siano fondamentali e quali no? fondamentali, dedussi, sono quelli ai quali parecchi altri fanno riferimento, quelli che servono come punto di partenza per ulteriori riflessioni ed approfondimenti. Ad esempio, i Dialoghi di Platone sono testi fondamentali per ciò che concerne la filosofia occidentale. Questo, d’altro canto, non risolveva pienamente il problema, dacché di testi fondamentali ve ne sono a iosa. E, oltre tutto, poetici, prosastici o saggistici? E di quali argomenti?
Metodo per metodo, stabilii infine di affinare l’inclusione. Avrei lasciato spazio ad alcune opere poetiche fondamentali, ad alcuni scritti in prosa basilari, mentre, con riguardo alla saggistica, sarebbe stato necessario, in primis, scegliere gli argomenti, per poi valutare argomento per argomento i vari testi più importanti.
Mi accinsi così ad isolare i testi poetici. Il primo che mi balzò alla mente fu la Divina Commedia: come non considerare Dante un poeta fondamentale nell’ambito della letterature, italiana e mondiale, e la Divina Commedia il suo capolavoro? Bene, e uno. Subito si pose una questione: bisognava pescare solo tra poeti italiani? Con ciò molte opere di sicuro rilievo e spessore sarebbero state lasciate annegare. D’altra parte, se già tradurre un testo in prosa vuol dire ridurne la portata, soffocarne il respiro, questo vale a maggior ragione per la poesia; “übersetzen-verletzen” diceva Goethe. Risposi allora, non certo per sciovinismo culturale, in maniera affermativa alla questione. Dunque, solo poeti italiani. Ma da Dante ai giorni nostri vi sono stati e vi sono parecchi poeti grandi e rappresentativi, per cui portarli tutti mi sarebbe stato impossibile. Bisognava trovarne sei, al massimo sette poeti che facessero al caso mio. Stesi velocemente un elenco, con buona pace degli esclusi, tali, ne ero certo, per mia ignoranza: Dante, Petrarca, Carducci, D’Annunzio,Leopardi, Pascoli, Ungaretti, Montale. Senza pretese di completezza, né di ordine gerarchico. Tanto più che potevo sempre procurarmi un’antologia della letteratura, magari comprendente autori in lingue straniere ed arcaiche.
Passando alla prosa, rimossi subito la distinzione della lingua. Non potevo certo limitarmi in tutto e per tutto alla letteratura italiana. Se questo poteva trovarne una qualche giustificazione in poesia, poiché in essa la costruzione sintattica di un verso, l’accostamento di due parole, una rima, un’alliterazione investono di significato l’intera composizione, evocano immagini, sensazioni, emozioni che difficilmente una traduzione può riprodurre, per un romanzo, un racconto, un testo teatrale mi pareva una limitazione eccessiva, ancorché la versione originale resti in ogni caso insostituibile. Ciò aumentava in un certo senso le difficoltà, dal momento che la rosa dei palpabili ne risultava enormemente ampliata. Poco male.
Ben presto mi resti tuttavia conto che qui la scelta si faceva davvero ardua, anche solo restando nell’ambito della cultura europea ed occidentale: sei, sette, anche dieci scrittori fondamentali, come è possibile? Stabilire quelli ce abbiano più influito sullo sviluppo dell’uomo, che più ne abbiano colto i tratti salienti, che meglio abbiano visto reconditi siti dell’umana natura! Ogni elenco sarebbe stato del tutto arbitrario, con la conseguenza che esso non avrebbe potuto far altro che allargarsi. Certamente nulla impediva di stilarne uno, cosa che difatti iniziai: Moravia Kafka, Pavese, Mann, Hesse, Proust… No, no! Semplicemente assurdo! Era circolo vizioso dal quale non sarei mai stato in grado di uscire. Alla stessa stregua mi apparve l’elenco dei poeti appena redatto. Senza dubbio una lirica, che so, di Montale, poniamo I limoni, fa oramai parte del patrimonio letterario dell’umanità; ma mai essa potrebbe escludere un’altra, mai un uomo che voglia ritornare a se stesso salvando pochi libri potrebbe dire: ecco, questa è la poesia!”. Né di una lirica di Montale, né di qualsiasi altro poeta venuto al mondo; così come il medesimo discorso è d’obbligo fare per scrittore, romanzieri, autori teatrali. No, si tratterebbe soltanto di un capriccio dettato dalla vanità della mente umana.
Arrivai alla conclusione di accantonare, perlomeno temporaneamente, poesia e prosa, per tuffarmi nella saggistica, dove speravo (mi illudevo?) di incontrare minori difficoltà. Tale speranza scaturiva dal fatto che avrei dovuto (o, forse, potuto) scegliere prima gli argomenti: mi sembrava questo un momento decisivo. Anche perché fra gli argomenti la produzione letteraria avrebbe certo trovato il suo posto.
Un primo argomento veniva così fissato. Un secondo doveva essere di sicuro la filosofia. E come no! La filosofia è, appunto, l’amore del sapere, un pensiero riflessivo intorno alla vita ed ai suoi aspetti fondamentali, una visione unitaria del corso delle cose, della realtà e della posizione dell’uomo in e dinnanzi ad essa. Un libro di filosofia non avrebbe potuto farsi notare per la sua assenza; anzi, più di uno sarebbe stato meglio.

2 pensieri su “Dei libri

  1. Platone ha detto che la lettera scritta è muta…io voglio pensare quest’altra frase: L’amore non è che quella nuvola che non riusciamo a vedere lì in cielo ma che sentiamo addosso ovunque:e che ci permette di scrivere…
    non fateci caso…questo è quello che mi è venuto in mente vedendo questo quadro…e questa è la frase di un certo Domenico Palumbo… ha scritto il libro “Una lettera dal passato”…è stato alla Galassai Gutenberg a Napoli…speravo di trovarlo anche a Torino ma non c’era…perchè non lo prendete in considerazione? cmq volevo segnalarvi il suo blog…io l’ho trovato interessante
    unaletteradalpassato.blogspot.com

  2. Platone è vissuto duemilacinquecento anni fa: il mondo era molto più piccolo di adesso e minori erano le persone interessanti. Scrivere era una attività fisicamente faticosa e la diffusione dei testi affidata al caso. Non c’erano la carta, non c’erano penne a sfera, non c’erano libri, non c’erano editori e librerie.
    Sarebbe ingenuo ridurre l’analisi platonica della scrittura a queste “circostanze storiche”, ma sarebbe anche ingenuo non prenderle in considerazione nel leggere, oggi, la sua condanna della scrittura.

Lascia un commento