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Sempre la solita barzelletta

Barzelletta del 1654, riportata in Tutta un’altra storia di Giovanni Dall’Orto:

Un confessore diceva a un buggerone [sodomita attivo]: “Oh, questo è peccato contra natura”. “Oibò padre”, disse l’altro, “m’è naturalissimo a me”.

Ora, anche tenendo conto che è una barzelletta – e che quindi gioca su un assurdo –, è interessante che, quattro secoli dopo, si sia ancora qui a discutere della naturalità dell’orientamento sessuale di una persona.
Segno, mi pare, che la questione, messa nei termini di “secondo natura” e “contro natura”,  sia mal posta: un vicolo cieco, un modo per non andare avanti ma rimanere sul posto. Il che forse è quello che alcuni vogliono: far arenare il dibattito, senza neanche la consolazione del mezzo sorriso che la barzelletta può strappare.

Non ci sono tigri, qui

Sono al Festival del film di Locarno, in questi giorni, e a parte qualche film – bello The Girl with All the Gifts di Colm McCarthy, ve lo consiglio – ho visto un tutt’altro che discreto apparato di sicurezza.

Scrivo “tutt’altro che discreto” perché mi pare che si impegnino, gli agenti di sicurezza, a essere notati. Immagino sia una strategia anche quella, per dissuadere malintenzionati, solo che a me ricorda una vecchia gag.
Vado a memoria: entra in scena uno con un grosso e rumoroso macchinario, pieno di lucine e cosi che girano. L’altro gli chiede a che cosa serve, quel grosso e rumoroso macchinario. “È una macchina contro le tigri che ho appena inventato”. “Ma qui non ci sono tigri!”. “Allora funziona”.

È un pensiero maligno, lo so, e c’è poco da scherzare in questi tempi. Intanto, ieri notte un ubriaco ha dato fuoco ad alcune apparecchiature danneggiando lo schermo in Piazza Grande.

Cose che ho imparato a un incontro sui quartieri

[Premessa per i non ticinesi: negli ultimi anni ci sono state diverse aggregazioni comunali, e altre verosimilmente ne arriveranno, e conseguentemente uno dei temi caldi è lo status – sia politico-amministrativo, sia di identità – degli ex comuni ora quartieri. Ieri ho assistito a un incontro su questi temi, dal quale ho imparato alcune cose.]

  • Ci si preoccupa tanto di OGM e cibo transgenico, ma la (peraltro di fantasia) fragola con il gene antigelo del pesce è nulla a confronto della mutazione che avrebbero subito gli esseri umani che vivono in paesi di piccole dimensioni.
    Infatti, pur restando – almeno credo – mammiferi perfettamente funzionanti, hanno le radici come le piante. E oltretutto queste radici non sono un organo accessorio, ma vitale: se non traggono nutrimento dal territorio, queste persone seccano e non riescono più a fiorire.
    Insomma, “tagliare le radici alle persone” sarebbe un crimine contro l’umanità, o almeno contro l’umanità che ha assunto la forma vegetale.
  • Le comunità non possono che essere geografiche. Citando proprio la differenza sociologica tra comunità e società (Gemeinschaft e Gesellschaft), ho scoperto che nelle città non ci sono comunità, che se una persona non sente un irresistibile legame con il territorio dove è nato e cresciuto – a livello di non sapere che fare a New York finché non trova un ristorante che gli cucini gli ossibuchi –, allora è senza comunità. Insomma, le comunità non strettamente geografiche ma basate ad esempio su interessi, passioni, lavoro semplicemente non esistono, non sono comunità.
  • La comunità è più importante della società, è più solida della società, è tutto più della società. Però basta un cambiamento della società – come una fusione comunale, o un non chiaro regolamento delle assemblee di quartiere – e la comunità scompare.

Insomma, sapevatelo.

Prima di concludere una precisazione: non è mia intenzione prendermi gioco delle più che legittime preoccupazioni per la qualità della vita di un paese o quartiere. Ho solo voluto esplicitare quelle che secondo me sono delle premesse sbagliate – viziate in buona sostanza dal pensiero nostalgico – delle quali sarebbe meglio liberarsi: non siamo piante, ma persone, i legami non sono necessariamente geograficamente vincolati (oggi, ma direi già da qualche secolo) e comunità e società non sono due entità monolitiche.

Di diritti e di sfruttamenti

Questo fine settimana, qui in Ticino si voterà (anche) sull’orario di apertura dei negozi. Non entro nei dettagli,1 perché come spesso accade sono più affascinato dalla retorica di favorevoli e contrari. Continua la lettura di Di diritti e di sfruttamenti

  1. Per chi fosse interessato, c’è l’opuscolo informativo. []

Sì, c’è una questione antropologica

“Stranamente su questa teoria son d’accordo col papa” cantava Giorgio Gaber1 e altrettanto stranamente son d’accordo anch’io col papa, quando afferma che «la famiglia è il centro naturale della vita umana e della società».2 Continua la lettura di Sì, c’è una questione antropologica

  1. Aggiungendo subito un “però quella lì mi arrapa”, introducendo quella che secondo me è la miglior rima della canzone italiana. La canzone è Il corrotto. []
  2. Dalla Dichiarazione comune firmata all’Avana da Papa Francesco e dal Patriarca Kirill, punto 19. []

Io sono per la famiglia naturale

Io sono per la famiglia naturale.

Il problema è che l’affermazione precedente non significa nulla di preciso, tanto è ambiguo e vago il termine “naturale”. Per dire: la società è naturale o artificiale? E il diritto? La religione? 
Che cosa intendo, quindi, con famiglia naturale? Al di là, o meglio prima, di sacramenti religiosi e istituzioni giuridiche, intendo due (o più) persone (di qualsiasi sesso o genere) che decidono di condividere insieme un progetto di vita. Questa, per me, è la famiglia naturale, o meglio quella cosa che ha senso chiamare famiglia naturale, quella dove la dimensione socialmente costruita è minima.

Il resto – cerimonie, firme, fidanzamenti, anelli… – è appunto socialmente costruito. Il che significa che possiamo costruirla più o meno come vogliamo.

Del giornalismo del 21º secolo

Secondo me, se il giornalismo ha un senso, oggi, è quello di fare da traduttore all’interno della società.

Con giornalismo intendo, qui, chi dà notizie quotidianamente: gli approfondimenti sono un altro discorso, perché appunto non danno la notizia, ma forniscono gli strumenti per comprenderla. Il problema è che non è detto che questi strumenti siano alla portata di tutti e non è detto che interessino a tutti. Due aspetti che non è il caso di trascurare: una società in cui tutti riescono a comprendere tutto sarebbe bellissima, ma se non ci si ricorda che è un’utopia quello che si ottiene è una società in cui metà della popolazione crede di sapere tutto perché due anni fa ha letto un articolo su Internazionale e l’altra metà odia quelli che leggono Internazionale perché si sentono trattati da capre ignoranti (senza dimenticare un’altra metà che neppure sa che cosa sia Internazionale, e un’altra metà ancora che non conosce le frazioni). Continua la lettura di Del giornalismo del 21º secolo

Stigma virtuale

A me dispiace, per quel ragazzo di cui non ricordo il nome intervistato da non so quale emittente dopo i disordini di Milano.1
Dispiace non perché penso che sia innocente o un bravo ragazzo. Semplicemente, penso non meriti tutto quello che gli accadrà. E gliene accadranno, di cose.
E anche a lungo. Molto a lungo, perché i giornali che hanno riportato il suo nome non finiranno semidimenticati in qualche emeroteca come in passato, ma rimarranno accessibili come se fossero stati scritti ieri. Accessibili in tutto il mondo: pure al polo sud, i pinguini con lo smartphone potranno scoprire le sue gesta. Continua la lettura di Stigma virtuale

  1. In realtà lo so, il nome dell’emittente, e pure quello del ragazzo. E anche se non li sapessi, basterebbe una breve ricerca online per trovarli. Ma non voglio. []

Aperti in sé stessi

È una di quelle espressioni in grado di abbattere la mia voglia di proseguire la lettura di un testo: appena leggo che le persone con lo smartphone sono “chiuse in sé stesse” ho l’impulso di lasciar perdere il resto; se poi queste persone “non si rendono conto della realtà che le circonda”, resistere è quasi impossibile. Continua la lettura di Aperti in sé stessi

Lesioni diffuse

"Leeuwenhoek, Microscopic observations Wellcome L0001349" by http://wellcomeimages.org/indexplus/obf_images/14/c6/2106c0f6044776c25783a97adf69.jpgGallery: http://wellcomeimages.org/indexplus/image/L0001349.html. Licensed under CC BY 4.0 via Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Leeuwenhoek,_Microscopic_observations_Wellcome_L0001349.jpg#/media/File:Leeuwenhoek,_Microscopic_observations_Wellcome_L0001349.jpg
Spermatozoi osservati da van Leeuwenhoek (via Wikimedia Commons)

Un cittadino tedesco con un tumore alla prostata si sottopone a un intervento chirurgico che, come conseguenza inevitabile, gli impedirà per sempre di avere figli. Per assicurarsi di avere comunque una discendenza biologica, l’uomo decide di congelare il proprio seme. Tuttavia una lettera archiviata male – certe cose capitano anche in Germania – e la clinica dove l’uomo aveva depositato il proprio seme lo butta.

Ne nasce un caso giuridicamente interessante. L’uomo infatti chiede un risarcimento, il quale però viene negato perché non c’è lesione corporale (richiesta dal codice civile tedesco).  Lo sperma era parte del corpo dell’uomo, ma una volta depositato non lo era più, per cui niente risarcimento.1

Il caso arriva alla Corte federale di giustizia che nel novembre del 1993 decide che è vero, lo sperma congelato non è più parte del corpo e non è neppure previsto che vi ritorni, come accade invece per il sangue prelevato per una autotrasfusione oppure per un ovulo che, dopo l’inseminazione in vitro, viene impiantato nell’utero della donatrice. Tuttavia questo sperma “ha per l’integrità del soggetto di diritto e per la sua capacità personale di realizzazione e decisione la stessa importanza di un ovulo o di un’altra parte del corpo protetti [dal codice civile]”.2
Quindi, sì al risarcimento per lesioni del corpo.
In altre parole: il corpo di quell’uomo era anche nei congelatori di una (negligente) clinica tedesca.3

O, in altre parole ancora, lo sviluppo della tecnica ha separato quello che potremmo chiamare il corpo biologico (l’organismo vivente) dal corpo funzionale o sociale4 (le cose che svolgono la funzione del nostro corpo). Lo sperma congelato non è più parte del corpo biologico, ma è parte del corpo funzionale (perlomeno nel caso sia l’unica possibilità di avere figli).
Potremmo pensare una cosa simile per la maternità surrogata, ma mi limito a suggerire la cosa.

  1. O, immagino, un risarcimento più contenuto per inadempienza. []
  2. Bundesgerichtshof, 9 novembre 1993, in Familienrecht, 1994, pp. 154-156. La traduzione italiana proviene da Stefano Rodotà, La vita e le regole: tra diritto e non diritto, Feltrinelli, p. 80. Il caso è anche citato da Gregor Christandl in un contributo su Altalex. []
  3. La decisione della Corte in realtà non afferma questo, ma si limita a una analogia. []
  4. Corpo funzionale non mi piace, ma corpo sociale è già usato per indicare ad esempio organizzazioni come i sindacati o i partiti. []