Cose che ho imparato a un incontro sui quartieri

closeQuesto articolo è stato pubblicato 1 anno 9 mesi 10 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

[Premessa per i non ticinesi: negli ultimi anni ci sono state diverse aggregazioni comunali, e altre verosimilmente ne arriveranno, e conseguentemente uno dei temi caldi è lo status – sia politico-amministrativo, sia di identità – degli ex comuni ora quartieri. Ieri ho assistito a un incontro su questi temi, dal quale ho imparato alcune cose.]

  • Ci si preoccupa tanto di OGM e cibo transgenico, ma la (peraltro di fantasia) fragola con il gene antigelo del pesce è nulla a confronto della mutazione che avrebbero subito gli esseri umani che vivono in paesi di piccole dimensioni.
    Infatti, pur restando – almeno credo – mammiferi perfettamente funzionanti, hanno le radici come le piante. E oltretutto queste radici non sono un organo accessorio, ma vitale: se non traggono nutrimento dal territorio, queste persone seccano e non riescono più a fiorire.
    Insomma, “tagliare le radici alle persone” sarebbe un crimine contro l’umanità, o almeno contro l’umanità che ha assunto la forma vegetale.
  • Le comunità non possono che essere geografiche. Citando proprio la differenza sociologica tra comunità e società (Gemeinschaft e Gesellschaft), ho scoperto che nelle città non ci sono comunità, che se una persona non sente un irresistibile legame con il territorio dove è nato e cresciuto – a livello di non sapere che fare a New York finché non trova un ristorante che gli cucini gli ossibuchi –, allora è senza comunità. Insomma, le comunità non strettamente geografiche ma basate ad esempio su interessi, passioni, lavoro semplicemente non esistono, non sono comunità.
  • La comunità è più importante della società, è più solida della società, è tutto più della società. Però basta un cambiamento della società – come una fusione comunale, o un non chiaro regolamento delle assemblee di quartiere – e la comunità scompare.

Insomma, sapevatelo.

Prima di concludere una precisazione: non è mia intenzione prendermi gioco delle più che legittime preoccupazioni per la qualità della vita di un paese o quartiere. Ho solo voluto esplicitare quelle che secondo me sono delle premesse sbagliate – viziate in buona sostanza dal pensiero nostalgico – delle quali sarebbe meglio liberarsi: non siamo piante, ma persone, i legami non sono necessariamente geograficamente vincolati (oggi, ma direi già da qualche secolo) e comunità e società non sono due entità monolitiche.

2 pensieri su “Cose che ho imparato a un incontro sui quartieri

  1. Non basta un post per affrontare queste cose.
    Per la città (mi riferisco a Torino): a volte capiti in un bar dove ti fanno il caffè ma sei tollerato, loro parlano tutti lo stesso dialetto (o lingua) e anche l’arredamento è tipico nella sua atipicità. Io amo rischiare e se ne intravedo uno mi fiondo dentro.
    Per i paesi della zona quando ero giovane e tutti parlavano dialetto ogni paese aveva il suo, cioè le sue varianti.

  2. No, un post non basta. Ma è quello che posso offrire. Soluzioni non ne ho, e soprattutto non credo che esista _una_ soluzione buona per tutte le realtà. Quella di cui parlo è una realtà di valle, un comune composto da varie frazioni geograficamente separate e già accomunate da un’identità comune (quella, appunto, della valle); Torino è diversa, è una città con una sua storia, diversa da Milano o da Lugano… dubito che quello che, a livello di struttura amministrativa, possa andare bene in una realtà possa funzionare anche in un’altra.
    Di una cosa comunque sono sicuro: impostando il dibattito con la nostalgia per degli idealizzati “bei tempi di una volta” non si va da nessuna parte

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