Compromessi

Mi ritrovo a commentare nuovamente una vignetta di Lisa Benson.

Lisa Benson

L’elefante, simbolo del partito repubblicano, è in partenza per Washington, dove ha appena conquistato la maggioranza della Camera — ma non del Senato, e in ogni caso stiamo parlando del legislativo, non certo dell’esecutivo.
Ha con se la valigia delle promesse fatte agli elettori. E mi sembra giusto che la porti a Washington.
Il problema è che vorrebbe prendere anche la valigia dei compromessi, e la reazione (immagino dell’elettorato) è “non provare neppure a pensarci”.

La cosa ha senso: se ho promesso qualcosa, se durante la campagna elettorale mi sono assunto degli impegni, sono tenuto a mantenere la parola data.
Il problema è appunto quello: che cosa hanno promesso i politici? E quando si può o si deve considerare non mantenuta la parola data?

Un politico, un qualsiasi politico eccetto un tipo particolare che vedremo in seguito, non può impegnarsi su dei risultati concreti. Non può perché la democrazia prevede un confronto tra diverse posizioni. Un politico può impegnarsi a difendere un determinato punto di vista nello spazio pubblico, può impegnarsi a sostenere il più a lungo possibile certe ragioni e certi interessi, può impegnarsi a portare avanti determinate ordini di valori o principi; non può impegnarsi ad applicare concretamente alla comunità il proprio punto di vista o la propria scala di principi. Non può a meno che non sia un dittatore: un dittatore può assumersi simili impegni, e i suoi sostenitori, se ne hanno il modo, si possono lamentare del tradimento.

I deputati eletti per il partito repubblicano non mi sembra proprio che si trovino nella situazione di un dittatore, e immagino che siano anche ben contenti di non trovarvisi.
Non possono quindi aver promesso di applicare alla comunità le proprie idee — e se lo hanno fatto, direi che la colpa della mancata promessa è dei politici, che dovevano esser più chiari, e degli elettori, che si sono bevuti la panzana, scambiando una iperbole con una fede e precisa descrizione.

Il compromesso è insomma bagaglio essenziale di un politico, che non può non confrontarsi con gli altri punti di vista presenti nello spazio pubblico di discussione.

Perché alcune persone vorrebbero che i politici non portassero con sé i compromessi?
Vedo due possibili risposte.
La prima è che queste persone siano deluse dalla politica; non si fidino della qualità del confronto temendo, probabilmente a ragione, accordi sottobanco per la spartizione del potere. E questo è un problema per i politici.
L’altra possibilità è che si sia persa la fiducia non nei politici, ma nel pubblico spazio di discussione, che non si voglia più cercare il confronto tra i vari punti di vista delle persone con cui, volenti o dolenti, ci troviamo a convivere. E questo è un problema per tutti.

7 commenti su “Compromessi

  1. Concordo con la conclusione: la mediazione è un atto che segue il dibattito e il confronto.
    La repulsa dal compromesso (mediato e argomentato)è segno di inciviltà democratica.

    Penso, però, che la vignetta vertesse su altro.

    In America c’è un nesso, anche se debole, tra governo e parlamento e quindi non è indolore essere privi di una maggioranza favorevole.
    Quando coesistono diverse maggioranze nelle due camere, la soluzione è di tipo lievemente trasformistica: il governo cerca di venire incontro alle esigenze locali e “domestiche” dei singoli parlamentari, il cui legame col partito non è forte come in Italia.

    Rappresentare lo Stato d’origine come una contrariata casalinga comare in bigodini è molto efficace.

  2. Tradimento tradimento… quanto siamo corrivi ai giudizi…
    Diciamo che ci sarà un cahier de doléances locale ben soddisfatto dal governo. 😀

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