Ricerche filosofiche

‘Umani vs. Macchina’. Davvero?

La tv svizzera proporrà, mercoledì 21 novembre, una serata speciale dedicata a big data e intelligenza artificiale, <data>land.

Dando un’occhiata agli ospiti invitati – tra cui, cito dal comunicato, il direttore dell’Istituto Dalle Molle Luca Gambardella e il garante europeo della protezione dei dati Giovanni Buttarelli –, non ho dubbi sulla serietà della trasmissione.
Tuttavia nell’ambito di <data>land troviamo anche un’iniziativa che mi lascia molto perplesso: una sfida “Umani vs. Macchina”.

CheeseMaster, questo il nome scelto, così viene presentato:

La SRG SSR e la RSI ti propongono di partecipare a un grande esperimento scientifico. Una sfida individuale e collettiva sotto forma di gioco ispirato alla tradizione svizzera: il formaggio. Ma non sarà un incontro amichevole come una cena a base di fondue… Sarà una lotta di potere, la razza umana contro l’intelligenza artificiale, la macchina!

Con tanto di chiusa finale da facepalm:

Forse pensi sia solo formaggio… A essere in gioco è invece il futuro della società e tu puoi fare la differenza.

Non critico, qui, l’idea di aggiungere un gioco per coinvolgere il pubblico e neppure la retorica del “grande esperimento scientifico”. Il problema è la cornice – o frame – concettuale in cui si inserisce CheeseMaster. Che è quello di una società esclusivamente umana in cui un bel giorno arrivano da chissà dove delle intelligenze artificiali con cui ci ritroviamo a competere. Umanità contro artificialità, organico contro inorganico eccetera: una competizione per dimostrare a quei cavolo di algoritmi che siamo sempre noi i migliori.
(Migliori in cosa, poi? Perché se rileggiamo la storia della tecnologia con questo schema dello scontro, è una lunga ritirata, iniziata con la forza fisica, proseguita con i lavori meccanici di precisione, l’elaborazione di informazioni semplici e adesso quelle complesse; ci resta, al momento, solo la creatività).

Non sono esperto di intelligenza artificiale e big data, ma qualcosa ho letto e mi pare si possa affermare che la vera sfida non sia battere i computer, ma lavorarci assieme, trovare il modo di interagire nel migliore dei modi (il che significa anche affrontare il fatto, moralmente importante, che abbiamo a che fare non più con semplici strumenti, ma con agenti che prendono decisioni).
Del resto, nessuno vuole essere più forte di una leva, ma vogliamo usare la leva nel migliore dei modi. Allo stesso modo, non dovrebbe interessarci essere più intelligenti (o creativi, o emotivi… scegliete voi il criterio) di un computer, ma come usare al meglio la sua intelligenza (o creatività, o emotività…).
Per restare all’interno dello scenario di CheeseMaster, la sfida non dovrebbe essere riuscire a essere il miglior caseificio del Paese battendo i caseifici gestiti dall’intelligenza artificiale. Ma essere il miglior caseificio del Paese imparando a utilizzare l’intelligenza artificiale.

Quelle due mani che troviamo nell’immagine di CheeseMaster non dovrebbero sfidarsi a braccio di ferro, ma stringersi come fanno le persone beneducate quando si incontrano.

Aggiornamento

La trasmissione è andata in onda e il gioco si è rivelato ben più di un semplice “gioco per coinvolgere il pubblico”, ma un modo – immagino molto efficace – per mostrare quanto sia facile impadronirsi, in maniera lecita, delle informazioni personali degli utenti, come spiegato sul sito:

Il trasferimento dei dati è avvenuto alla completa insaputa degli utenti-giocatori, ma con il loro consenso esplicito visto che tutti avevano accettato le condizioni di utilizzo del gioco interattivo. Non vi è stato nessun furto quindi.

Quanto scritto sopra rimane forse valido in generale, ma fuori luogo.

Spilli

Che gli vuoi rispondere?

Dopo una consultazione online – che fatico a considerare rappresentativa, ma che capisco non possa essere ignorata – si discute del futuro dell’ora legale.

E Matteo Salvini commenta così su Twitter:

Credo che qui non sia il caso di spiegare perché è una sparata populista e pure delle più banali, per quanto non delle più becere. Di quelle che scuoti la testa e pensi “e che gli vuoi dire, a uno così?”.
Una domanda retorica che – dopotutto è quello che fanno i filosofi – voglio prendere sul serio. Che gli vuoi dire? Come ribatti a un messaggio simile che, comunque, ha la sua efficacia, gettando al pubblico affamato l’osso di una Commissione europea lontana dalle vere esigenze della gente.

Rispondi che un’istituzione come la Commissione europea ha le forze, e peraltro il dovere, di occuparsi di più temi contemporaneamente? Gli rinfacci che se sui migranti non c’è un accordo è anche colpa sua? Ribatti che è la consultazione online che ha avuto più partecipanti?

Spilli

Non ci sono chiese, al centro

Non ci sono chiese, al centro. Non ci sono dèi, al centro. Dio è al centro della tradizione giudaico-cristiana. E Dio può dire: «Togli quella vita». E allora non soltanto è permesso, ma è obbligatorio. Lo dice tutto il Vecchio Testamento. Ci sono degli esempi anche nel Nuovo. Nel giudaismo e nel cristianesimo la vita appartiene a Dio. La vita non è sacra, Dio è sacro. Ma al centro, per noi, non c’è la fede nella sovranità di Dio, ma la fede nella santità della vita.

Sto leggendo1 Pastorale Americana di Philip Roth.
Nel sesto capitolo, Merry spiega al padre la sua conversione al gianismo. La ragazza non è del tutto sana di mente – mettiamola così – ma questa sua risposta all’ennesima domanda stupita del padre non poteva lasciarmi indifferente.

  1. In realtà sto ascoltando su Audible letto da Massimo Popolizio, molto bravo. []

Pensieri diversi

Non sono antirazzista, ma…

Uno si distrae un attimo e si ritrova senza parole.

Era lì. Ed era una bella parola: antirazzismo. Sì, c’era chi sosteneva che non bisogna essere “contro” ma “per” e che il vero valore era un altro – l’integrazione, il rispetto, la tolleranza, l’uguaglianza, fate voi. Ma la realtà è che l’antirazzismo marcava un limite, escludeva un concetto dallo spazio pubblico, dichiarandolo socialmente inaccettabile: non era possibile sostenere le proprie opinioni, o le proprie azioni, con l’idea che gli esseri umani siano divisi in razze con caratteristiche stabili e definite.
E questo, secondo me, era un bene. Continua a leggere →

Pensieri inutili

Le parole sono importanti

È il mio momento Nanni Moretti, quello in cui mi viene voglia di urlare “le parole sono importanti!”.

Accade che in Ticino si discuta della promozione di un poliziotto condannato per aver condivido post nazisti su Facebook. Sul merito non ho voglia di pronunciarmi – mi limito a osservare che, dovesse essere effettivamente promosso, non potrei non guardare con diffidenza e un po’ di timore tutti i sergenti maggiori della Cantonale – ma, come Nanni Moretti, lasciatemi urlare un “le parole sono importanti”. Continua a leggere →