Abuso dello stato di necessità

closeQuesto articolo è stato pubblicato 10 anni 3 mesi 9 giorni fa. Nel frattempo potrei avere cambiato idea. Anzi, quasi sicuramente è accaduto così: tienine conto se pensi di commentare quanto ho scritto.

Primo caso

Supponiamo che Gino riceva in eredità dai propri genitori una casa.
La casa è molto grande. Diciamo che è una vera e propria villa con tanto di ampio giardino.

Per tenere pulita la villa, Gino è costretto a rivolgersi a una ditta di pulizie. Per il giardino, che ha le dimensioni di un piccolo parco, deve pagare un giardiniere. Nei mesi invernali le spese di riscaldamento sono molto alte.
I genitori di Gino erano ricchi: il padre era direttore di una banca, la madre avvocatessa. Gino, purtroppo, non ha voluto studiare economia o giurisprudenza: è diventato un artista, e dipinge quadri. Le sue opere sono pregevoli, ma il loro valore di mercato non è elevato, anzi: è proprio basso.

Gino non può mantenere la villa lasciata in eredità dai genitori. È costretto, a malincuore, a venderla, ad abbandonare la casa nella quale è cresciuto.
Con il ricavato della vendita acquista un grande appartamento in centro, deposita in banca i soldi avanzati e si dedica tutta la vita alla pittura.

Secondo caso

Come nel primo caso, Gino è un artista squattrinato e ha eredito la villa dai ricchi genitori.
Tuttavia, questa volta Gino detesta la casa nella quale è cresciuto: troppi sgradevoli ricordi affollano quelle stante perché possa viverci serenamente.
Il piacere di liberarsi della villa è tale che non vuole perdere troppo tempo a trattare sul prezzo, e quindi guadagna dalla vendita leggermente meno che nel primo caso. I soldi guadagnati sono comunque sufficienti per acquistare un grande appartamento in centro e trascorre il resto della vita a dipingere.

Terzo caso

Gino è pesantemente indebitato con varie banche. Appena entra in possesso della villa, la mette immediatamente in vendita per ripianare i debiti.
Data l’urgenza, vende la casa al primo offerente, ad un prezzo nettamente inferiore di quello dei primi due scenari.
Una volta ripagati i debiti, acquista un piccolo appartamento e, per vivere, va controvoglia a lavorare in banca, dedicandosi alla pittura solo nel fine settimana, quando non è troppo stanco.

Quarto caso

Come nel terzo caso, Gino è pesantemente indebitato, ma questa volta con degli usurai.
Dopo avergli rotto varie ossa della mano, questi ultimi lo costringono a cedere la casa per coprire i debiti, il cui ammontare è circa un decimo del valore di mercato della casa.
Un anno dopo, per la vergogna Gino si toglie la vita.

Abuso dello stato di necessità

In tutti e quattro i casi Gino non può mantenere la villa ed è quindi costretto a venderla, per quanto, nel secondo caso, è difficile parlare di costrizione: in ogni caso Gino avrebbe venduto la casa.
Nei primi due scenari, vi è un netto miglioramento delle condizioni di vita di Gino, nel quarto caso vi è un indiscutibile peggioramento; il terzo caso è invece più difficile da valutare: non ha più debiti, e questo è un bene, ma deve rinunciare alla sua passione, e questo rende la sua situazione peggiore (rispetto a quello che, per il Gino del terzo scenario, è un controfattuale).
Negli ultimi tre casi l’acquirente della villa è riuscito, grazie alla particolare situazione di Gino, a spendere meno del valore massimo teorico della casa. Nel secondo scenario  non si può ovviamente parlare di sfruttamento o di abuso, mentre nel quarto scenario chiaramente sì; nel terzo scenario la situazione è più ambigua.

Chiediamoci: in quali di questi scenari vi è una transazione lecita e onesta? E in quali vi è invece un abuso?
In altre parole: quali di queste transizioni sarebbe giusto ostacolare o addirittura proibire? È giusto che lo stato intervenga per impedire l’ultimo scenario, difficile affermare lo stesso per i primi tre.
Se l’obiettivo è proibire la palese ingiustizia del quarto scenario, dichiarare illegale la vendita dei beni ricevuti in eredità sarebbe molto stupido.

Eppure è quello che ha appena stabilito, per gli ovociti umani, il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), con una mozione proposta, come riporta Avvenire, da Assuntina Morresi, Laura Palazzani e Lucetta Scaraffia.
Il punto 2 della Mozione del Comitato Nazionale per la Bioetica sulla compravendita di ovociti recita:

2. È convinzione del CNB  che la cessione degli ovociti umani a scopo di profitto risulti lesiva della dignità della donna, […] costituisca una grave forma di abuso dello stato di necessità in cui si trovano i soggetti più deboli, per motivi economici o per età.

Secondo il CNB è la cessione in sé a comportare un abuso, non le altre circostanze, come per per le disavventure di Gino.

Mercificazione

Tutto questo ovviamente non toglie nulla ad altri argomenti contro la possibilità di vendere di ovociti. In particolare, non intacca il primo punto della mozione:

1. Il CNB ricorda come il principio della non commerciabilità del corpo umano, nella sua integralità come anche nelle sue singole parti, costituisca un principio etico e giuridico fondamentale, ribadito in modo inequivocabile nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2000), nella Convenzione di Oviedo sulla biomedicina (1997) e nella Dichiarazione universale dell’UNESCO sul genoma umano e i diritti dell’uomo (1997), ove, in particolare, il genoma umano è qualificato “in senso simbolico, patrimonio comune dell’umanità”.

Purtroppo, questo punto si basa soltanto sul principio di autorità e, come i testi citati, non offre nessuna argomentazione specifica da valutare.

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