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Spazio fondato sui valori

Il dittatore libico Muammar Gheddafi, durante la visita al suo omologo italiano (omologo per quanto riguarda il ruolo istituzionale di capo dello stato: su altre somiglianze tra i due capo di stato non mi pronuncio), ha dichiarato qualcosa del tipo “è tempo che l’Europa diventa islamica”.
La portavoce della Commissione Europea Angela Filote ha risposto a Gheddafi sottolineando che l’Unione Europea “non è uno spazio fondato sulla religione ma sui valori”.
Una risposta interessante, sicuramente più interessante della riscoperta delle radici cristiane dell’Europa o degli inviti alla conversione al cattolicesimo, magari con accenti preconciliari.

Tuttavia c’è qualcosa che mi lascia perplesso in questa risposta.

Fondare uno spazio pubblico sulla religione non è una grande idea non solo per il sorgere di conflitti religiosi: anche ammettendo che tutte le persone coinvolte abbiano la stessa fede, rimane il problema dell’eccessiva rigidità di una simile società. Sarebbero numerosi i temi sottratti alla discussione pubblica, temi sui quali sarebbe difficile trovare un accordo in caso di conflitto, mediando tra i vari interessi in campo.
Sostituite alla religione i valori non mi sembra risolvere questi problemi. Certo, i valori si possono definire con maggiore precisione, il che potrebbe aiutare a limitare i contrasti, ma rimane la sostanziale incapacità di affrontate i conflitti cercando di conciliare i vari punti di vista. Il che, in alcune circostanze, potrebbe anche andare bene: se di alcuni interlocutori ho scarsa fiducia, potrei voler evitare il dialogo, e probabilmente Gheddafi è uno di questi interlocutori.

Il paradosso della democrazia

Il cosiddetto paradosso della democrazia [l’adozione, da parte della maggioranza, di una decisione che qualcuno non approva, pur approvando il metodo democratico con qui questa decisione è stata assunta] si risolve pertanto nella distinzione tra il giudizio sulla legittimità del metodo democratico e il giudizio sulla giustificazione morale delle decisioni adottate in base a esso. Non è un paradosso ma un conflitto, eventuale ma possibile, tra valori […].
Dunque la distinzione tra legittimità e giustificazione è importante, e del resto tutt’altro che nuova. Un despota illuminato potrebbe agire in modo sempre moralmente ineccepibile, quand’anche considerassimo illegittimo il governo dispotico; viceversa un governo democratico, da noi considerato legittimo, potrebbe sistematicamente adottare decisioni che disapproviamo (il che, detto per inciso, suggerisce che la democrazia in questione è afflitta da un problema di minoranze permanenti).
Confondere legittimità e giustificazione può portare in due direzioni opposte, a mio avviso parimenti deprecabili.
In primo luogo può portare a una presunzione di giustificazione sostanziale di qualunque decisione semplicemente in quanto decisione adottata tramite procedure democratiche: la procedura riversa inesorabilmente la sua correttezza sui risultati […]. In questo caso abbiamo una riduzione della giustificazione a legittimità. Siffatta assolutizzazione della legittimità porta a ignorare la tensione tra contenuto delle decisioni dell’autorità e morale individuale, o meglio a sottomettere sempre quest’ultima alle prime. È la posizione di Hobbes, che in ciò manifesta l’aspetto genuinamente illiberale del proprio pensiero. Il liberalismo, come tutti sappiamo, nasce con Locke, proprio perché egli limita e circoscrive il surrender of judgement del singolo nei confronti dell’autorità.
In secondo luogo, confondere legittimità e giustificazione può portare  una presunzione di legittimità di qualunque contenuto morale giustificabile dal punto di vista sostanziale, comunque adottato: in questo caso non conta la fonte o la modalità di derivazione del contenuto o le forme con cui esso è stato assunto di fatto, ma unicamente il suo merito intrinseco. In questo caso abbiamo una riduzione della legittimità a giustificazione. Si potrebbe credere che questa forma di riduzionismo sia appannaggio esclusivo delle classiche teorie del diritto naturale; in realtà essa caratterizza altresì molte delle contemporanee teorie della giustificazione, anche teorie che in modo fuorviante, come vedremo, vengono qualificate come procedurali, e che invece sono afflitte da questa forma di imperialismo morale.
Ambedue le forme di riduzionismo portano a una distorsione dei rapporti tra etica e politica, ossia a quella forma di monismo normativo che rappresenta uno dei principali obiettivi critici di questo lavoro.

Anna Pintore, I diritti della democrazia, Laterza, 2003, pp. 34-35

Ideologismo

L’ideologismo abitua a non pensare, è l’oppio della mente, ma è anche una macchina da guerra intesa ad aggredire e “silenziare” il pensiero altrui. E con la crescita della comunicazione di massa è anche cresciuto il bombardamento degli epiteti: una guerra di parole tra “nomi nobili”, nome apprezzativi che l’ideologo assegna a se steso, e “nomi ignobili”, squalificanti e dispregiativi, che l’ideologo affibbia ai suoi avversari. Il guaio è che per l’ideologo l’epiteto esonera dal ragionamento e lo sostituisce. La squalifica ideologica non deve essere spiegata e non occorre che sia motivata. L’ideologismo dà certezza assoluta e quindi non richiede prove né presuppone dimostrazione.

Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Lezione 18, Mondadori, 2008

Il libro raccoglie le trenta lezioni trasmesse da RaiSat.
Una lettura interessante per la chiarezza espositiva (per quanto non ci sia molto di originale – ma lo scopo delle lezioni non è certo quello di proporre analisi originali).

Medicina complementare

Oggi, in Svizzera, si è tenuto il referendum sulla medicina complementare.

Sul sito della confederazione i risultati in dettaglio. Il quesito è stato approvato da due terzi della popolazione e da tutti i cantoni. La partecipazione è, come sempre, bassa: 38,3%. Il cantone più convinto è Ginevra, seguito dal Giura. Il più scettico è Sciaffusa, seguito da Uri.

Considero questa votazione un ottimo esempio dei limiti della democrazia.

Democrazia digitale

Venerdì 10 ottobre si terrà un convegno sulla democrazia digitale.

Non ho una idea molto chiara di cosa sia la democrazia digitale, e a quanto pare non ce l’hanno neppure gli organizzatori, disposti a dare accoglienza a qualsiasi contributo. Continua la lettura di Democrazia digitale

Battaglia democratica

Dario Bressanini, in un lungo e interessante post dedicato a OGM e mutazioni genetiche, si scaglia contro alcuni preconcetti, uno platonico:

Moltissime persone hanno un’idea quasi platonica del concetto di “specie vivente”. Come se i diversi individui di una specie, il rinoceronte ad esempio, non fossero altro che “realizzazioni di un’essenza”, di una rinocerontitudine che esisterebbe immutabile ed eterna nel mondo delle idee. Questa visione è completamente sbagliata, ma è indubbio che sia molto radicata, a livello quasi inconscio, in una larga fetta della popolazione e porta a ritenere sbagliati e “innaturali” degli scambi genetici tra specie attualmente diverse. Ad essere sbagliata però è proprio questa idea di immutabilità di una specie.

e l’altro disneyano:

Naturale, quindi non pericoloso, nella logica semplice e ingenua di chi ha una visione “disneyana” della natura benigna.

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Un problema populista

Angelita propone la sua verità banale sulla democrazia:

Una democrazia ben funzionante ha bisogno di […] cittadini con un minimo di cultura, capaci di comprendere il senso e le implicazioni pratiche delle leggi o delle proposte in campo.

La conclusione è semplice: «per comprendere gran parte delle discussioni politiche occorrerebbe una qualche conoscenza dell’economia».

Tutto corretto: i dibattiti politici migliorerebbero se alle scuole dell’obbligo si insegnasse almeno una infarinatura di economia.

Tuttavia c’è qualcosa che non torna in questo discorso.
Perché mai i cittadini dovrebbero capirne di economia? In democrazia i cittadini governano attraverso i rappresentanti. E sono questi ultimi, ossia i politici, che dovrebbero conoscere l’economia e fare discorsi sensati, ai cittadini si dovrebbe solo chiedere di giudicare secondo il buon senso.

Se i cittadini devono essere in grado di giudicare e comprendere… beh, allora che senso ha ricorrere ai rappresentanti? Che senso ha la democrazia così come viene intesa adesso? Tanto vale liberarsi dei politici, e provare a vivere felici senza.

Il vuoto della democrazia

La differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare.

Charles Bukowski, attribuito

Il cinismo di Bukowski è impressionante, tuttavia coglie un aspetto molto importante della democrazia: il voto.

Iniziamo con lo sgombrare il campo da un equivoco: il voto è condizione necessaria ma non sufficiente della democrazia. In altre parole, se non si organizzano votazioni possiamo tranquillamente affermare che non c’è democrazia, ma la presenza di votazioni non è sufficiente a farci dormire sonni tranquilli. Continua la lettura di Il vuoto della democrazia

Un ottimo lavoro

Freedom HouseIl 20 marzo 2003 una coalizione guidata dagli Stati Uniti ha invaso l’Iraq.
Le motivazioni della guerra sono oggetto di controverse discussioni; lasciando da parte le questioni geopolitiche (l’Iraq si trova tra Israele e l’Iran) ed energetiche (l’Iraq è ricco di petrolio), possiamo anche ammettere che l’Iraq sia stato invaso per portare la democrazia nel paese.

Freedom House pubblica ogni anno un rapporto sulla libertà nel mondo. Ad ogni nazione viene assegnato un punteggio da 1 (risultato migliore) a 7 (risultato peggiore). Dal 2003 ad oggi l’indice della libertà civile in Iraq è passato da 7 a 5, mentre l’indice dei diritti politici da 7 a 6.

Secondo il sito Iraq Body Count sono morti, in seguito ad azioni militari, almeno 55373 civili. Possiamo dubitare della fonte e dimezzare il numero, limitandoci a circa 25000 civili uccisi.
Almeno 25000 persone uccise per guadagnare due punti di libertà civile e un punto di diritti politici. Un successo.