Pena di morte in Svizzera

Da laRegione di sabato 21 agosto 2010, p. 9:

Berna – Pena di morte per chi si macchia di un assassinio accompagnato da abuso sessuale: lo chiede una iniziativa popolare, attualmente sottoposta alla Cancelleria federale per un esame preliminare formale. Il vicecancelliere André Simonazzi ha confermato la notizia, pubblicata ieri dalla Neue Zürcher Zeitung. «Abbiamo inoltrato l’iniziativa circa quattro settimane fa per un esame» , ha precisato Marcel Graf, rappresentante dei promotori, aggiungendo che dietro l’iniziativa non c’è alcun gruppo politico: i membri sono amici o famigliari di una vittima. Egli non ha voluto fornire indicazioni sul contenuto: «Vogliamo aspettare fino alla conclusione ufficiale dell’esame della Cancelleria». Secondo la Nzz , il testo prevede la pena di morte per chi commette un omicidio accompagnato da un delitto sessuale. L’assassino dovrebbe essere giustiziato entro tre mesi dalla sentenza definitiva. La Svizzera ha abolito la pena di morte in tempo di pace nel 1942 con l’entrata in vigore del codice penale unificato. Nel 1992 è stata soppressa anche in caso di guerra. Ora la sua proibizione assoluta è garantita dalla Costituzione federale (articolo 10). La Svizzera ha anche ratificato i protocolli aggiuntivi 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), che vietano la pena di morte in tempo sia di pace che di guerra. Secondo Simonazzi l’attuale esame è di tipo puramente formale e non riguarda il contenuto: si tratta di verificare per esempio che titolo, testo e comitato d’iniziativa figurino sui moduli per la raccolta delle firme. A valutazione conclusa, l’iniziativa è pubblicata sul Foglio federale. «L’esame materiale di una iniziativa avviene soltanto quando i promotori hanno raccolto le 100.000 firme» necessarie ed è compito del parlamento dichiarare la ricevibilità o meno del testo.

Una delle critiche alla pena di morte riguarda la natura vendicativa di questa punizione.
Significativo che questa iniziativa popolare non nasca da un gruppo politico ma da «amici o famigliari di una vittima» e che sia limitata a delitti sessuali, emotivamente più carichi di altri crimini.
Non so poi come considerare la precisazione sull’esecuzione entro tre mesi dalla condanna definitiva: un garanzia per evitare la sofferenza psicologica del condannato, costretto ad aspettare un tempo indefinito e angosciante nel braccio della morte, oppure un sistema per evitare che la pena rimanga sulla carta?

Vedremo se il parlamento accoglierà l’iniziativa.

Quale è la giustizia di questo mondo?

A volte c’è effettivamente giustizia in questo mondo (Sometimes there is indeed justice in this world): è il commento di Massimo Pigliucci alla notizia della condanna di otto anni di carcere la padre che, cercando di curare un eczema della figlia tramite omeopatia, ne ha causato la morte.

Non trovo le parole per definire il comportamento del padre – che nonostante la morte della figlia continua a sostenere la superiorità dell’omeopatia sulla medicina occidentale. Eppure, nonostante l’orrore suscitato da questa vicenda, non riesco a convincermi che questa condanna abbia portato un po’ di giustizia in questo mondo.

Perché punire a otto anni di carcere un padre che ha perso la figlia? D’accordo, è colpa sua – ma quale è lo scopo di questa pena? Non sarebbe stato più proficuo (e giusto?) costringerlo a studiare medicina?

Il ritorno delle Erinni

Ci sono libri che, anche solo a prenderli in mano e sfogliarli, hai la chiara e netta sensazione di non stare leggendo un testo qualsiasi. Ci sono libri che ti danno l’impressione di avere di fronte l’origine di qualcosa.

L’Orestea di Eschilo è uno di questi libri.
Eva Cantarella ne tratteggia splendidamente la storia nel suo Ritorno della vendetta (Rizzoli 2007). Nell’Agamennone, la prima delle tre tragedia che compongono l’Oresta, Clitennestra, per vendicare la morte della figlia Ifigenia, uccide il marito Agamennone. Nelle Coefore suo figlio Oreste, per vendicare l’uccisione del padre, uccide la propria madre e fugge inseguito dalle Erinni, le dee della vendetta. Infine, nelle Eumenidi questa catena di vendette e violenze viene arrestata da Atena: a giudicare Oreste per le sue azioni sarà un tribunale appositamente istituito. Le Erinni, le dee della vendetta, diventano Eumenidi, dee della giustizia.

Parlare del ritorno della vendetta, come fa Cantarella 1, è un errore: le Erinni non se ne sono mai andate. Sono sempre state con noi; ogni tanto si fanno sentire un po’ più del solito, ma non ci hanno mai abbandonato.

Questa è la lettera che qualcuno, scandalizzato dalla mancata detenzione in via cautelare di uno stupratore, ha scritto alla redazione di un quotidiano gratuito:

Ha ragione la ragazza violentata ad aver sete di vendetta per l’aggressore di Capodanno. La giustizia, ormai lo abbiamo capito, è dalla parte del criminale per spirito di appartenenza e per business per i media, nient’altro ha valore. E allora cerchiamo di far passare le umiliazioni che subiamo noi comuni cittadini da questi estemporanei politici da fiera. Facciamo evacuare sangue e paura ai loro familiari e chissamai che finalmente si capisca fin dove arriva il male.

Sul Corriere della Sera, per fortuna, è possibile leggere il lucido commento di Luigi Ferrarella (grazie a Leibniz per la segnalazione):

Nell’ordinamento vigente, infatti, la custodia cautelare non è affatto l’anticipazione del futuro «castigo» che il «colpevole » meriterà per il delitto commesso, non è un antipasto della punizione, non è il modo di risarcire la parte lesa per il male patito e la collettività per l’infrazione alle regole.

Ed è ovvio che sia così: il processo non è ancora avvenuto, e sarebbe una ben strana giustizia quella che punisce il colpevole prima del giudizio.

Le Erinni sono con noi. Che trovino così tanto spazio sui giornali, e non mi riferisco solo alla lettera, è preoccupante.

  1. e come suggerisce il titolo che ho scelto per questo testo[]

Hans e i capelli rossi

Hans Kelsen
Hans Kelsen

Nel 1926, Alexander Hold-Ferneck pose la seguente domanda ad Hans Kelsen: «Se a un legislatore impazzito venisse in mente di ordinare la fucilazione di dieci uomini con i capelli rossi, anche questa decisione andrebbe considerata “giustizia” e “diritto”?».
Kelsen, senza alcuna esitazione, rispose: «Sono un giurista, non un esperto di morale».

Questo scambio di battute venne raccontato, credo per la prima volta, da Carl Schmitt in una intervista del 6 febbraio 1972. 1
Con questo aneddoto, Schmitt voleva verosimilmente dimostrare, o comunque insinuare il ragionevole dubbio, che anche Hans Kelsen avrebbe appoggiato il nazismo come, di fatto, fece Schmitt. Continua a leggere Hans e i capelli rossi

  1. intervista tradotta in italiano in C. Schmitt, Un giurista davanti a se stesso, a cura di G.Agamben, Vicenza, Neri Pozza, 2005, pp. 41-66, la versione qui riportata non è quella presente in quel libro, che non ho sottomano.[]

La legge è uguale per tutti

Notte afosa. Sonno. Un caffè turco greco bello forte per cercare di non cedere subito al sonno e leggere ancora qualche pagina di Kelsen (Il problema della giustizia).
A pagina 52, il caldo e il sonno hanno la meglio, e gli occhi si chiudono. La caffeina, tuttavia, continua a stimolare il cervello, che rielabora quanto Kelsen ha scritto sull’uguaglianza di fronte alla legge:

Se dunque non di deve prendere in considerazione alcuna diseguaglianza, allora tutti gli uomini sono eguali e tutto è uguale. Nella norma «non si deve uccidere alcun uomo» tutti gli uomini sono trattati in modo eguale. Quest’uguaglianza però si riferisce soltanto al «non-venir-ucciso», e non a tutti i possibili tipi di trattamento. Nei riguardi dell’applicazione della pena si deve assolutamente tener conto della differenza fra l’uomo che commette un reato e l’uomo che non lo commette.

Continua a leggere La legge è uguale per tutti

Venticinque centesimi per Wilt Chamberlain

Corrado Del Bò, I diritti sulle cose

Supponiamo che all’interno di una società le risorse siano distribuite in un certo modo e che questa distribuzione, che chiameremo D1, sia considerata giusta, per esempio perché tutti possiedono la stessa quota di risorse oppure perché tutti ne possiedono in proporzione a una certa variabile ritenuta moralmente rilevante.
Supponiamo anche che le persone amino il basket e siano disposte a spendere parte della propria quota di risorse pur di vedere giocare un campione come Wilt Chamberlain. Supponiamo poi che Chamberlain stipuli un contratto in base al quale gli spettano venticinque centesimi del biglietto d’ingresso delle partite casalinghe della squadra in cui gioca, cosicché ogni spettatore verserà a Chamberlain venticinque centesimi per ogni partita che va a vedere; e aggiungiamo l’ulteriore assunzione che gli spettatori sono consci del fatto che venticinque centesimi vanno al campione.
Ora, ipotizzando che nel corso della stagione un milione di persone vada a vedere giocare Chamberlain pagandogli ogni volta venticinque centesimi, a fine anni egli avrà guadagnato 250000 dollari e la distribuzione D1 si sarà trasformata della distribuzione D2, in cui (a parità di tutte le altre condizioni) Chamberlain avrà molte più risorse di ogni altro membro di quella società.
Come ovviare a questa sperequazione e salvare lo schema, cioè la distribuzione D1? Evidentemente in uno di questi due modi: o impedendo alle persone di dare ogni volta venticinque centesimi a Chamberlain, oppure attuando ridistribuzioni periodiche che restituiscano alle persone quel che hanno dato a Chamberlain. In entrambi i casi però si deve ammettere che si finirà per interferire continuamente con le scelte delle persone.

Corrado Del Bò, I diritti sulle cose. Teorie della giustizia e validità dei titoli, Carocci, 2008 (p. 35)

In questo interessante libro non c’è, ovviamente, solo l’argomento di Wilt Chamberlain (presentato da Robert Nozick in Anarchia, Stato e Utopia). Eppure credo che, in un certo senso, esso sia la pietra angolare del saggio, tutto dedicato alla giustizia distributiva e alla validità dei titoli.

Cosa significa dire “Questo è mio”? Cosa ho fatto per per poter affermare questa cosa?

Fiat iustitia, pereat mundus

La mia breve annotazione sulle dichiarazioni incrociate di Savino Pezzotta e Marco Griffini sui diritti degli omosessuali ha suscitato un po’ di stupore e perplessità in D., fedele non-lettrice di questo sito. Se vi state chiedendo come faccia D. ad essere perplessa se non frequenta questo postribolo intellettuale… beh, è semplice: D. vive sotto lo stesso tetto di A., fedele lettore di quanto scrivo.
D. dunque scrive preoccupata (ovviamente non a me, che sarebbe troppo semplice):

[A.] mi ha detto che dal sito di Ivo si deduce che Ivo è con la […] e la […]: davvero?!?!

Lasciando da parte le opinioni di […] e di […], probabilmente a favore delle adozioni da parte delle coppie omosessuali, provo a chiarire il mio pensiero, rispondendo così alla domanda “da che parte sto”.

Sono contrario alle adozioni di bambini da parte di coppie omosessuali.
Il problema è che sono anche contrario alle adozioni da parte di coppie eterosessuali.

Sono contrario, in generale, a tutti quei fenomeni che vengono definiti in termini astratti e generali. Omosessuale, eterosessuale: termini che, secondo me, non significano nulla di fronte al problema, particolare e concreto, di un bambino che ha bisogno di una famiglia. Continua a leggere Fiat iustitia, pereat mundus

Legittima giustizia

Piccolo contributo al dibattito sulla legittima difesa.

Nel 1931 Fritz Lang dirige il film M (il titolo italiano aggiunge alla inquietante lettera solitaria l’inutile precisazione Il mostro di Dusseldorf).
È la storia di uno psicopatico le cui vittime sono innocenti bambini. Ma soprattutto è la storia delle indagini ufficiali da parte della polizia e di quelle non ufficiale da parte della malavita organizzata, i cui affari sono disturbati dalla incrementata attività della polizia. Continua a leggere Legittima giustizia

Dov’è la giustizia?

Victor Hugo; L’ultimo giorno di un condannato; SE, Milano, 2000

Nel 1829 venne pubblicato un libro, intitolato Le Dernier Jour d’un condamné, che narrava le ultime settimane di vita di un condannato alla pena capitale.
La prefazione lasciava al lettore la possibilità di scegliere: se considerare il testo autentica opera di un miserabile, oppure se credere che un sognatore, un filosofo o un poeta si sia lasciato prendere dall’idea degli ultimi giorni di un miserabile e l’abbia messa per iscritto. Continua a leggere Dov’è la giustizia?