Cinquecentomila

closeQuesto articolo è stato pubblicato 9 anni 5 mesi 29 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Astenersi – in mille, un milione, cinque milioni – vuol dire delegare la decisione alle minoranze organizzate.
Il sogno segreto della casta è un elettorato annoiato e ristretto: si controlla meglio. Con cinquecentomila voti si può far cadere un governo (Mastella docet). Con cinquecentomila astensioni, invece, non si può fare nulla.

Beppe Severgnini, «Ma Fiorello chi lo segue?», Corriere della sera – Anteprima, 19 febbraio 2008

7 pensieri su “Cinquecentomila

  1. Infatti non andare a votare conta (e purtroppo) solo nei referendum dove c’è il quorum (se potessi, io lo toglierei alzando però la soglia delle firme per l’ottenimento dello stesso). Quindi andrò, con lo stesso animo disincantato di sempre, cantando ancora una volta “Le elezioni” gaberiane, e sognando di rubare la matita, così perfetta e temperata, voterò Partito Democratico (col quale, spero caldamente, i Radicali possano accordarsi).

  2. @hronir: metti il dito nella piaga: mi sono arrovellato su come diavolo citare l’anteprima del corriere distribuita gratuitamente fuori dalla metropolitana…

    @raser: Anche a me capita raramente. Per questo ci ho scritto un post 😉

    @lector in fabula: Severgnini dice: l’astensionismo non è la soluzione. Giusto, ma allora quale è? Votare turandosi il naso?

    @luca massaro: Gaber è la colonna sonora ideale anche per la campagna elettorale. Giusto ieri il mio iPod ha sorteggiato “qualcuno era comunista” proprio di fronte a un manifesto di Veltroni…

  3. Non mi è chiaro se il nodo è l’astensione o la minoranza organizzata; e se con “minoranza organizzata” Servegnini intende il partito o la base militarizzata che un partito o un “ideale” riesce a mettere in piedi.

    Se intende dire che non votare lascia campo libero a chi viene eletto, ha ragione ma è una banalità.

    Se invece si riferisce ai numerosi gruppi, gruppetti, apparati, collettivi, gruppi di pressione e think tanks che sono in grado di organizzare referendum o boicottarli, condizionare contrattazioni sindacali e svolgere proteste spettacolari anche se prive di qualsiasi appoggio tra i più… beh, ha acutamente ragione. Però il fenomeno estende i suoi effetti ben al di là dell’astensionismo.

    Pensa alle primarie del PD: in alcune regioni è passato il candidato di sinistra il cui (dissolto) partito era minoritario ma disponeva dell’apparato più radicato e mobilitabile.
    In questo modo mettevano un’ipoteca su un partito destinato ad un elettorato più vasto e variegato.
    Ma si può parlare di “astensionismo” nella fondazione di un nuovo partito?
    Semplicemente, non tutti i movimenti politici vivono attorno alla sede di partito, ma sono più decentrati in gruppi d’opinioni, associazioni e incontri al bar che sono attivi ma non producono una mobilitazione o anche solo un tam-tam.

    Cioè, il fattore essenziale è la presenza di sottostrutture organizzate al di sotto dei partiti e dello stato.
    Potresti chiedermi: “E allora, cosa bisogna fare? mobilitarci tutti?”
    Risposta: “Non ne ho la più pallida idea…” 😉

  4. @eno: credo che il nodo sia l’astensionismo e che il fine di Severgnini sia convincere le persone a votare.
    Ma il tuo commento sulle strutture organizzate mi fa tornare in mente un volantino visto stamattina in stazione: Politica: i partiti sono naturali?.

Lascia un commento